Corriere della Sera, 9 gennaio 2026
Ordini ignorati e ricorsi. Gli ostacoli per rimpatriare chi ha commesso reati
Nel 2022 sono stati 4.304. L’anno successivo qualcuno di più (4.751). Nel 2024 invece 5.414. Negli ultimi dodici mesi sono saliti a quasi 7 mila. Con un +12%. Un trend in aumento per i rimpatri di clandestini rivendicato ieri al question time del Senato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a fronte di un dato complessivo di arrivi al 31 dicembre scorso in linea con quello del 2024 (66.296 rispetto a 66.617), ma decisamente inferiore al 2023 (quando furono 157.651). Lo scenario può essere considerato positivo, almeno a leggere i numeri, ma fanno da contraltare le difficoltà che le forze dell’ordine incontrano ancora oggi, ogni giorno, nel far rispettare i decreti di espulsione emessi da prefetti e fatti eseguire dai questori. Anche con un esito tragico. Gli ultimi casi di Marin Jelenic e Emilio Gabriel Valdez Velazco sono emblematici.
L’ordine scritto consegnato al clandestino di lasciare il territorio nazionale cade spesso nel nulla: le persone si eclissano, fino a un nuovo controllo e all’arresto per non aver ottemperato a quel provvedimento. Ma anche quando vengono catturati, difficilmente scatta il rimpatrio. Ci sono problemi a identificare con certezza soggetti che non di rado hanno numerosi alias; quelli legati ai ricorsi presentati da chi è trattenuto in un Cpr che spesso vengono accolti dai giudici; c’è chi deve essere accompagnato direttamente nel Paese di origine con una scorta della polizia in quanto lo pretendono le autorità locali con costi per il trasferimento in aereo e per la trasferta degli operatori; e infine c’è chi spera che non ci siano accordi sui rimpatri fra l’Italia e il suo Paese, in modo che la situazioni si complichi ulteriormente. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dai limiti ai rimpatri posti negli accordi bilaterali. Un esempio: la Tunisia non accetta più di 80 persone a settimana.
In Italia ci sono due casi che hanno destato particolare clamore. Marin Jelenic, croato 36enne arrestato dalla polizia per aver ucciso il capotreno Alessandro Ambrosio nella stazione di Bologna, era destinatario di un ordine di allontanamento firmato dal prefetto di Milano il 22 dicembre scorso deciso perché trovato con un coltello al Corvetto. Non l’ha rispettato, e non sembra abbia nemmeno presentato ricorso fidando sul fatto di essere un cittadino della comunità europea. A maggio era stato fermato alla stazione Centrale e poi sempre a Bologna, a settembre nello scalo di Lambrate, a novembre al valico di Tarvisio, a dicembre alla frontiera di Trieste. Insomma, un soggetto potenzialmente pericoloso che entrava e usciva dall’Italia e che, visto il numero di identificazioni, non si nascondeva nemmeno.
Più articolata la vicenda di Emilio Gabriel Valdez Velazco, peruviano di 57 anni che ha confessato di aver violentato e ucciso la 19enne Aurora Livoli la notte del 29 dicembre scorso alla periferia nord est di Milano. Il sudamericano entra in Italia nel 2017 con un visto regolare, ma viene poi espulso. Qualche anno più tardi Velazco è tornato nel nostro Paese chiedendo il ricongiungimento familiare con la sorella, che ha avuto la cittadinanza dopo aver sposato un italiano. Il permesso di soggiorno gli viene negato, dopo qualche mese lo arrestano e lo espellono per la seconda volta, ma il rimpatrio non può scattare perché l’uomo ha il passaporto scaduto. A questo punto viene deciso il trattenimento nel Cpr milanese di via Corelli dal quale tuttavia esce in seguito al responso di una visita medica al quale è sottoposto: lo specialista dichiara che le condizioni di salute del 57enne sono incompatibili con la sua permanenza del centro e così viene rilasciato.
Ha l’ordine di lasciare il territorio nazionale entro una settimana, ma anche in questo caso decide di non rispettarlo. A differenza di Jelenic, incensurato almeno fino all’omicidio del capotreno, Velazco ha numerosi precedenti penali, compresa una condanna a cinque anni di reclusione del 2019 sempre per violenza sessuale. Ed ecco l’ennesima stranezza: il suo casellario giudiziale risulta «pulito», nonostante fosse stato anche rinviato a giudizio nel giugno 2025 per stupro dai giudici di Monza. Anche per lui ripetute identificazione da parte delle pattuglie, ma nessun fermo. Nonostante fosse a tutti gli effetti un clandestino. Un caso nel caso, costato la vita ad Aurora.