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 2026  gennaio 09 Venerdì calendario

L’AI ha «fame»: la nuova sfida è l’energia

Nel passaggio tra un anno e l’altro torna sempre utile il Giano bifronte, figura mitologica con due volti, uno rivolto al passato e uno al futuro. Così da una parte vediamo che il 2025 è alle nostre spalle, finito insieme con i forse eccessivi fiumi di inchiostro per ipotizzare una qualche ombra dell’AI sul futuro del lavoro umano. Dall’altra, prende forma il 2026 di fronte a noi, con un nemico molto più concreto nel breve periodo. L’attore è sempre l’intelligenza artificiale ma il campo di scontro è molto più concreto e misurabile: l’energia. Prendiamo solo ChatGPT: dagli esordi al 2025 la domanda di energia è salita da 200 megawatts (MW) del 2023 a 1,9 gigawatts (GW) del 2025. La società OpenAI ha opzionato per la crescita futura un fabbisogno energetico di 30 GW. Per capirne il peso è sufficiente ricordare che ogni reattore di una centrale atomica produce al massimo 1,5 GW. Ogni centrale atomica ha generalmente 3/4 reattori (difficilmente tutti in funzione contemporaneamente) e sulla Terra ci sono solo 440 impianti (ormai compaiono come funghi in Cina mentre il resto del mondo ne parla). In sostanza solo per soddisfare la sete energivora di ChatGPT potrebbero volerci circa 5 impianti (per inciso parliamo di una bolletta elettrica da 1,5 trilioni...). Poi ci sono le altre big tech. Non è un caso che Microsoft stia finanziando la riapertura dell’impianto nucleare di Three Mile Island, dove si era consumato il più grande incidente nucleare della storia Usa, talmente presente nell’immaginario collettivo americano che i famosi personaggi Marvel degli X-men scoprono i propri poteri dopo l’esplosione del reattore nel 1979. Più che un generico timore per un mondo del lavoro post-AI che ha appena iniziato a plasmarsi, con tutte le sue incertezze, qui c’è un vero conflitto già acceso sotto le ceneri: dovremo competere per l’energia con le richieste che arrivano dalla nuova industria dell’AI? Non è fantascienza: già negli Stati Uniti sono state avviate alcune cause da parte di comunità che si sono viste negare l’accesso all’acqua dei fiumi deviata per raffreddare gli energivori e bollenti data center, necessari per addestrare e gestire le nostre richieste ai chatbot. Data center che, per inciso, richiedono energia ma non producono lavoro (questi sì) essendo completamente automatizzati. In sostanza: zero lavoro e conflitti sociali. Non è un caso che le big tech siano ben felici di distribuirli negli altri Paesi, come il nostro.