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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

I massimi sistemi di Paolo Conte e la riscoperta di Tobino

Le Feste sono quasi finite, ma sono /ancora in tempo a regalarmi (e regalarvi, se gradite) un personaggio. Si chiamava Mario Tobino, era un bell’uomo, piaceva alle donne (e ricambiava con generosità). Viareggino, medico dei pazzi, come si dice nelle farse napoletane, scrittore e socialista, era nato nel 1910, morto nel 1991.
Non gli piaceva Eugenio Montale: «Atizzito come una zittella che ha perso l’ultimo marito».
Flirtava, letterariamente parlando, con Gustave Flaubert: «Il più grande civettone che sia mai esistito»; definizione perfetta per l’uomo che fu Madame Bovary. Odiava Stalin: «come tutti i tiranni, èil genio della mediocrità» (cosa che vale ancora e, forse, vale ancora di più per i dittatori, o aspiranti tali, contemporanei, da Putin a Trump). Detestava Palmiro Togliatti: «Un mezzo imbecille, foderato di cultura». Prendeva per il culo Elio Vittorini, forse lo scrittore italiano più bello (fisicamente parlando), e lo trovava «sciocco e femminile». Non stravedeva per Alberto Moravia: «Sempre indaffarato a sciorinar segatura». Il suo capolavoro in fatto di idiosincrasie fu Carlo Emilio Gadda: «Ohimè! Quanto dolore e masturbazione. Comincia come fosse un grande scrittore.
“Eccoci all’aquila” dice chi legge e presto, troppo presto, entra nella demenza delle parole». Rispettava invece Alessandro Manzoni (l’aquila vera?): «Conoscendo la tragedia di Manzoni, che ebbe la madre puttana, a lungo ho commemorato il suo dolore; èdi lìche viene il suo doloroso canto cristiano».
Di sé stesso scriveva nel diario: «Sono nato Don Giovanni, la mia natura ha tali vie sottili che sempre ne trovo una per infilarmi dentro l’animo di una donna...».
Una di quelle nel cui animo si infilò fu la contessina Lelè Augusta Bonasi Bonarelli, conosciuta durante la guerra in Libia nel 1941. Una specie di remake all’italiana di Addio alle armi di Hemingway: lei era crocerossina e lui ufficiale. La relazione più scandalosa e chiacchierata la ebbe con Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg e moglie di Adriano Olivetti. Per il rango dei protagonisti, una storia più fitzgeraldiana (nel senso di Francis Scott) che hemingwayana.
C’erano allora certi dopopranzo a Viareggio che potevi solo riparare al Caffè Fappani sul lungomare. Lì, un pomeriggio, Tobino incontrò «due ragazze una più bella dell’altra, alte, pieghevoli e morbide...».
C’era l’imbarazzo della scelta.
Lui puntò su Giosette e la sera sul diario spiegò perché: «Alla Giosette dal taglio del vestito sotto l’ascella si vedeva la lattea bianchezza e birichineria del seno». In uno dei suoi romanzi più belli, Una giornata con Dufenne (Oscar Mondadori), Tobino raccontò la visita che fece, molti anni dopo, al collegio dove aveva studiato. Una rimpatriata con i vecchi compagni di scuola. Trovò tutto cambiato: «Quando io ero collegiale i confessionali non erano affatto così. Erano due tende, una destra e una sinistra; si entrava, il prete a corpo a corpo, ci si inginocchiava in mezzo alle sue gambe, lui abbracciava con la scusa della confessione, che l’adolescente avesse il massimo di confidenza a comunicare i suoi peccati. Non tutti, solo alcuni preti usavano così.
Io c’ero stato, avevo visto, ero stato attento, con me vagamente avevano tentato, io mi ero ritratto. Erano due tende di concubinaggio».
Lunedì Oggi telegramma. Milano freddo cane Stop cena zuppa di cipolle (di Cannara) Stop.
Martedì Epifania. Compleanno di Paolo Conte. Come l’oro, l’incenso e la mirra è un dono dei Re Magi. Rileggo la prima intervista che gli feci (la prima intervista non si scorda mai). L’avevo scritta come una pièce teatrale.
ATTO PRIMO (La scena è il bar di un vecchio albergo nel centro di Bologna che sembra uscito da una canzone di Paolo Conte. Personaggi: Paolo Conte e un giornalista che lo intervista. Le cinque del pomeriggio di un giorno d’inverno).
Mi sbaglio o non le piace essere intervistato? «Il problema delle interviste è che nella fretta di dire si corre il rischio di non farsi capire. Nella concitazione della risposta si diventa complicati. E poi c’è l’aspetto confessorio che non amo».
A un certo punto della chiacchierata, parlando della canzone napoletana e della napoletanità in generale, gli chiesi del grande Eduardo. Rispose: «Eduardo, sicuro. Anche se le devo confessare che io tra i...». Cercai di interromperlo prima che fosse troppo tardi: «Non è che lei mi sta per confessare (ah, questo deprecabile effetto confessorio delle interviste!) che, tra i fratelli De Filippo, preferisce Peppino? Non me lo dica per favore perché io sono un eduardista integralista». Conte mi guardò, si accese una Marlboro (rossa) e disse: «Io sono per Peppino».
Protestai vivacemente: «Questo non me lo doveva fare. Non me lo merito. Proprio io che quando devo indicare i versi più belli del Novecento italiano sono sempre indeciso tra tre possibilità: 1) “Macaia, scimmia di luce e di follia”. 2) “Sì, tu parlavi difficile / come fa l’Europa quando piove”. 3) “C’è qualcuno tra voi che sappia suonare / una danza vertigine, un ballo frin frun / che tolga le scarpe e le calze alle femmine?”.Tutte parole di canzoni sue.
E lei mi sta con Peppino».
La mia fu una perorazione appassionata. Da sempre distinguo il mondo in due categorie: eduardisti e peppinisti. Ma Conte fu irremovibile e argomentò come sanno argomentare gli avvocati: «Guardi, Eduardo è astuto, si sublima, la sua grandezza è indubbia ma, per il mio gusto, lui procede verso una sempre maggiore astrazione. E quindi provo una certa freddezza.
Eduardo si amministra bene gli attimi, le pause, fino ad approdare al silenzio: la fine e l’inizio del suo teatro. Io invece amo l’umorismo di Peppino, il suo calore, la sua normalità. Lui appartiene a una vita ordinaria, senza sacralità, lo adoro, lo sento vicino».
Fu una conversazione sui massimi sistemi e non sui minimi come nelle interviste che si fanno oggi.
Auguri, maestro.
Mercoledì A un certo punto dell’intervista a Conte il discorso cadde sul fenomeno, che allora imperversava, delle cover: tutti ricantavano vecchie canzoni. Gli chiesi se la moda dipendeva da una crisi inventiva, dal manierismo della nostra epoca. Rispose: «La prima spiegazione che mi viene in mente èpratica: l’esigenza delle case discografiche di far uscire i cd con una certa frequenza».
Una questione di prodotto? «Eh sì. Non èche un autore può fare un disco ogni sei mesi e invece c’èda fare il cofanetto, la confezione natalizia, la strenna di Ferragosto...».
Mentre dicevo prodotto mi èvenuto in mente che il pane adesso èdefinito prodotto da forno.
Insomma, invece di dire pane al pane, oggi si dovrebbe dire prodotto da forno a prodotto da forno.
Conte: «Capisco cosa vuol dire e le offro tutta la mia solidarietà».
Con questa battuta finiva il primo atto.
Giovedì Pio Ciampa scrive: «Sulla Lettura c’è la classifica del libro più bello del primo quarto di secolo. Per me è Hanno tutti ragione di Sorrentino (Feltrinelli edizione 70° anniversario). Citazione obbligatoria: “La distrazione. La massima invenzione dell’essere umano per continuare a tirare avanti. Per fingere di essere quello che non siamo. Adatti al mondo”».
Non dimentichi, Pio, un’altra perla di Tony Pagoda: «Che fine hanno fatto i televisori Telefunken? Si diceva che erano buoni». Per me definitiva.
Questo discorso lo riprendiamo la settimana prossima.
«Gli italiani per sorridere vanno a vedere il film di Zalone», continua Ciampa. «Stamm’ nguaiat’. Poveretti. Io mi diverto tutti i giorni, è un mio principio, senza Zalone. Meglio un calice di Lambrusco!
» Ieri Post scriptum personale di Pio: «Caro Antonio, sei un po’ brusco quando interrompi qualcosa. Il tuo addio a 7 ci colse impreparati, così la fine del tuo romanzo a puntate su Finzioni. Mi raccomando, inventati qualcos’altro.
Una mamma parte. Quando torna, la figlia le dice: “Mamma, è morta la gatta!”. La mamma: “Non si fa così. Prima mi devi preparare. Tipo: la gatta di notte esce, la gatta di notte va sui tetti...”. Passa un po’ di tempo, la mamma parte, riceve un messaggio: “Mamma, la nonna di notte va per i tetti...”.
Buon anno.
P.S. Forse ti sto assillando, scusami».
Ho capito. Diciamo che al momento non vado sui tetti...