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 2026  gennaio 09 Venerdì calendario

Intervista a Luisa Ranieri

La “sua” scuola, Luisa Ranieri se la ricorda ancora molto bene. Le aule erano un vociare di ragazzi, che alla campanella sciamavano ciascuno verso il proprio banco. Ci si sedeva tutti vicini, ricchi e meno agiati e «quella era la vera ricchezza: non c’era divisione sociale, Napoli era una piccola Rio de Janeiro». Lei era la timidona della classe, che viveva con non curanza la sua bellezza già in fiore. Attirava gli sguardi, più di uno studente si faceva avanti «ma io ero del tutto inconsapevole, pensavo ad altro». Anche perché aveva appena scoperto il teatro: un mondo al quale la introdusse la sua carismatica professoressa di italiano. Il liceo per lei è stato questo: una finestra sul mondo e su se stessa, dove la conoscenza veniva prima di qualsiasi progetto scuola lavoro. Le materie non dovevano essere prima di tutto performanti ma formare un pensiero critico. Ed è questo che, di fatto, promuove in La preside: se si è (temporaneamente) sfilata i tacchi di Lolita Lobosco per vestire i panni – decisamente più dimessi – della preside di Caivano è per raccontare un sistema educativo che guarda ai ragazzi, se li prende a cuore. La serie, in onda dal 12 gennaio su Rai1 e RaiPlay, è liberamente ispirata alla vita della preside Eugenia Carfora, che ha riscattato i ragazzi di Caivano, ma non è un biopic. La stessa protagonista ha un cognome diverso (Eugenia Liguori), i fatti si svolgono ai giorni nostri e sono romanzati. L’idea è nata dopo che Ranieri ha visto il documentario Come figli miei di Domenico Iannacone e l’ha segnalato al marito Luca Zingaretti, qui nei panni del produttore insieme a BibiFilm e RaiFiction. «Fin da subito abbiamo pensato la storia con questa impostazione meno documentaristica: non volevamo un biopic ma usare la storia eccezionale di Eugenia Carfora per raccontare tutti i bravi presidi e insegnanti italiani, che non sono visti e sono sottopagati».
E Carfora come ha reagito?
«All’inizio pensava fosse uno scherzo. Poi non voleva saperne. Temeva che la sua vita venisse spettacolarizzata, ripeteva che il suo lavoro era un altro, non la tv: voleva restare un passo indietro. Poi l’abbiamo conosciuta, è nata una bella amicizia e ha colto lo spirito della serie: l’ha vista e le è piaciuta. La preside unisce leggerezza e denuncia: a mio avviso i messaggi passano meglio quando oltre a riflettere si sorride».
Anche lei ha avuto un maestro che è stato anche insegnante di vita?
«La mia insegnante di italiano. Ci portava al cineforum, a teatro, ci insegnava a girare dei corti e invitava grandi personalità a parlare ed è così che ho scoperto il mondo della recitazione. Prima non avevo mai nemmeno preso in considerazione l’idea di fare l’attrice: è come se mi si fosse aperta una finestra nel cuore. Il teatro inoltre è una grande scuola di vita: educa al rispetto, insegna come si parla in pubblico, tira fuori le particolarità di ciascuno, mette in luce i blocchi emotivi. Per non parlare del suo portato culturale: le pièce parlano di storie, e di sentimenti, universali. Per tutti questi motivi, credo che il teatro, ancora più del cinema, dovrebbe diventare una materia curriculare».
Da piccola era dislessica: come si barcamenava?
«Ho dovuto sopperire al mio limite in autonomia perché all’epoca non veniva diagnosticata. Comunque ce l’ho fatta: imparavo tutto a memoria riuscendo a prendere buoni voti. Per fortuna non ero anche disgrafica».
Che tipo era: battagliera o schiva?
«Una timidona. Se c’era da scioperare o combattere per una causa non mi tiravo certo indietro però mi trovavate nelle terze, quarte file. Non ero certo la capobanda, mai stata nemmeno rappresentante di istituto».
Era già così bella e quindi, immagino, corteggiata?
«Sono sempre stata poco consapevole del mio fascino. Ricordo che in classe c’era chi mi corteggiava ma io ero timida e schiva. Piacere non era una questione centrale, pensavo più ad altro».

Oggi i ragazzi imparano dagli algoritmi. Cosa può insegnare la scuola che non si trova online?
«Il pensiero critico e l’arte dell’autocritica. Due cose che dappertutto, nel mondo, danno fastidio: dilaga il tentativo di appiattirci, per poter governare con facilità».
La scuola italiana ha davvero gli strumenti per fare la differenza?
«L’Italia è storicamente la culla della civiltà. A me stranisce sempre che moltissimi italiani vogliano studiare all’estero e che invece pochi stranieri si iscrivano da noi: a oggi siamo ancora un’eccellenza. Servirebbero programmi più internazionali che permettano a chi parla inglese di formarsi qui. Purtroppo negli ultimi 30 anni si è investito sempre meno nell’educazione».
Nella serie Carfora è bravissima con i suoi allievi, ma decisamente meno in casa. Lei come se la cava con le sue due figlie, Emma e Bianca?
«Io e Luca ci barcameniamo, come tutti. Non perché questa sia una generazione più fragile: ogni epoca ha le sue debolezze, semplicemente non sono le stesse del passato. Noi adulti dobbiamo essere bravi a re-imparare cosa vuol dire essere giovani e riuscire a costruire un dialogo nuovo con loro. Non possiamo basarci sull’educazione ricevuta. Io e Luca ci confrontiamo tantissimo e parliamo molto anche con Emma e Bianca. Sono entrambe adolescenti ed è chiaro che quello che dice la compagna di banco pesa più delle raccomandazioni di mamma e papà. Spero però che il dialogo aperto con noi le aiuti a riflettere prima di fare una cavolata».
In particolare cosa raccomandate loro?
«Ci lasciamo guidare soprattutto dal buon senso. Ripetiamo loro di pensare con la propria testa. Di non seguire a ruota il gruppo e, in caso di pericolo, di dare retta all’istinto e andare via».
Dal punto di vista artistico seguiranno le vostre orme?
«Emma, la più grande, è molto quadrata e ama scrivere ma non so se vorrà lavorare nel mondo dello spettacolo. È presto per dirlo».