Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 09 Venerdì calendario

Campania, il «divieto» di donne ai vertici

Guardi la foto e pensi: oddio, in Campania le donne si sono estinte. E invece no. Esistono ancora. Ovunque. Tranne che a Palazzo Santa Lucia, sede della Regione. Il campo dove è germogliata l’elezione di Roberto Fico a presidente, infatti, di largo ha tutto fuorché la partecipazione femminile.
Basta osservare l’istantanea che ritrae la prima riunione dei capigruppo, di destra e sinistra, per accorgersene: una sfilza di uomini, più o meno gongolanti ma ugualmente inconsapevoli dell’effetto «politburo» che cancella i proclami elettorali e mette a nudo la misoginia di una politica ridotta ormai a Circolo della Caccia per i maggiorenti dei partiti. Invariabilmente maschi. Proteste? Nessuna. Soltanto qualche timido borbottio. La battaglia per la parità di genere, stendardo del Pd di Elly Schlein, non si è fermata a Eboli ma molto prima. Le è bastato arrivare a Napoli per dissolversi come neve al sole. E, dopo che le parole sono evaporate, sono rimasti i fatti. Che sono questi: la segretaria dei democratici, in base alla spartizione partitocratica voluta da Fico, ha indicato tre uomini per occupare gli assessorati concessi alla sua formazione. Un altro maschietto, sempre in quota Pd, è stato piazzato alla presidenza del Consiglio regionale e un altro ancora designato capogruppo. Forse perché non c’erano candidate degne di quei ruoli apicali? Dovrebbero essere le donne dello schieramento progressista a rispondere. Ma tacciono. Dopo aver taciuto, insieme con gli uomini, sull’inutile e controproducente patto elettorale con la famiglia De Luca. Inutile, perché la coalizione avrebbe vinto lo stesso (come dimostrano i risultati) e controproducente, perché Schlein ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva strombazzato all’indomani della vittoria alle primarie, quando aveva additato i «cacicchi» quali principali bersagli del rinnovamento. Ora, a parte il fatto che la destra «sessista» ha due donne al comando (Giorgia e Arianna Meloni), mentre la sinistra affida il suo identikit a una foto che sembra scattata dentro una caserma dei tempi andati, vi chiederete che fine hanno fatto le «quote rosa» in un governo regionale destinato (almeno sulla carta) ad anticipare l’eventuale modello nazionale. Ebbene, sono il 40 per cento. Ma giusto perché, da statuto, questa percentuale è obbligatoria. Altrimenti…