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 2026  gennaio 08 Giovedì calendario

Il second hand è il nuovo status symbol. Così è cambiato il concetto di usato

Un tempo comprare abiti usati era la scelta dei bohemien, degli studenti con budget ridotto o di chi cercava alternative economiche e rifiutava le regole del sistema moda. Oggi, il second hand è qualcosa di decisamente diverso, è uno status, un linguaggio estetico, un modo per raccontare chi siamo attraverso ciò che indossiamo. La moda vintage ha acquisito un valore simbolico spesso superiore a quello del nuovo, e i mercatini dell’usato non sono più semplici luoghi di acquisto, ma imperdibili eventi frequentati da stylist, influencer, collezionisti e fashion hunter. Mentre il caro vecchio Porta Portese si riempie sempre più di oggetti low cost e articoli riciclati da Temu, i mercatini vintage diventano veri e propri hub sociali e culturali, nonché i nuovi santuari della coolness.
Mercatini vintage, i numeri di un fenomeno in espansione
I numeri confermano la portata globale del fenomeno. Il mercato del second hand cresce a ritmi due o tre volte superiori rispetto alla moda tradizionale, e si stima che supererà i 300 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Solo in Europa, il settore vale già decine di miliardi di euro e coinvolge più di un consumatore su due sotto i 35 anni. Secondo la PwC Circular Fashion Survey on New Generations, il 70% dei giovani millennial e Gen Z ha acquistato almeno un prodotto second hand nel 2024. L’indagine mostra che il 29% degli intervistati addirittura privilegia l’abbigliamento second hand rispetto al nuovo, spinto non solo dal risparmio ma anche da motivazioni legate a sostenibilità, circolarità e accesso al lusso attraverso il resale.
Quali sono i canali principali per questo tipo di acquisto? Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria moltiplicazione: crescono i negozi dell’usato, le piattaforme online di compravendita e il resale ufficiale dei brand. Ma anche il mercatino, il contenitore più tradizionale ed emblematico di questo fenomeno, ha lasciato la dimensione di nicchia per diventare un autentico catalizzatore di pubblico. Secondo i report di settore i mercati delle pulci – categoria in cui sono inclusi i mercatini vintage – sono in espansione: oggi un singolo evento può attirare da 2.000 fino a 15.000 visitatori al giorno. Su scala più ampia, il fenomeno si traduce in centinaia di mercati attivi e milioni di consumatori ogni anno: solo negli Stati Uniti se ne contano oltre 4.500, segno di una diffusione capillare e strutturata.

In Italia, e in particolare nelle grandi città, la crescita è evidente anche sul piano urbano e culturale. Milano è uno degli esempi più clamorosi: negli ultimi anni i mercatini vintage si sono triplicati, diventando appuntamenti ricorrenti e riconoscibili nel calendario cittadino. Gli organizzatori parlano di migliaia di visitatori a ogni edizione, numeri che raccontano un pubblico ampio e trasversale, non più limitato agli appassionati. Il caso di East Market è emblematico. Nato in forma ridotta, con circa 50 espositori, è cresciuto fino ad arrivare a 500 venditori, trasformandosi in uno dei mercatini vintage più grandi d’Europa. Oggi registra circa 10.000 ingressi a ogni evento mensile. Non si tratta più di risparmiare, ma di partecipare a un rituale culturale.
La Gen Z ha trasformato il vintage in una forma di espressione consapevole. Giovani e giovanissimi confrontano prezzi tra mercatini fisici, boutique selezionate, pop-up temporanei e piattaforme di resale online, distinguendo con occhio esperto pezzi realmente vintage, archive o semplicemente vecchi. La loro nostalgia per il mondo pre-social, percepito come autentico, non è solo sentimentale: spesso è performativa e studiata, un modo per costruire uno stile personale in un panorama di fast fashion omologato. In questo senso, il vintage è diventato un laboratorio di gusto e un segno di appartenenza a comunità estetiche e culturali.
Per entrare nei feed più di tendenza, i mercatini si sono trasformati. Da appuntamenti fissi per chi voleva risparmiare, frugando pazientemente tra un’offerta ampia e disordinata, sono diventati eventi esclusivi, comunicati spesso via Instagram o solo tramite i canali ‘giusti’, frequentati da stylist, studenti di moda e creativi. E la loro offerta si è ampliata: oltre a scoprire jeans d’epoca, borse d’archivio e bomber anni Novanta, i visitatori partecipano a laboratori creativi e workshop di upcycling, ascoltano dj set sorseggiando cocktail, acquistano cibo dai food truck e, a volte, seguono anche un corso di yoga. Lo shopping vintage è diventato un vero rituale di lifestyle, dove moda, musica, cibo e cultura urbana si intrecciano. Esempi italiani emblematici sono il Vintage Market di Roma, con un calendario fittissimo di iniziative, non strettamente legate allo shopping, o il sopra-citato East Market di Milano, vero e proprio happening. Ci sono poi eventi come Vinokilo, mercati itineranti in cui si vende abbigliamento usato al chilo, che uniscono shopping, comunità e festa.
All’estero, vale la pena menzionare i Second Life Markets, format nati in Australia e oggi presenti a Londra, a Bangkok e a Kuala Lumpur, capitale emergente della scena trendy asiatica, divenuti veri e propri fenomeni di costume. Al loro interno, ci sono solo venditori selezionatissimi, che offrono capi d’archivio e oggetti da collezione, e anche in questo caso, workshop, collaborazioni con brand iconici e performance di styling rendono ogni evento un’occasione di scoperta, creatività e visibilità. In alcuni contesti, il fenomeno del second hand ha letteralmente trasformato interi quartieri. Basti pensare a Shimokitazawa, una zona di Tokyo decentrata rispetto alle aree turistiche tradizionali, eppure diventata una vera mecca per gli amanti del vintage grazie alla concentrazione di negozi e mercati di abbigliamento di seconda mano: il quartiere registra oggi circa 150.000 visitatori al giorno, mentre singoli eventi come il flea market possono attirare fino a 10.000 persone in una sola giornata. Los Angeles, forse il vero luogo di nascita di questo fenomeno dell’usato trendy, ospita mercatini frequentati da celebrities e appassionati, che funzionano come veri e propri hub culturali: in alcuni casi si paga un sostanzioso biglietto d’ingresso, perché durante la giornata, tra una bancarella e l’altra, si può assistere a un concerto o a una performance. Tra i più celebri, il Melrose Trading Post nel quartiere di Fairfax e il Pasadena Flea Market.
In questo contesto sempre più splendente e rigoglioso, i prezzi sono inevitabilmente saliti: un paio di Levi’s di seconda mano che dieci anni fa costava 20 euro adesso supera i 50, le borse d’archivio raggiungono cifre simili ai modelli nuovi e un Barbour usato in ottime condizioni costa solo un centinaio di euro in meno rispetto al listino. Oggi compratori con maggiore potere d’acquisto frequentano questi ambienti, i venditori sono veri e propri professionisti, e gli eventi assumono l’aspetto di happening non proprio elitari ma sicuramente orientati a una clientela privilegiata. Quella pratica che una tempo voleva dare nuova vita a un capo, riducendo sprechi e opponendosi al consumo rapido rischia oggi di diventare puro esercizio estetico, una sorta di performance sociale. Ciò che era ribellione diventa rituale collettivo e, come spesso accade quando un fenomeno viene assorbito e amplificato dai social, perde parte del suo significato originale. In un mondo saturo di prodotti replicabili, il second hand promette unicità e autenticità: ma quanto resta autentico quando tutto è così cool?