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 2026  gennaio 08 Giovedì calendario

Nietzsche, il centauro in cattedra

Talpe o centauri? Friedrich Nietzsche non aveva dubbi, mentre rimuginava su cosa fare della sua vita. Le cose in effetti non erano andate come dovevano andare. La nascita della tragedia era uscita il primo gennaio 1872 e Nietzsche, fresco di nomina a Basilea, aveva festeggiato con Jacob Burckhardt («Una sbronza demoniaca», scriverà all’amico Erwin Rhode), convinto che il libro lo avrebbe presto consacrato nel firmamento degli antichisti.
La prima reazione fu un silenzio gelido e imbarazzato: dopo qualche tempo il silenzio fu rotto dalla violentissima stroncatura di un giovane studioso destinato a una carriera travolgente, Ulrich von Wilamowitz («Il signor N. ai suoi piedi raduni tigri e pantere, ma non la gioventù filologica della Germania!»). Ancora più lapidarie erano state le parole del grande Hermann Diels («Nietzsche è scientificamente finito»). Persino Friedrich Ritschl, il venerato maestro degli anni universitari, si era defilato con grande eleganza (privatamente i commenti erano stati peraltro spietati: «Farneticazioni di uno che ha sbevazzato», aveva scritto nel suo diario). Davvero, le cose non erano andate come previsto. E gli effetti si sarebbero presto fatti sentire: nel 1872 il seminario del semestre invernale fu annullato per mancanza di studenti («Che questa piccola università debba patire un danno per causa mia, questo mi è proprio difficile da sopportare», scriveva al solito Rhode). Nessun problema, l’università continuava ad appoggiarlo e prima o poi gli studenti sarebbero tornati (come infatti fu): «Riusciremo a sopportare tutto», continuava nella stessa lettera. Nietzsche non demordeva e intanto continuava a preparare le sue lezioni. Un primo volume di queste lezioni è stato ora pubblicato per i tipi di Adelphi nella prestigiosa edizione Colli-Montanari; il secondo seguirà presto.
È un libro prezioso: si dimentica in effetti con troppa facilità che quasi metà degli anni produttivi di Nietzsche (tra il 1869 e il 1878) furono occupati dall’impegno didattico: irregolare ma pur sempre fondamentale. La divisione troppo netta tra Nietzsche filologo e Nietzsche filosofo, del resto, non ha molto senso. Nietzsche non aveva nessuna intenzione di rinnegare il suo legame con il mondo antico né lo avrebbe fatto in seguito: impossibile liberarsi dei Greci. Il problema è però come trattarli, cosa fare di loro. Davvero quello di cui c’era bisogno erano talpe, sempre pronte a rivangare la stessa zolla di terra («E se una zolla è stata scalzata dieci volte, la scalzano e rimuovono per l’undicesima»)? Davvero l’unico scopo della scienza filosofica doveva essere quello di riprodurre all’infinito generazioni di studiosi tutti identici? Il modello per lui era un altro, quello dei centauri appunto, vale a dire studiosi-scrittori capaci di unire filologia e filosofia, e persino una sensibilità artistica. Come Francesco Petrarca o Giovanni Boccaccio, scrive influenzato da Jacob Burckhardt, o meglio ancora come Giacomo Leopardi, «l’ideale moderno di un filologo». Nietzsche aveva persino deciso di dedicare una delle sue Considerazioni inattuali a questo argomento; Noi filologi, si sarebbe dovuta intitolare.
La lettura dei corsi universitari, finalmente resi disponibili anche al pubblico italiano, costituisce allora uno strumento fondamentale per addentrarsi con discrezione nel laboratorio sempre magmatico e in continuo divenire di Nietzsche. Wilamowitz aveva pedantemente elencato tutti gli errori fattuali di Nietzsche, per sottolinearne l’incompetenza. È un’accusa gratuita, e questi corsi lo dimostrano: Nietzsche possedeva una conoscenza invidiabile del mondo antico, e greco in particolare, sotto tutti i punti di vista.
Un corso universitario non è certo il luogo ideale per sperimentare: eppure, come osserva acutamente la curatrice, Carlotta Santini, questi testi, nonostante la loro destinazione specificatamente didattica, rivelano numerosi e profondi legami con le intuizioni che ritroveremo poi nelle opere pubblicate. Così nel corso sulla letteratura greca egli riflette a più riprese sul carattere orale, e dunque musicale, del patrimonio letterario greco. Non siamo lontani dalla tesi più originale della Nascita della tragedia, che insisteva appunto sull’elemento musicale e dionisiaco come momento di incubazione della tragedia. Ma lo sguardo di Nietzsche è ormai proteso in nuove direzioni, lasciandosi alle spalle le arie fumose e metafisiche degli anni wagneriani: ancora più interessante è allora l’ultimo corso, Il servizio divino dei Greci, in cui Nietzsche insegue intuizioni che vanno ben oltre il campo della filologia. L’analisi antropologica e comparativa della religione greca e delle altre religioni del bacino mediterraneo rivela un Nietzsche positivista e naturalista (per l’irritazione di Richard Wagner), che azzarda ipotesi audaci, sempre più radicali. Non c’è alcuna specificità greca, nessun miracolo da celebrare, e nessuna razza eletta da difendere, perché i Greci sono orientali. Alcuni culti più arcaici sembrano suggerire un’origine mongola; fenicia è la provenienza di Afrodite, e semita quella di Zeus.
Sono ipotesi audaci, che Nietzsche raccoglie pazientemente, quasi si divertisse a provocare. Il punto è sempre lo stesso: la negazione di ogni forma di purezza, perché ovunque tutto è contaminazione. «Che cosa sono i “Greci di razza”? Non basta supporre che Italici, accoppiati a elementi traci e semitici, sono diventati Greci?». La grandezza dei Greci non dipende dal loro presunto isolamento, culturale o razziale, insomma: al contrario, la loro grandezza è proprio nella capacità di aprirsi, assorbendo gli influssi che arrivano dalle altre civiltà, tutto mischiando e tutto trasformando.
Non ci potrebbe essere eresia peggiore per una civiltà come quella europea, che si crogiolava nel culto delle proprie radici greco-cristiane per distinguersi dal disordine orientale – che nel culto della Grecia antica s’illudeva di celebrare la propria superiorità. Perché la lezione della Grecia conduce nella direzione opposta: oltre i confini nazionali, a scuola dallo straniero. Nei corsi universitari Nietzsche mantiene sempre un atteggiamento scientifico, distaccato: ma le implicazioni di queste tesi diventeranno esplicite nelle opere che inizia a pubblicare, a partire da Umano troppo umano (1878). Basta con Wagner, e i nazionalisti esagitati («Essere buon tedesco significa stedeschizzarsi»), quello che serve è una nuova idea di Europa. È finalmente arrivato il tempo dei «buoni europei» («I ricchi, gli stracolmi!»), che sanno andare oltre gli angusti confini nazionali, così come avevano fatto i Greci, capaci di appropiarsi di tutto e di trasformare tutto in «qualcosa di più bello»: «Bisogna che impari a pensare in modo più orientale. Visione complessiva orientale dell’Europa», recita una nota del 1884. Nietzsche è ormai entrato in guerra contro tutto e tutti.
A complicare le cose, però, sono i problemi di salute: le lettere di quegli anni sono costellate di riferimenti a malattie che rendono sempre più difficile la preparazione dei corsi e l’insegnamento in classe. Anche per questo nel 1879 Nietzsche maturerà la decisione di lasciare l’università, scegliendo una nuova vita, in movimento verso il sud, il mare, l’Italia.
Gli anni dedicati all’insegnamento non erano trascorsi invano, però, visto che il viaggio verso sud è sempre un viaggio verso i Greci – verso questi nuovi Greci e verso questa nuova Europa, solare e impura: «Riscoprire in sé il Sud e tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud; riconquistare la salute meridionale… diventare più vasti, più sovranazionali, più europei, più sovreuropei, più orientali, infine più greci». Si avvicina il tempo di Zaratustra.
Ma l’amore per la propria disciplina è duro a morire. E così, il cantore dei centauri, proprio mentre iniziava questa nuova vita, si lanciava nell’elogio più bello delle talpe. È la prefazione di Aurora (1886), dove Nietzsche celebra trionfalmente la sua nuova filosofia: «In questo libro troviamo all’opera un “essere sotterraneo”, uno che perfora, scava, scalza di sotterra». Una talpa, insomma, che sa scavare lentamente e che proprio per questo vede quello che gli altri, sempre di corsa, non riescono a vedere – le illusioni con cui cerchiamo di proteggerci dalla vita: «Noi siamo amici del lento, tanto io che il mio libro. Non per nulla si è stati filologi e forse lo siamo ancora. Filologia, infatti, è quell’onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento… e proprio per questo fatto oggi è più necessaria che mai, nel cuore di un’epoca del “lavoro”, intendo dire della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuole “sbrigare” immediatamente ogni cosa: per una tale arte non è tanto facile “sbrigare” qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e occhi delicati…». Talpa o centauro, ne aveva capite di cose il professor Nietzsche.