corriere.it, 8 gennaio 2026
Dal Marocco all’Everest, l’alpinista con il velo. “Allah mi protegge lassù”
Certo che avevo paura, non sapevo nulla di come si scala una montagna e non avevo mai raggiunto un’altezza simile. Ma quando sono arrivata in cima al Kilimangiaro mi sono sentita forte e felice. Mi sono detta: non voglio fermarmi qui».
Bouchra Baibanou è nata in Marocco, a Rabat. Vive a due passi dal mare, ha 56 anni, una figlia di 20, è ingegnere informatico, indossa il velo e prega cinque volte al giorno. Nulla nella sua vita è legato alla montagna, se non forse qualche jinn, gli spiriti che si dice abitino la catena dell’Atlante, dove Bouchra ha indossato per la prima volta gli scarponi.
«I miei nonni vivevano lì vicino, a Marrakech. Da piccoli andavamo a trovarli per le vacanze e a 15 anni ho partecipato a un campo estivo in cui era prevista un’escursione nella natura». Oggi Baibanou ha completato la sfida dei Seven Summits: ha scalato le sette vette più alte di ciascun continente, Antartide incluso. È stata la prima donna del Nord Africa. «Forse le donne musulmane non sono libere di raggiungere i loro sogni?» sorride sicura.
Tra il campo estivo a 15 anni e il Kilimangiaro a 42 c’è tanta strada. Come è andata?
«Nel 2011 mio marito e io avevamo deciso di andare in pellegrinaggio alla Mecca. Avevamo risparmiato per anni. È vero che sono ingegnere, ma all’epoca avevo un impiego nel settore pubblico dove la paga non è alta. Per ottenere il visto per la Mecca si procede ogni anno a un sorteggio, e noi non siamo stati fortunati. Ci siamo rimasti malissimo, ma avevamo tempo e risparmi. Così abbiamo deciso di andare sul Kilimangiaro. Ovviamente non pensavamo di poter arrivare fino in cima, invece è stato più facile e bello del previsto. Ci hanno parlato dell’impresa dei Seven Summits. Ero così entusiasta che ho sentito di doverlo fare».
E suo marito?
«Non era tentato quanto me e le spese per scalare sono alte. Ma mi ha sempre incoraggiato, a differenza di altri che mi puntavano il dito contro. Dicevano che il posto per una donna è in famiglia, che non dovevo abbandonare la casa per periodi così lunghi. Io non gli ho mai dato importanza. Durante le spedizioni mio marito, mia madre e mia sorella si occupavano della nostra bambina con tutto l’amore di cui sono capaci».
Suo marito sembra un uomo speciale.
«Lo è, sono molto fortunata. Per la luna di miele avevamo scelto il monte Toubkal, sull’Atlante, che con 4.165 metri è la vetta più alta del Marocco. Gli ho detto che le montagne mi rendevano felice e avrei voluto continuare a frequentarle anche dopo il matrimonio. Lui mi ha detto sì. Mi ha anche incoraggiato quando non trovavo fondi dagli sponsor o mi sentivo troppo debole per tentare una nuova missione».
Sua figlia invece?
«Alle mie prime spedizioni aveva 5 o 6 anni. Piangeva moltissimo, non capiva perché la sua mamma la abbandonasse per periodi così lunghi. Ma ogni volta che tornavo passavo tanto tempo a raccontarle tutto, ogni tappa delle spedizioni, le mie emozioni. Oggi è molto fiera della sua mamma».
Alla Mecca siete poi riusciti ad andare?
«Sì, dopo aver concluso i Seven Summits. È come se Allah mi avesse aperto la strada verso l’alpinismo e solo dopo mi avesse permesso di andare da lui. In montagna lo sento spesso vicino. La sua protezione mi aiuta a superare la paura e i momenti più duri. Non sempre è facile pregare alle ore giuste, quando si è in marcia, ma io faccio del mio meglio per rivolgermi a lui cinque volte al giorno. La notte leggo qualche versetto sacro prima di addormentarmi e in vetta alzo sempre al cielo il Corano e la bandiera del Marocco».
Quali sono le sette vette che ha raggiunto?
«Dopo il Kilimangiaro il monte Elbrus nel Caucaso, la vetta più alta d’Europa, l’Aconcagua nell’America del Sud, il Denali in Alaska per l’America del Nord, il Carstensz in Papua Nuova Guinea per l’Oceania. Nel 2017 ho raggiunto l’Everest e infine sono salita sul monte Vinson in Antartide, la prima persona del Marocco ad arrivarci, inclusi gli uomini. Il re mi ha mandato un messaggio personale di congratulazioni. Mi ha reso felice sapere che mi conosce».
Quali sono stati i momenti più difficili?
«Il freddo sull’Everest, che mi ha lasciato alcune dita congelate. Sempre lì, una volta mi sono tolta gli occhiali perché erano pieni di ghiaccio e i raggi ultravioletti mi hanno accecato per alcuni giorni. Sul Manaslu, un altro ottomila dell’Himalaya, la mia spedizione è stata colpita da una valanga. Io per fortuna ero rimasta indietro, ma ho visto i miei compagni travolti e portati via dalla neve. Uno di loro purtroppo è morto».
Ora cosa fa?
«Ho scritto un libro, che per ora si trova solo in arabo e in francese e si intitola Mon Chemin vers les Sept Sommets du Monde. La mia storia è raccontata nel documentario al Qimma, la vetta in arabo. Da qualche anno ho lasciato il lavoro e ho fondato un’associazione per incoraggiare le ragazze del Marocco a seguire i propri sogni. Organizziamo escursioni sul monte Toubkal, carovane nel deserto alla scoperta dei villaggi meno noti. Spiego loro che non bisogna ascoltare i commenti degli altri, ma scoprire e realizzare i propri desideri. Mia figlia mi accompagna, anche se preferisce l’equitazione all’alpinismo».
La sua prossima impresa?
«Sono appena tornata da un ciclo di conferenze e da un trekking in Patagonia. Quest’anno vorrei ritentare il K2, dopo il fallimento dell’anno scorso. Le temperature erano molto alte all’inizio dell’estate. I ghiacciai fondevano rapidamente e c’erano continue cadute di massi. Ho saputo che un alpinista era morto e ho deciso di rinunciare. Ma mi sto allenando per provare di nuovo: due o tre ore al giorno di corsa o bici, pesi per mantenere la forza e yoga e pilates per l’equilibrio. Attraversare i crepacci di ghiaccio su una scala orizzontale richiede più abilità di quanto si possa immaginare».