repubblica.it, 8 gennaio 2026
Intervista a Ricky Memphis
Nel cast corale di Prendiamoci una pausa – commedia sentimentale di Christian Marazziti (prodotto da Camaleo, in sala con Eagle Pictures dal 15) su tre coppie che decidono di prendere una pausa di riflessione – Ricky Memphis interpreta lo chef del ristoratore Marco Giallini, personaggio solido e risolto, capace di rivelare sorprese. Il film è l’occasione per una conversazione lunga con l’attore, un carnet pieno di progetti.
Memphis, cosa l’ha colpita del film?
“Mi piace l’idea di raccontare questa cosa che, da quello che sento, avviene spesso: prendersi una pausa nel quotidiano di una coppia. E che vengano tre generazioni: un modo diverso di rendere la vita di coppia interessante, perché fa ridere molto, a volte fa commuovere, per le cose che ci si dice”.
Al cinema “Prendiamoci una pausa”, Giallini e Gerini tra amori in crisi e seconde possibilità
Lei non crede nel vantaggio di prendersi una pausa.
“Temo che, quando uno decide di prendersi una pausa, sia già troppo tardi. La pausa si deve fare perché vuoi davvero tornare e tornare meglio di prima in quel rapporto. Se invece è solo una scusa per allontanarsi, per non dire subito che è finita, o per andarsi a guardare intorno, credo che sia una cosa un po’ vigliacca e non finisce mai bene”.
Lei ha detto di aver attraversato un’esperienza simile.
“Sì. Prendemmo una pausa con la mia ex moglie, ma alla fine non siamo tornati insieme e poi abbiamo divorziato. E credo che la maggior parte di queste pause siano anche un po’ delle scuse trovate da una parte o dall’altra”.
A parte il lato sentimentale, è un momento storico in cui è veramente difficile prendersi una pausa perché siamo iperconnessi.
“Io non sono connesso mai, non sono sui social, non ho la fissa del telefono: fotografare, inviare, mettere, postare cose che faccio durante il giorno. Anzi, sono proprio il contrario. Cerco di fare le cose per conto mio e riservate a me e a chi mi sta vicino. Non ne soffro e non ci gioco. Però quello che vedo intorno a me mi sembra esagerato: internet e i social possono essere qualcosa di bello e utile, ma diventano una prigione per tanti adulti. E poi è come avere la porta di casa aperta: non c’è più privacy, né voglia di privacy”.
Il suo personaggio: come lo ha affrontato?
“È un personaggio piccolo, ma mi piaceva perché è una persona risolta, non ha assolutamente paura di essere come vuole lui, di fare quello che vuole lui. E questo mi porta serenità. Ho visto un personaggio molto sereno, al contrario di me”.
Lei è sempre stato inquieto?
“Sì, fin da bambino. Non ero uno che agitava fuori, non era liberatorio, anzi: il contrario. Dentro, in questo mio stare fermo, c’è sempre stata agitazione: molto pensiero, un po’ di paranoia”.
E questo in qualche modo è legato al fatto che lei ha fatto l’attore?
“Non lo so, sinceramente. Potrebbe essere legato, ma quello che ho fatto io non è mai stato catartico. Non ho mai fatto personaggi che, a livello psicologico, mi coinvolgessero così tanto da fare un lavoro su me stesso. Ho fatto cose abbastanza semplici. Forse il desiderio di esprimere e tirar fuori dei tumulti mi ha portato a voler recitare, ma poi non è che sul set io riesca a “vivere la vita degli altri”, come dicono tanti. Io non ci riesco: se sto a far finta, per me sto a far finta”.
Quando ha cominciato a pensare di fare l’attore?
“Prestissimo. Avevo quattordici anni”.
Che cosa la attirava del cinema?
“Più che altro le figure degli attori. I miei miti erano Scorsese, De Niro. Quei film e personaggi della New Hollywood mi piacevano tantissimo, mi hanno sempre attirato verso quel mestiere. E poi c’era anche il sogno: fare i soldi, le belle macchine. Faceva parte del sogno”.
Molti attori italiani dicono che la loro scuola è stata la commedia italiana. Lei invece è di una generazione cresciuta con la New Hollywood.
“Sì. Poi ho visto anche tutta la grande commedia italiana, che è qualcosa di straordinario e mi piace molto, però come attrazione iniziale sono cresciuto più con quelli. Attori come Joe Pesci, Al Pacino, mi piacevano le loro movenze, il ritmo. Ho visto il film Quei bravi ragazzi un milione di volte in italiano. Poi, siccome non parlo inglese, l’ho rivisto in inglese per capire davvero cosa dicevano. E lì ti rendi conto che sono altre cose: ritmi, modi meravigliosi”.
Dove è cresciuto?
“A Monte Mario, a Roma. Un quartiere tranquillo, bello”.
A scuola com’era?
“Scuola ne ho fatta poca, ho finito la terza media, poi sono andato a lavorare nella pasticceria di mio zio”.
Ha imparato a fare i dolci?
“No. Facevo gli impasti con le dosi già pronte e i macchinari. Poi non mi piaceva. Ho fatto il manovale, lavoro duro”.
Di quei giorni cosa ricorda?
“Pensavo: non voglio imparare niente, non voglio imparare il mestiere. Rifiutavo proprio l’idea”.
E come è cominciato il passaggio verso lo spettacolo?
“Io sognavo soltanto. Speravo che prima o poi accadesse una cosa. E poi è accaduta”.
Scrivendo poesie.
“Sì, scrivevo cose mie. Poi ho pure smesso. Erano cose su temi come lo stato d’animo, le fatiche quotidiane, le cose di strada, quelle impossibili. Era l’unico modo che avevo per avvicinarmi a un mondo di comunicazione e di spettacolo. Scrivevo e leggevo queste poesie agli amici. Poi ho cominciato a fare serate insieme ad amici che avevano un gruppo musicale che andava bene. Mi chiamavano Poeta metropolitano, e si è creato un giro intorno a me. Poi alla fine mi hanno fatto un articolo su un mensile dell’epoca. Maurizio Costanzo lo ha letto e mi ha chiamato”.
Che ricordo ha di lui?
“Vago, nel senso che entravi in trenta secondi nel camerino: ‘Parliamo di questo, di questo. Mi raccomando, intervieni’”.
Che cosa le ha dato quell’esperienza?
“Tanta ansia”.
E nei locali, da poeta metropolitano, il pubblico com’era?
Le ricorda una serata storta“Straordinariamente no, forse erano già pronti: erano quelli che venivano a sentire i miei amici suonare. Era una sorta di underground romano a cui piaceva quel tipo di cose. È stato subito un successone e si è allargato”.
Il ricordo più bello di quei tempi?
“Niente, glielo giuro, perché mi metteva ansia. Io lo facevo perché volevo che succedesse una cosa: che qualcuno mi vedesse. Ed è successo così”.
E dopo Costanzo cosa è successo?
“Da lui ho detto che avevo il sogno di fare l’attore. Ricky Tognazzi e Simona Izzo guardavano la trasmissione, stavano preparando il loro, e poi mi hanno chiamato a fare Ultrà”.
Il primo film: come fu il set?
“Una meraviglia. Non ricordo paura o ansia. Vivevo dentro una cosa divertente, appassionante, emozionante. Del primo film non ricordo niente di negativo. Poi dal secondo arriva un po’ più di ansia, un po’ più di pensieri. Il primo era totale incoscienza e gratitudine. Vinse una sorta di Oscar Europeo, a Berlino. Mi diede molto, mi diede convinzione: mi ha fatto credere che potevo farlo davvero”.
Il secondo film invece?
“Pugni di rabbia. E già dal secondo avevo un po’ più di consapevolezza: niente di pesante, però più pensiero. Meno spensieratezza”.
Un provino che ricorda in modo speciale?
“Quello per Il branco… ricordo curiosità ed emozione fortissima, perché Marco Risi era già una conquista enorme. Il personaggio non era facile. Dopo il provino Marco si è alzato, mi ha abbracciato: è la cosa più bella che ricordo dei provini”.
Quel film fece discutere.
“Sì, molto. Fu osteggiato, criticato. Era raccontato dal punto di vista dei criminali più che delle vittime: una scelta artistica. Era tratto da una storia vera. Le vittime erano come oggetti, come comparse: è una cosa che dà fastidio. Era molto duro, molto crudo. Capisco che non sia stato accolto bene da tutti, però è un bel film”.
Di quali film o interpretazioni è più orgoglioso, o comunque più contento?
"Sono contento dell’ispettore Belli di La squadra. Sono contento anche di Immaturi. “Orgoglioso” lo sarei se facessi qualcosa di molto più complesso e complicato che va bene. Per ora sono contento”.
E per quali ruoli la fermano di più?
“Distretto di Polizia. Anche per altre cose, però il Distretto rimane”.
Il set più difficile?
“Difficile nessuno, mi trovo sempre bene. Voglio bene ad attori, lavoratori, registi: mai uno screzio. Fare l’attore è divertente. Però ho fatto un film che deve uscire, Il grande Boccia, in cui interpreto un regista degli anni Sessanta realmente esistito, Tanio Boccia considerato il peggior regista, l’Ed Wood italiano, lì è stato più difficile, abbiamo avuto difficoltà a portarlo avanti e a finirlo”.
Cosa le ha dato questo il personaggio?
“Tanta ansia, ma era colpa mia, perché penso di essere stato al massimo del peso fisico. Un ciccione enorme. Ero caduto nel mangiare, nel bere, nel non pensare a fare sport. Sono stato spesso grasso, ma in quel film tanto. E quello mi metteva a disagio”.
Quand’è che ingrassa e perché?
“Se avessi capito quello, sarei stato molto meno grasso nella vita. Non lo so. Mi piace molto mangiare. Se sto attento ok, ma se mi lascio andare e dico non me ne frega ingrasso parecchio”.
Il peso quanto condiziona nel lavoro di attore?
“Non credo che c’entri con i ruoli per cui mi hanno chiamato. Però, per una serie di ruoli, è importante anche avere attenzione su di sé, sulla salute. Non sto facendo body shaming, perché sono io il ciccione, ma è più giusto avere un’attenzione su se stessi, mantenere il corpo… perché se si vede che ti stai lasciando andare, non è bello. Io non ero un bel cicciottone sano e simpatico, si vedeva che mi stavo lasciando andare”.
Però è una cosa umana.
“Sì, è umano. Ma io parlo di bellezza nel senso di quello che trasmetti da dentro, se sei più sano. Io sono dimagrito tantissimo, sto benissimo, e prego Dio che non torni più. Per la vita, perché fa malissimo: pressione alta, diabete, possono uccidere. Io la pressione alta ce l’ho. Io spero di smettere davvero con certe cose, perché l’ho fatto tante volte: ho smesso e poi ho ricominciato. Spero che questa sia l’ultima volta, chiusa. Non mi fido più di me stesso”.
Adesso sta lavorando a qualcosa?
“Ho fatto una partecipazione a La sera a Roma Con Enrico Vanzina, tratto da un suo libro. È una vita che lavoro con lui, anche da sceneggiatore dei film di Carlo. È un amico. Interpreto un giornalista. Poi ho fatto un film particolare, difficile da girare. Un confronto tra due politici, di destra e sinistra, una storia tragicomica, Belve Feroci. Sono il politico di sinistra che si vede è stanco non ce la fa più, svacca sul politicamente corretto, sembra più a destra dell’altro. Col ritmo giusto, abbiamo girato come a teatro, 40 pagine al giorno a memoria – è un film che può funzionare”.
Lei è appassionato di politica?
“No”.
Quali sono le sue passioni?
“La Roma. Oggi va bene: ieri abbiamo vinto. Però abbiamo bisogno del mercato che si è aperto adesso e dobbiamo aggiustare parecchi punti della squadra”.
Il ricordo più emozionante della Roma della sua vita?
“In negativo: i più grandi pianti Roma-Liverpool e Roma- Lecce L’ultima grande emozione: Mourinho e la Conference league. Ancora prima Roma-Barcellona con Di Francesco: abbiamo ribaltato il risultato del Barcellona. Ero allo stadio con mio figlio: una serata meravigliosa”.
Che padre è?
“Innamorato, sicuramente. Però chissà se sono giusto o ingiusto: me lo chiedo”.
Quanti anni hanno i suoi figli?
“Il grande ha vent’anni, la seconda 13. Li amo, li adoro. Forse sono troppo permissivo, troppo “moscio”, però per fortuna c’è mia moglie che bilancia in modo molto intelligente. Il grande studia architettura ma lavora anche, l’ho portato con me sull’ultimo film, Belve feroci: ha fatto il runner, mi faceva da autista e stava in produzione. Gli piace darsi da fare, ma la cosa principale è che studia all’università”.
Con quali colleghi è rimasto più legato?
“Adesso mi vedo con quasi nessuno, però il mio miglior amico nel cinema è Claudio Amendola. E poi Marco Giallini: siamo stati molto amici, lo siamo tuttora. Con Claudio tante risate, da quando ci siamo incontrati su Ultrà. E con Giallini ricordo un film, che abbiamo fatto, che ha avuto poca fortuna, però è un bel film: L’anno prossimo. Vado a letto alle dieci. Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Claudia Gerini, Luca Zingaretti: tante notti insieme. Era estate, sembrava di stare in vacanza insieme. Bellissimi ricordi”.
Ha avuto periodi in cui non lavorava più e ha avuto paura?
“No. Perché sono stato fortunato. Ho cominciato subito con il cinema, con un film importante, e non ho mai smesso di lavorare. Dopo Distretto arrivava una quantità enorme di cose simili: poliziotti. E lì per parecchio tempo sono stato io a dire di no a tantissime cose. Subito dopo, è arrivata una nuova fase. Adesso arriva in tv I Cesaroni l’ 8 marzo”.
Che avventura è stata entrare in questa famiglia artistica?
“Emozionalmente è una cosa importante. Una cosa talmente forte e consolidata, con un pubblico innamorato, che avevo paura di due cose: del pubblico e del fatto che mancavano alcuni grandi attori. Uno su tutti, purtroppo, Antonello Fassari, E stavolta non c’è neanche Max Tortora. Attori straordinari, personaggi amatissimi. Avevo paura che qualcuno pensasse che fossi entrato per prendere un posto: non è assolutamente così. Non lo farei mai, non mi permetterei, non sarei in grado di prendere il posto di nessuno. La paura è che la gente pensi “è entrato al posto di quello”, e posso solo perdere, perché quei personaggi sono consolidati”.
Chi è il suo personaggio?
Non è “un Cesaroni”, ma è il consuocero di Claudio Amendola. Sono nonni tutti e due dello stesso bambino: uno da parte del padre e uno da parte della madre. All’inizio è un po’ uno scapestrato, uno che si è sempre arrabattato, è stato pure carcerato, uno un po’ così. Però poi si rivela una persona profondamente buona. E devo recuperare il rapporto con la figlia: lì c’è una parte di storia bella”.
Perché secondo lei il pubblico è così affezionato a lei?
“Perché probabilmente rivedono loro stessi. Vedono una semplicità, una possibilità in più, a differenza di tanti belli, magri, alti. Io sono uno di loro. Anche culturalmente mi sento uno di loro. Quindi vedono uno di loro che, in una piccola parte di vita, ce l’ha fatta. Non è proprio così, però a livello lavorativo faccio il lavoro che amo e vivo con quello”.
Che cosa si augura, che cosa spera, che cosa vorrebbe come regalo per quest’anno?
“Sempre solo la salute, per i miei figli e i miei cari. Per il resto non me ne frega niente: ciò che deve venire, venga”.