corriere.it, 8 gennaio 2026
La crisi dei musei si può superare copiando Netflix
I grandi musei del mondo perdono pezzi. Nel caso del Louvre letteralmente, tra furti, scioperi e allagamenti. La Tate registra un calo di presenze, soprattutto tra i giovani, con un crollo recente del 41 per cento, nella fascia di visitatori tra i 16 e i 24 anni. Occorrono nuovi modelli di sviluppo e stratagemmi per riconnettersi alla Generazione Z. Qualche novità, in questo senso, arriva dai Paesi Bassi. Il Rijksmuseum di Amsterdam ha da poco rinnovato il proprio sito e lanciato la “nuova” collezione permanente online. È difficile calcolare quante ore di filmati (Stories) siano state realizzate, editate e messe a disposizione di chiunque sul pianeta possa contare su una buona connessione internet. Certamente centinaia. Il punto di partenza al quale si è ispirato Peter Gorgels, responsabile del dipartimento digitale del Rijksmuseum, è la serialità di Netflix. Per farsi un’idea, è sufficiente aprire la “guida” alla lettura visiva delle opere e della figura di Johannes Vermeer, affidata alla voce di Sir Stephen John Fry, attore, comico, scrittore e sceneggiatore britannico, caro amico di Hugh Laurie ed Emma Thompson. La sua “guida” riunisce tredici brevi racconti filmati, ciascuno dedicato a un dipinto di Vermeer, e un’introduzione, nei quali immagini ad alta risoluzione, fonti di archivio, storie, ricerca e irresistibile intrattenimento si integrano senza soluzione di continuità.
A sostegno della mostra attualmente in cartellone, A casa nel XVII secolo, il Rijksmuseum ha viceversa ingaggiato l’attrice Helena Bonham Carter, la cui voce e il cui humour – deliziosi – accompagnano il visitatore nella lettura visiva e storica della Casa delle bambole di Petronella Oortman, il capolavoro in miniatura, ora digitalizzato, dal quale la mostra prende abbrivio, la stessa Casa delle bambole cui si è ispirata Jessie Burton per il suo bestseller, Il miniaturista (Bompiani).
Lo straordinario sforzo del Rijksmuseum è la punta di diamante dell’ambizioso progetto avviato dal Ministero della Cultura e dell’Educazione dei Paesi Bassi, la digitalizzazione completa e interoperante dell’intero patrimonio di musei, biblioteche, archivi, collezioni di ogni epoca e natura presenti entro i propri confini. È stata creata una rete coordinata di istituzioni culturali, il Netwerk Digitaal Erfgoed (NDE), cui sono stati messi a disposizione standard comuni e infrastrutture tecnologiche all’avanguardia. A questo titanico cantiere virtuale ha guardato il nostro Ministero della Cultura nel momento in cui, attraverso la Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali ha deciso di avviare uno scambio – che ha chiamato Digital Heritage Explorer e affidato a Dicolab-Cultura al digitale – che ha permesso e permetterà a direttori, conservatori, bibliotecari, operatori dei più diversi luoghi della cultura di confrontarsi con gli avanzatissimi nederlandesi in materia di Digital Heritages.
Va detto che il confronto è impari. E che il Rijksmuseum ha preso a modello non solo Netflix, ma anche il Metropolitan di New York, che mette a disposizione dei propri visitatori virtuali Series (la fantastica The Artist Project è giunta alla sesta stagione), film d’archivio, podcast, e circa 406mila immagini delle proprie collezioni in Public Domain. Ma il Met non si è (ancora) spinto a ingaggiare una star. È un intrattenimento costoso? A chi naviga non costa nulla, ma al Rijksmuseum costa parecchio. Senza contare che le raccolte non sono digitalizzate una volta per tutte, ma ridigitalizzate allorché si impongano nuovi standard. Tant’è che, modificato l’approccio produttivo Netflix, il Rijksmuseum si è rivolto all’intelligenza artificiale (e in futuro, così ha annunciato, non disdegnerà il ricorso all’IA generativa). Ha introdotto un interfaccia, alimentato da Open Linked Data, che permette la ricerca e l’esplorazione di migliaia di pagine tematiche generate automaticamente. Per esempio: vi si siete stancati di Vermeer e, per dirne una, amate i cani? Dal sito del Rijksmuseum potete selezionare e scaricare gratuitamente, anche per uso commerciale, centinaia di immagini dei migliori amici dell’uomo dipinti e scolpiti. “Art Explorer”, invece, invita i visitatori a rispondere a domande, a suggerire collegamenti anche stravaganti, a raccontare le proprie storie (visive). Cosa che è possibile fare attingendo anche al database di un colosso come la Fondazione Europeana, la quale collabora con 43 aggregatori, 3.700 tra biblioteche, musei e archivi e fin d’ora mette a disposizione 61 milioni di documenti. O alle sterminate raccolte dell’avveniristico Istituto olandese per il suono e l’immagine di Hilversum (www.beeldengeluid.nl), leader nel campo della cultura mediatica e dell’archiviazione audiovisiva, il posto migliore, fisico e virtuale, dove scoprire «cosa possono fare i media con te e a te, e cosa tu puoi fare con i media».
In Italia, l’Egizio di Torino rende disponibili, scaricabili e riutilizzabili, quattromila dei circa 40 mila oggetti della sua collezione e cinque visite virtuali. L’avatar virtuale della Biblioteca Estense di Modena, ovvero la Estense Digital Library, ha digitalizzato ottomila documenti antichi con lo standard IIIF (International Image Interoperability Framework), che permette di riprodurre, annotare, comparare, creare liste e storie.
La Biblioteca Reale dell’Aja (KB), ha avviato la digitalizzazione dei suoi 122 chilometri di scaffali di documenti cartacei, per un totale – al momento – di 3,5 milioni di libri, 739mila periodici e 118mila quotidiani. Marg van der Burgh, responsabile della rete patrimonio culturale, spiega che, non paga di questo, la KB ha messo in rete anche 7,9 milioni di oggetti digitali e 23mila siti, in questo ultimo caso ricorrendo a un criterio di selezione piuttosto empirico: devono somigliare a “pubblicazioni”. Come l’ha fatto? Ha usato Web Curator Tool (Wct), un software sviluppato in Nuova Zelanda.