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 2026  gennaio 08 Giovedì calendario

Iran, proteste in più di cento città. Il regime risponde con le esecuzioni

Decine di persone giustiziate in meno di due settimane. È così che gli ayatollah ricordano agli iraniani che cosa sono capaci di fare. Giustiziano i «criminali comuni» per ricordare al popolo che protesta come si può finire se si disubbidisce alle leggi del regime. «Non abbiamo più paura», urla chi insorge per le strade. La nuova rivolta partita dai bazar di Teheran per le condizioni economiche disastrose di un Paese al collasso è al suo dodicesimo giorno. Si continua a scioperare e protestare a Teheran, Mashhad, Shiraz, Isfahan, nel Kurdistan iraniano. Oltre cento città coinvolte. Ventisei province su 31. Più le proteste si allargano, più la repressione si fa brutale. Il presidente cosiddetto riformista Massoud Pezeshkian ha intimato alle forze di sicurezza di «non intraprendere alcuna azione» contro i manifestanti pacifici, distinguendo loro dai «rivoltosi», come aveva suggerito nei giorni scorsi anche la Guida suprema Ali Khamenei. Ma «chi imbraccia pistole, coltelli e machete contro commissariati e basi resta un teppista».
Sul fronte opposto, il capo dell’esercito, il generale Amir Hatami, ha brandito la minaccia d’un intervento militare preventivo, in replica alle parole di Trump che si è detto pronto a entrare in scena se il regime continua a massacrare civili nelle piazze. Per Hatami, «la Repubblica Islamica vede in questa retorica anti-iraniana una minaccia pura e non starà a guardare senza rispondere».
Ieri, a Lordegan, 455 chilometri a sudovest di Teheran, ci sono stati scontri armati con la polizia, dove si segnalano due morti tra gli agenti e 30 feriti, dice l’agenzia di stampa iraniana Fars: «Pietre sulle forze dell’ordine, poi armi da fuoco». A Bojnourd, sempre l’agenzia racconta che «i rivoltosi hanno preso a sassate la moschea Imam Khomeini, frantumando vetrate e dato fuoco a una libreria di Corani: “Tutti i libri in cenere”. “Un iraniano muore ma non si umilia!”». Internet singhiozza ma rimane il luogo in cui si mappano i luoghi dell’insurrezione. Dove si annotano gli slogan – «morte al dittatore», «Iran libero», «vogliamo Pahlavi», – e dove si cerca di tenere aggiornato il numero dei morti, dei feriti, degli arrestati: 39, centinaia, quasi 2.000.
C’è un messaggio che arriva dagli Stati Uniti. Dall’influencer americana di estrema destra Laura Loomer che prova a dare un consiglio a Donald Trump: «Il presidente», scrive su X, «dovrebbe invitare Reza Pahlavi nello Studio Ovale, e dovrebbe invitare anche Elon Musk che in quell’incontro dovrebbe annunciare Starlink gratis per il popolo iraniano fino alla caduta della dittatura».