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 2026  gennaio 09 Venerdì calendario

L’editore Alessandro Gallenzi: “È vero, Dylan Thomas copiava le poesie”

Uno dei più grandi scrittori britannici del Novecento copiava integralmente le opere altrui. Il gallese Dylan Thomas, ricordato dalla critica come un “poeta maledetto”, morto di alcolismo nel 1953 ad appena 39 anni, capostipite di un’avanguardia letteraria che ispirò fra gli altri la generazione dei beatniks negli Stati Uniti, era un “plagiatore seriale”: almeno una dozzina, forse il doppio, delle sue poesie giovanili, che gli valsero la fama di “ragazzo prodigio”, erano copiate da cima a fondo dalle liriche di autori già affermati, tra i quali Archibald Wilson, Helen Elrington, James Mackeret, Edgar Guest e Louisa Baldwin, una zia di Rudyard Kipling, modificando soltanto qualche parola, evidentemente per nascondere il misfatto. A fare la straordinaria scoperta è un italiano da molti anni residente a Londra: Alessandro Gallenzi, pluripremiato editore, insieme alla moglie Elisabetta Minervini, dell’Alma Books, casa editrice indipendente da loro fondata nel 2005, particolarmente apprezzata per le eleganti e dotte pubblicazioni di classici; traduttore e curatore di Keats in italiano per Adelphi; lui stesso autore di romanzi, tra cui Il figlio perduto (sul figlio illegittimo ripudiato e fatto internare in manicomio da Benito Mussolini) per Rizzoli nel 2018. «Ci sono arrivato per caso, come un detective che si imbatte in un indizio sospetto e continua a scavare», scrive lui stesso in un lungo articolo sul Times Literary Supplement, la più prestigiosa rivista letteraria inglese. «Non ci sono dubbi che siamo di fronte a un plagio», conferma Geoff Haden, presidente della Dylan Thomas Society, dopo avere esaminato i materiali. «Scoprire che uno dei miei eroi copiava ha scioccato me per primo», racconta Gallenzi a Repubblica. «Non cambia il giudizio complessivo su Thomas, ma forse aiuta a capire che non si diventa poeti senza errori e false partenze».
Per cominciare, Gallenzi, perché Dylan Thomas è così importante?
«Perché è una delle voci più originali della poesia del ventesimo secolo, entrato nell’immaginario collettivo. Un poeta famoso per i suoi ritmi, per la capacità di commuovere l’uomo comune, un ponte tra una poetica personale e il modernismo sperimentale. Tra i più influenti del Novecento, tradotto in italiano da Einaudi, io sono cresciuto leggendo e traducendo poesie come Non andartene remissivo in quella buona notte. L’ho molto amato e per questo accorgermi del plagio è stato uno shock».
Come è andata?
«Con la mia casa editrice stavo preparando la prima edizione delle sue opere complete. Facendo ricerche in archivi e biblioteche mi sono reso conto che c’erano decine di poesie pressoché inedite, uscite solo in riviste o pubblicazioni accademiche. In particolare, le poesie pubblicate da Thomas nel giornale della sua scuola, nel periodo in cui aveva tra gli 11 e i 17 anni, che gli diedero la fama precoce sulla quale ha costruito poi la sua formidabile carriera».
E dove le ha trovate?
«Nessuno, nemmeno la scuola, aveva più le collezioni complete di questo giornale. Un giorno ho scritto al direttore del museo dedicato a Dylan Thomas a Swansea, la sua città natale, chiedendo se avesse idea di dove potessi trovarle. Mi ha risposto che ero fortunato, lui aveva una delle due sole copie al mondo rimaste. Sono salito in macchina, sono corso a Swansea, ho fotocopiato tutto e abbiamo cominciato a lavorarci. Eravamo alle prime bozze, quando un mio redattore ha segnalato che una delle poesie sembrava copiata da un poeta dell’epoca. Mi sono insospettito, ho fatto ricerche alla British Library e altrove, confronti con le altre poesie del giornale scolastico e poco per volta ho verificato che almeno dodici poesie, forse due volte tante, erano completamente copiate: il giovane Dylan aveva cambiato una parola qui e là, talvolta soltanto il titolo».
Possibile che i suoi biografi inglesi non se ne fossero mai accorti?
«Quando hai un mito davanti, è difficile credere a qualcosa che può farlo crollare. A posteriori, posso spiegarlo solo così. È sempre importante capire come è partito un poeta, tanto più se è di una precocità incredibile: e Thomas aveva scritto la maggior parte delle sue poesie prima ancora di avere 20 anni. La cosa sorprendente è che, a cominciare da quelle scritte a 11 anni, erano incredibilmente sofisticate dal punto di vista metrico, con uno stile e un contenuto da autore maturo. Questo poteva creare dubbi su chi fosse l’autore. Bisogna dire che, perfino mentre ne copiava alcune, ne scriveva altre di suo pugno».
Cosa ha pensato quando ha scoperto un plagio così ampio?
«Rendermi conto che da ragazzo era un plagiatore seriale mi ha sconvolto. Non volevo crederci io per primo. Se avesse copiato un verso, una strofa, anche una sola poesia, poteva essere una scelta sbagliata ma comprensibile, data la giovanissima età. Ma copiarne integralmente così tante è qualcosa di più di uno sberleffo. È farsi belli con le piume altrui».
Perché crede che lo abbia fatto?
«Non possiamo saperlo con certezza. Lascio agli accademici giudicare. La mia ipotesi è che sia stato il risultato di una insicurezza sociale e culturale. Suo padre insegnava inglese nella sua stessa scuola ed era notoriamente assai severo. Dylan andava malissimo in tutte le materie, tranne che in inglese. Forse copiava per avere un piedistallo, per un desiderio di accettazione».
L’imitazione, afferma Oscar Wilde in un famoso motto, è la forma più sincera di adulazione.
«Sì, ma non riesco a pensare a un altro plagio così ampio e clamoroso. Ci sono stati dei casi nel passato, ma su scala più ridotta. In genere si tratta di un autore non affermato che copia da uno famoso. Ma qui in un certo senso è il contrario, un autore destinato a diventare famoso che copia da autori poco noti, comunque assai meno di lui. Non penso che la mia scoperta cambi l’opinione generale sul suo valore di poeta, ma incrina il mito del genio precoce che scrive a 12 anni poesie perfette. Un mito basato su una bugia».