il Giornale, 7 gennaio 2026
Teatro, feste, dadi e "turcherie". L’altro Settecento di Casanova
È una duplice mostra quella che la Galleria di Palazzo Cini e la Fondazione Giorgio Cini dedicano a Giacomo Casanova (1725-98) a 300 anni dalla nascita. I rispettivi titoli, Casanova e Venezia e Casanova e l’Europa. Opera in più atti (fino al 2 marzo 2026, Catalogo Marsilio Arte) manifestano l’ambizione di ricordare da un lato lo stretto legame che unì l’avventuriero veneziano alla sua madrepatria dall’altro il ruolo che la Serenissima ebbe nel Vecchio continente anche in quel Settecento che la vide imboccare la strada della definitiva decadenza e dove l’Europa, curiosamente, ma non troppo, vede un suo prolungamento in quella Costantinopoli del Corno d’Oro che a lungo era stata nemica, avversaria e concorrente della città dei Dogi
Il cognome Cini rimanda del resto a una figura che non avrebbe sfigurato né nel Rinascimento fiorentino né nel Seicento veneziano o nelle Memorie casanoviane, quel Vittorio Cini (1885-1977), imprenditore e uomo politico dell’Italia novecentesca, gran signore, appassionato di arte e di libri, l’ideatore, con il conte Volpi di Misurata, della prima mostra cinematografica al mondo, quella Mostra del Cinema di Venezia che ancora oggi, annualmente, si tiene al Lido.
La fondazione Cini porta il nome di Giorgio, il figlio primogenito amatissimo di Vittorio e di Lydia Borelli, diva del muto e bellezza incendiaria che incantò una giovanissima svedese che si chiamava Greta Garbo. A 25 anni Giorgio salvò il padre, arrestato e deportato a Dacau dopo l’8 settembre del 1943. Ministro dimissionario prima del Gran Consiglio, Cini vide nel fascismo un modo di essere italiano. Caduto Mussolini, smise di essere fascista, non divenne antifascista, rimase italiano. Un fastidio per tutti, un’utilità per nessuno. Come il figlio l’abbia riportato a casa è ancora un mistero. Sembra che arrivasse in Germania alla guida di un camion pieno di opere d’arte. Ripartì col padre a bordo di un aereo vuoto da lui pilotato. Il volo era la sua grande passione, in volo troverà la morte, una giornata di sole sulla Costa Azzurra, una manovra spericolata per salutare sulla spiaggia un’attrice sua amica, Merle Oberon, l’eroina del film L’eterna armonia, l’aereo che perde quota e si schianta. Aveva appena trent’anni. Lydia Borelli incanutì di colpo, Vittorio Cini cercò di esorcizzare quella perdita dandole un senso e rivestendola di un significato: nel 1951 verrà inaugurata la Fondazione Giorgio Cini che, allora come ora, resta un fiore all’occhiello dell’Italia in Europa, un luogo dove tutto respira calma, ascetico lusso e voluttà, la chiesa a croce latina concepita dal Palladio, lo scalone monumentale a due rampe del Longhena, la biblioteca opera lignea di Franz Puc, il dormitorio e il chiostro quattrocentesco del luganese Giovani Buona, il Teatro verde e i giardini con le loro siepi di mortella e di magnolie e, di là dal mare, bagnata di luce, Venezia, raggiungibile eppure irreale. Quale miglior cornice Casanova avrebbe potuto avere?
Qui dunque è allestita la mostra del Casanova «europeo», ma forse è meglio partire prima dall’altra esposizione, quella nel cinquecentesco Palazzo Foscari affacciato sul Canal Grande e che dal 1919 sino alla morte fu l’abitazione privata di Vittorio Cini e poi la casa-museo che è oggi e che ospita altresì la più importante collezione di arte antica del Novecento italiano, secondo il giudizio di Federico Zeri.
È questo il luogo scelto per celebrare la giovinezza di Casanova veneziano, accanto ai Canaletto e ai Guardi della collezione Cini e con al centro del salone principale e lungo tutto il percorso della mostra i fogli che compongono L’album di caricature di Antonio Maria Zanetti il Vecchio (1680-1767). Si tratta di 350 disegni che raccontano l’humus sociale e culturale di cui Casanova si nutrì fin dall’infanzia: padroni e servitori, gente di teatro e abati, preti e Nozzoli, artisti. E ancora: copisti, compositori, maestri di musica e tutto quel mondo del tetro e del melodramma che, da figlio di attori, da violinista e più tardi da aspirante impresario teatrale Casanova frequentò per tutta la vita e poi raccontò nelle Memorie. Tra le caricature brillano quelle di Farinelli, il più celebre «castrato» del suo tempo, di «Senesi», al secolo Francesco Bernardi, suo rivale, di Lucia Facchinelli, detta la «Beccheretta»... Tutti, in un modo o nell’altro, sono «viaggiatori», come del resto lo sono gli artisti che impreziosiscono con le loro tele le pareti della mostra: Canaletto, una sorta di ideale ambasciatore fra Venezia e l’Inghilterra, Rosalba Carriera, «prima pittrice d’Europa» a detta dei suoi ammiratori inglesi, i Tiepolo, padre e figli, di casa alla corte imperiale di Madrid...
Nella penultima sala, le Sfilate dei carri allegorici in piazza San Marco in onore dei conti del Nord, di Francesco Guardi, il Teatro San Samuele di Gabriele Bella, le vedute «mondane» e scenografiche di Bibiena, Gliari, Gonzaga (atri, padiglioni, orti e cortili) rimandano a quella metropoli della festa, della finzione in maschera e della mondanità che Casanova assaporò a tal punto da finire nella prigione dei Piombi e che Voltaire definirà «l’esile de la liberté».
A San Giorgio il teatro ritorna in scena come elemento che è insieme malinconico e beffardo. Siamo ormai nel 1780, Casanova è rientrato in patria da quattro anni, dopo i diciotto che ha speso in giro per l’Europa. È stato ufficialmente nominato «informatore di Stato», ovvero fa la spia per conto del governo: chi parla male del governo, chi fornica senza decenza, chi fa discorsi indecenti, chi mette in scena opere disdicevoli... Allo stesso tempo però ingaggia degli attori francesi per recitare Zaire, la fortunatissima tragedia di Voltaire, opera antireligiosa come poche. Da un lato delatore, dall’altro impresario proprio delle «empie produzioni» dello scrittore francese. Ma anche la musica ha il suo spazio, Vivaldi, naturalmente, e poi le incursioni novecentesche di Gianfrancesco Malipiero a proposito dei rapporti fra Casanova e la musica e, più singolarmente, la musica ottomana, le cosiddette «turcherie», una sorta di Oriente dell’Occidente, vero e proprio fenomeno di costume.
C’è poi ancora spazio per quell’insieme fra esoterismo, occultismo, magia nera e giochi d’azzardo che furono un punto ricorrente nella vita del Casanova europeo e in cui si rifletteva l’altra faccia del secolo dei Lumi, tanto illuminato e razionale quanto percorso da timori e paure verso un futuro, imprevisto e però minaccioso, che si andava prospettando all’orizzonte: la Rivoluzione francese e la fine di un mondo.