lastampa.it, 7 gennaio 2026
Venezuela, l’oro nascosto di Maduro: miliardi tra Svizzera e Londra
L’intervento delle forze speciali statunitensi in Venezuela potrebbe avere ripercussioni non solo sul controllo del petrolio, ma anche sulle enormi riserve d’oro del Paese. Tra il 2013 e il 2016, nei primi anni della presidenza di Nicolás Maduro, il Venezuela ha spedito in Svizzera oro per un valore di circa 4,14 miliardi di franchi svizzeri (5,20 miliardi di dollari), per un totale di 113 tonnellate. L’oro proveniva direttamente dalla banca centrale venezuelana ed era destinato a tenere a galla l’economia nazionale. Dal 2017, quando sono scattate le sanzioni dell’Unione Europea, le esportazioni verso la Svizzera si sono interrotte completamente, fino al 2025.
Ma c’è un altro tesoro bloccato: almeno 1,95 miliardi di dollari in lingotti di proprietà dello Stato venezuelano sono ancora congelati nei caveau della Bank of England a Threadneedle Street, il secondo deposito d’oro più grande al mondo dopo quello della Fed di New York. Si tratta di circa il 15% delle riserve totali in valuta estera del Venezuela, e il loro valore oggi è probabilmente molto più alto rispetto alle stime del 2020, considerato che il prezzo dell’oro è raddoppiato.
Nel 2020 il Venezuela ha fatto causa ai tribunali londinesi per recuperare le riserve, sostenendo di averne bisogno per finanziare le misure contro la pandemia di Covid.
Secondo SRF, l’oro trasferito in Svizzera è stato probabilmente inviato per essere raffinato, certificato e poi rivenduto. La Svizzera è uno dei principali centri mondiali di raffinazione dell’oro, con cinque grandi raffinerie sul suo territorio. La banca centrale venezuelana ha dovuto vendere parte delle proprie riserve per far fronte alle sanzioni statunitensi e procurarsi valuta estera. «Tra il 2012 e il 2016 ci sono state vendite forzate su larga scala. Gran parte di quell’oro sarà finito in Svizzera», ha spiegato Rhona O’Connell, analista di StoneX. «Successivamente potrebbe essere rimasto presso controparti finanziarie oppure essere stato venduto in piccoli lingotti in Asia o altrove».
Nel 2017 è avvenuto un crollo dei movimenti tra il Venezuela e la Svizzera: «Probabilmente le esportazioni sono cessate perché la banca centrale aveva semplicemente esaurito l’oro», ha concluso O’Connell.
Il Venezuela custodisce enormi ricchezze aurifere, ma gran parte di queste rimangono sepolte e inesplorate. Secondo il CSIS (Centro per gli studi strategici e internazionali), nel sottosuolo venezuelano potrebbero esserci circa 2.343 tonnellate d’oro ancora da estrarre. Quasi un terzo di queste riserve si concentra in un solo sito: Siembra Minera, un progetto che è ancora fermo agli studi preliminari.
La situazione delle miniere è emblematica del declino del settore: sono all’incirca 24 le miniere d’oro censite nel Paese, 19 sono completamente inattive, 3 sono sospese temporaneamente e solo 2 sembrerebbero operative. E anche tra queste ultime, la miniera di Choco pare lavorare a ritmi ridottissimi. Lo Stato controlla tutto: 11 delle 20 miniere più grandi appartengono alla Corporación Venezolana de Guayana (CVG), la holding pubblica venezuelana. Siembra Minera, la più grande in assoluto, è invece gestita come joint venture tra il governo e la Gold Reserve Ltd (Canda/Bermuda). La “Miniera Choco” (e la “Miniera Isidora") erano gestite dalla canadese Rusoro Mining in joint venture con il governo venezuelano.
Ma l’oro non è l’unica ricchezza nascosta. Il Venezuela possiede anche giacimenti di coltan e bauxite, anche se l’estrazione industriale è praticamente ferma. Los Pijiguaos, l’unica miniera di bauxite ancora attiva, si trova in una delle zone minerarie più strategiche del Paese e potrebbe contare su riserve fino a 6 miliardi di tonnellate di minerale di altissima qualità. Sulla carta, la miniera – gestita dalla statale CVG Bauxilum – potrebbe produrre oltre 5 milioni di tonnellate l’anno. Nella realtà, blackout continui, problemi gestionali e carenze di forniture le impediscono di raggiungere nemmeno una frazione di quel potenziale.
Il divario tra quello che il Venezuela potrebbe produrre e quello che produce davvero è enorme: nel 2024 il Paese ha contribuito appena allo 0,84% della produzione mondiale di oro e allo 0,10% di quella di ferro.
Il settore aurifero ha iniziato il suo declino negli anni 2010, quando Hugo Chávez nazionalizzò l’oro e espropriò le società straniere che operavano nel Paese. Aziende come Crystallex International (Canada), Gold Reserve Ltd e Rusoro Mining si sono viste portare via gli investimenti e hanno intentato cause di arbitrato internazionale.
Le nuove regole imposte dallo Stato sono draconiane: il governo deve avere sempre il controllo di maggioranza nei progetti minerari, l’oro non può essere esportato senza autorizzazione statale, le controversie si risolvono solo nei tribunali venezuelani e ci sono controlli rigidissimi su prezzi e valuta. Tutto questo ha reso il settore poco attraente e poco redditizio.
Oggi gran parte dell’attività mineraria avviene fuori dai canali ufficiali, soprattutto nell’Arco Minerario dell’Orinoco. Qui l’estrazione è in mano a gruppi armati, organizzazioni criminali o minatori artigianali locali. Anche se formalmente lo Stato mantiene il controllo, la realtà è un sistema ibrido dove convivono autorità statale ed economia sommersa, spesso legata al crimine organizzato. Ma con la caduta di Maduro l’oro potrebbe tornare a luccicare.