Corriere della Sera, 9 gennaio 2026
La Corte europea a Roma: il Fisco ha troppi poteri sui conti
L’Italia deve rivedere le norme che regolano l’accesso e l’esame dei dati bancari dei contribuenti da parte dell’Agenzia delle Entrate a fini di verifica fiscale. A stabilirlo è la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nella sentenza, pubblicata ieri, sul ricorso di due cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle loro banche che l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro, per periodi che andavano da uno a due anni.
La Cedu è giunta alla conclusione che l’Italia ha violato il loro diritto alla vita privata perché, pur essendoci delle regole che limitano i casi in cui l’Agenzia delle Entrate può procedere, queste non sono rispettate. Secondo la sentenza il quadro giuridico italiano ha concesso alle autorità nazionali una discrezionalità illimitata nell’attuazione e nell’estensione di questi controlli. Allo stesso tempo, non sono state fornite sufficienti garanzie procedurali, in quanto le misure contestate non sono state sottoposte a un controllo giurisdizionale o indipendente. «Il quadro giuridico interno non ha garantito ai ricorrenti il livello minimo di protezione a cui avevano diritto ai sensi della Convenzione», scrive la Corte europea dei diritti dell’uomo. Viene quindi sottolineata la «necessità di norme specifiche nel diritto interno che indichino le circostanze e le condizioni in cui le autorità nazionali sono autorizzate ad accedere ai dati bancari dei contribuenti». Norme che devono prevedere un riesame giudiziario o indipendente efficace e tenere conto del contesto della cooperazione internazionale tra le autorità fiscali.
Inoltre, devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso. E questo non deve essere subordinato al fatto che sia stato emesso un avviso di accertamento fiscale, né vincolato alla conclusione dell’accertamento. Pertanto, la Corte chiede a Roma di adeguare «la propria legislazione e prassi» alle sue conclusioni.