Avvenire, 8 gennaio 2026
Bunin e Tarkovskij, fratelli di “Nostalghia”
Si parla oggi della Russia soprattutto in termini geopo-litici, trascurando il giacimento “geoculturale” (quello della scuola di traduzione italiana, ad esempio) che potrebbe avere un ruolo tutt’altro che secondario nel comprendere quanto si può fare per ricostruire una grammatica di rapporti, di simpatia umana, di amicizia come antivirus a una mentalità di guerra che è trasversale e che percorre con accenti gravi un “confronto”, se così lo si può chiamare, al rialzo, fino a riabilitare l’utilizzo del nucleare. Cosa si ha da guadagnare da una lettura di grandi scrittori che hanno avuto uno sguardo non etnico? Moltissimo. È interessante notare come in questi anni sia sta riproposta da editori diversi l’opera di Ivan Bunin (Voronež, 1870 – Parigi, 1953), premio Nobel per la letteratura nel 1933 e primo autore russo insignito di questo riconoscimento. Nella sua biografia, anche un periodo di residenza nell’oggi martoriata Kharkiv. Nel 2015 Adelphi ha pubblicato A proposito di Cechov, nel 2018 Lemma press L’ombra di Huma. Memorie di un viaggiatore, Corbaccio nel 2019 Il villaggio, Voland nel 2021 Giorni maledetti, Robin nel 2024 Amori acerbi, amori fugaci e nello stesso anno L’amore di Mitia da Besa Muci.
Il signore di San Francisco è stato pubblicato in compagnia di altri racconti, da Youcanprint nel 2018, da Adelphi nel 2020 e da Greco nel 2023. Bunin è autore tra l’altro della celebrata, ma tutta da riscoprire, Vita di Arsen’ev, che è stata editata lo scorso anno da Medhelan nella traduzione di Ettore Lo Gatto. La stessa casa editrice ha pubblicato da poco Lika, libro finale e mancante del ciclo di Arsen’ev, con la traduzione di Andrea Tarabbia (pagine 200, euro 20,00). Si ha sempre la sensazione, leggendo Bunin, che vi sia in lui il tratto della migrazione già da prima di essere un uomo della diaspora e degli sconvolgimenti della Storia che lo avrebbero portato a vivere a Grasse, in Francia, dove protesse un ebreo dalle persecuzioni naziste, e infine a Parigi. In Lika vi è anche una selezione delle sue poesie, tradotte da Alessandro Niero: «Il cuore, in gioia arcana, va struggendosi / perché la vita è vuota e vasta come steppa», scrive in una delle quattordici poesie tradotte da Niero, che hanno il pregio di essere una sorta di grammatica delle sue convinzioni («Poco noi vediamo e sappiamo / ma la felicità si dà solo a chi sa») e delle sue attese di compiutezza: «Ma il passato non rimpiango / per il passato non mi affliggo come prima – / lo albergo nel mio cuore silenzioso / e il mondo è ovunque pieno di bellezza». Non è un caso che fosse amato particolarmente dal regista Andrej Tarkovskij: «È forte, diretto, autentico», mentre l’autore di Nostalghia evidenzia che al contrario «la minima nota falsa uccide tutto ciò che è vivo in un tessuto poetico» (dal diario, 18 marzo 1982). Bunin è «intero, integro come un monolite e la sua prosa è tenera, potente». Proprio dopo essersi immerso nella lettura di Lika e della descrizione della città di Orel, sente in Bunin «un fratello – quella nostalgia, quella speranza, quell’esigenza di austerità, che la gente miope chiama temperamento bilioso». Bunin raggiunge «nei suoi racconti la vera potenza dell’amore e della compassione per i deboli e i disperati» (20 marzo 1982).
E veniamo ai racconti. Tra le opere rieditate in questi anni, bisogna segnalare Il signore di San Francisco, che Adelphi, in particolare, ha pubblicato nel 2020, con più ristampe, insieme ad altri racconti nella traduzione di Claudia Zonghetti. Non è casuale la scelta da parte di Adelphi, come di altri editori, di questo racconto forse perché parla a qualcosa che sentiamo nel respiro affannato del mondo. Bunin doveva aver presente in maniera molto chiara la parabola del ricco che accumulava per sé ed avendo avuto un buon raccolto aveva fatto costruire granai più grandi di quelli che aveva per poi dire a se stesso di godersi finalmente la vita. Da stolto, perché quella notte si sarebbe addormentato per sempre. La parabola deve avere guidato la mano dello scrittore russo quando scrisse il racconto dà il titolo al volume, storia della vita di un imprenditore ricco che soddisfatto in abbondanza strabordante di quello che ha, parte con la moglie e la figlia per una grande crociera dagli Stati Uniti, in giro per il mondo fino a Capri, su una nave che non a caso si chiama Atlantide (il continente sparito e sommerso) che viene rappresentata progressivamente al lettore come una sorta di Torre di Babele galleggiante. È forse un segno anche per i nostri tempi? Il signore di San Francisco può finalmente disporre di quello che ha. Ha intorno a sé non soltanto il mondo che anima la “vita” della nave nei suoi diversi ruoli, dai camerieri fino alle stive infernali che non vede nessuno, come anche l’umanità dei porti di città e isole bellissime su cui vive una popolazione che non di rado mangia delle briciole che cadono della tavola di signori come lui. Bunin si misura con l’oscurità di molti comportamenti umani e con la luce che ha per il senso prezioso della vita e della fede cristiana, che riesce a far brillare, come in un presepe, nella descrizione di una grotta di Capri, dove si compie il tratto finale della parabola del signore di San Francisco. La riproposizione dell’opera di Bunin può essere letta oggi condividendo un giudizio del 1966 di Adamovic che si concentrava sulle sole poesie, ma che può essere esteso alla sua nitida prosa: «Ci sono molte possibilità che i versi veritieri, non pretenziosi e spiritualmente onesti di Bunin sopravvivano nella nostra letteratura ad altre sontuose stravaganze o vaghezze verbali che, un tempo, apparivano piene di profondo significato».