La Stampa, 9 gennaio 2026
Crescita, debito, Cina, Ai e geopolitica. Il mondo alla prova dell’incertezza
Il mondo cresce, ma senza direzione. L’economia globale ha iniziato il 2026 sostenuta da una crescita che resiste, ma attraversata da fratture profonde che ne mettono in discussione la solidità di medio periodo. Le stime dei grandi centri di analisi indicano un’espansione attorno al 2,8%, definita «robusta» da Goldman Sachs, ma il quadro che emerge dalle valutazioni di BlackRock, delle banche centrali e delle istituzioni multilaterali è più fragile. Sotto la superficie dei numeri si accumulano tensioni strutturali che non configurano una crisi imminente, ma una fase di limiti spinti, per usare l’espressione del Global Outlook 2026 di BlackRock, in cui le vulnerabilità tendono a diventare sistemiche.
La prima riguarda la crescita stessa. Gli Stati Uniti restano il principale motore dell’economia mondiale, sostenuti da consumi e investimenti tecnologici, mentre l’Europa fatica a superare l’1 per cento. Non è solo un ritardo ciclico. La crescita potenziale europea resta compressa da produttività debole, demografia sfavorevole e margini fiscali ridotti. Secondo BlackRock, la trasformazione in atto non è una normale ripresa, ma il passaggio verso un’economia più ad alta intesità di capitale, che richiede tempo prima di tradursi in benefici diffusi. L’espansione economica c’è, ma non è autosufficiente né inclusiva. E allo stesso tempo, mancano le caratteristiche di sostenibilità di lungo periodo, per via dell’incertezza globale.
Il secondo nodo è la Cina. La sovrapproduzione, soprattutto nei settori manifatturieri e in alcune filiere legate alla transizione energetica, continua a riversarsi sui mercati esteri. L’effetto è una compressione di prezzi e margini che mette sotto pressione le imprese europee e alimenta timori di deindustrializzazione selettiva. La risposta non è solo commerciale. È una frizione strutturale che intreccia economia e geopolitica, costringendo l’Unione europea a bilanciare apertura dei mercati, competitività e autonomia strategica.
Il terzo fattore riguarda l’intelligenza artificiale e la finanza che la sostiene. L’AI è il fulcro della nuova fase di crescita globale, ma gli investimenti sono concentrati in poche grandi aziende e richiedono un ricorso crescente alla leva. BlackRock osserva che l’AI ha ormai una scala tale da rendere il microeconomico macroeconomico. Nel breve periodo questo modello sostiene mercati e crescita, ma crea un circuito chiuso in cui le valutazioni incorporano profitti futuri ancora da realizzare. Anche la diversificazione tradizionale rischia di trasformarsi in una scommessa implicita sulle stesse imprese che sostengono l’AI.
Il quarto rischio è finanziario. Le valutazioni elevate delle Borse statunitensi, in particolare nei settori tecnologici, e la rapida espansione del private credit al di fuori del perimetro bancario tradizionale aumentano la vulnerabilità del sistema. La Bce ha segnalato più volte che una combinazione di leva elevata e rendimenti in rialzo rende i mercati più esposti a correzioni improvvise. A questo si aggiunge un livello di debito globale che resta alto, sia pubblico sia privato, mentre il settore tecnologico anticipa investimenti rispetto ai ricavi attesi. Wells Fargo parla di un «dosso dei finanziamenti» che deve essere superato prima che l’innovazione si traduca in crescita diffusa.
Infine la geopolitica, ormai variabile strutturale. La rivalità tra Stati Uniti e Cina è la linea di faglia del nuovo ordine globale, con effetti su commercio, tecnologia ed energia. In Europa, la guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della sicurezza, mentre il Medio Oriente resta una fonte costante di incertezza. Come osserva Citi, la frammentazione accelera le decisioni ma riduce il margine di errore. E il cambio di regime in Venezuela è destinato a influenzare i mercati dell’energia per diversi mesi. Per un quadro tutt’altro che certo.