Corriere della Sera, 8 gennaio 2026
Le riserve più grandi, le strutture peggiori: l’oro nero dell’Orinoco verso le «Big Oil» Usa
Oltre 303 miliardi di barili di riserve di petrolio, le più alte di tutto il mondo, ma impianti talmente obsoleti e trascurati da non essere in grado di sfruttarle appieno. È la situazione del Venezuela: avere un tesoro sotto terra, di cui tutti conoscono l’esistenza e su cui ora gli Stati Uniti vogliono mettere le mani. Facendo i conti, alle quotazioni di questi giorni del petrolio scambiato a New York intorno a 58 dollari, sono giacimenti che custodiscono oltre 17 mila miliardi di dollari di ricavi, al lordo dei costi di estrazione e vendita.
La terra dell’oro nero venezuelano si chiama Orinoco, una regione vastissima e ricchissima di idrocarburi. Gas e petrolio. Un greggio però difficile da estrarre perché molto denso e pesante. «Tanto che – spiega l’esperto Salvatore Carollo – servono mini-raffinerie in loco per iniettare nel pozzo gasolio. Il greggio già mescolato al gasolio è fluido e adatto per essere trasportato via tubo». Per rifare gli impianti e avere infrastrutture avanzate servono soldi, tanti. E il Venezuela, in grave crisi economica a causa delle sanzioni sul petrolio imposte dagli Usa, non li ha. Una prima serie di misure imposte dal 2014 e un ulteriore inasprimento hanno impattato sull’industria venezuelana e sulla capacità di fare investimenti. Che la compagnia statale Pdvsa (Petroleos de Venezuela SA) non ha.
Caracas da anni produce così meno delle sue potenzialità: circa un milione di barili al giorno, spesso meno. E vende oltre l’80% del greggio estratto alla Cina. Quando Hugo Chávez arrivò al potere, nel 1997, impose alle compagnie straniere di operare con nuove società in partnership con Pdvsa, che ne aveva il controllo. Alcune major decisero di andarsene, come ConocoPhillips ed Exxon.
La dittatura di Nicolás Maduro ha peggiorato la situazione: oggi c’è solo una compagnia straniera autorizzata da Washington a operare in Venezuela: l’americana Chevron. Nel 2022, l’Ufficio del Tesoro per il controllo dei beni stranieri ha concesso alla major statunitense licenze speciali per riprendere le esportazioni dalle sue joint venture venezuelane. Nell’ottobre 2025, la società ha ricevuto una nuova autorizzazione per produrre petrolio e oggi estrae quasi un quarto della produzione totale del Venezuela.
Dunque, un tesoro intrappolato sottoterra. Che Donald Trump ha dichiarato essere suo. E che sta andando a prendere. Ma ci vorrà qualche anno perché il Venezuela possa aumentare la produzione da 1 a quei 3-4 milioni di barile al giorno che ha come potenziale. Il presidente Usa potrebbe incontrare già domani alla Casa Bianca i rappresentanti delle tre maggiori compagnie petrolifere statunitensi per discutere di investimenti significativi nel settore petrolifero venezuelano. Lo ha rivelato ieri il Wall Street Journal. Si prevede che all’incontro parteciperanno rappresentanti di Chevron con ConocoPhillips, Exxon Mobil e altri alti dirigenti del settore.
Anche l’Eni ha interessi in Venezuela. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha cominciato a operare nel 2015 nel settore del gas. Nonostante le sanzioni, nel 2022 aveva ottenuto da Washington un permesso per continuare a ricevere petrolio da Pdvsa come pagamento per il gas che estrae nel Paese attraverso la joint venture «Carbon IV» con la spagnola Repsol, ma questo permesso è stato revocato a marzo 2025. E sta cercando soprattutto di ottenere i quasi tre miliardi di dollari di crediti che vanta con Pdvsa. Eni è presente in Venezuela anche in altre due partnership con Pdvsa: Petrosucre (dove ha il 26%) e Petrojunin (al 40%). Ieri il titolo ha perso oltre il 4% in Borsa in una giornata di calo generale per il settore a causa delle incertezze in Venezuela.
Ma l’affondo di «Big Oil» non si limita al petrolio venezuelano. Di ieri l’indiscrezione, rivelata dal Financial Times e confermata da Reuters, di una imminente acquisizione delle attività estere del colosso energetico russo falcidiato dalle sanzioni, privato e quotato a Londra, Lukoil. E chi compra? Due gruppi Usa, il fondo di private equity Quantum Energy Partners e ancora una volta Chevron.