La Stampa, 7 gennaio 2026
Pirelli e il governo accelerano su Sinochem. L’obiettivo è l’uscita del socio cinese
Il rischio di perdere l’accesso al mercato americano scuote Pirelli che vuole accelerare per risolvere i nodi sugli assetti proprietari e sterilizzare le presenza degli ingombranti azionisti cinesi di Sinochem, primi nel libro soci della Bicocca con il 34% del capitale. La questione va risolta entro metà marzo, quando negli Stati Uniti scatta la norma che vieta la vendita di veicoli connessi per chi utilizza componenti tecnologiche di produttori controllati da azionisti cinesi e russi. Pirelli rischia di essere messa fuori gioco per il suo Cyber Tyre, la tecnologia hardware e software che consente di trasmettere dati dagli pneumatici al sistema elettronico dell’auto.
Sinochem, controllata dallo Stato cinese, a dicembre ha dato mandato a Bnp Paribas per valutare tutte le opzioni a disposizione, comprese la discesa e l’uscita dall’azionariato. Se una soluzione non si troverà entro la fine di gennaio, potrebbe scendere in campo il governo: il Financial Times ha rivelato ieri che Palazzo Chigi può esercitare il golden power, imponendo a Sinochem di congelare i diritti di voto per salvare Pirelli che negli Stati Uniti genera il 20% dei ricavi. Le schermaglie tra gli azionisti vanno avanti da tempo. Il 19 maggio 2026 scadrà il patto che lega Marco Tronchetti Provera, secondo azionista con il 25,3% del capitale, e Sinochem. L’accordo fissa paletti stringenti sulla governance di Pirelli e stabilisce che anche solo l’annuncio del suo mancato rinnovo dovrà essere notificato al governo italiano.
Un passepartout che può consentire all’esecutivo di riaprire il dossier golden power in qualsiasi momento e di stabilire le regole di ingaggio in occasione dell’assemblea dei soci che in primavera rinnoverà il board di Pirelli e darà via libera ai conti con ricavi attesi intorno ai 6,8 miliardi. In quella occasione, Tronchetti Provera potrebbe presentarsi con una quota rivista al rialzo: il vicepresidente esecutivo ha già in tasca una autorizzazione del consiglio di amministrazione di Camfin che gli consente di salire al 29,9% di Pirelli, per rafforzare la presa sul gruppo senza sforare la soglia che impone l’offerta pubblica di acquisto. Gli Stati Uniti osservano lo scenario in evoluzione e si aspettano una reazione. A settembre il Bureau of Industry and Security del dipartimento del Commercio americano ha scritto ai funzionari italiani per ribadire tutte le perplessità sulla presenza di Sinochem, bollando come «non sufficienti» quei poteri di veto imposti da Roma nel 2023 per limitare l’influenza cinese sull’azienda.
Eppure, dal punto di vista contabile, Sinochem ha già perso il controllo su Pirelli: ad aprile il consiglio di amministrazione ha approvato i conti del 2024 a maggioranza con l’opposizione dei soli consiglieri di nazionalità cinese; un film replicato a giugno quando l’assemblea ha dato il via libera al bilancio con il voto contrario di Sinochem che non è stata in grado nemmeno in quella occasione di imprimere le proprie volontà di controllo. «Credo che in casi del genere il dialogo sia la soluzione migliore», ha detto nei giorni scorsi il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. «Noi abbiamo dato il nostro contributo affinché si tornasse al tavolo del dialogo. Le parti sono tornate a parlarsi e questo è positivo. So che vi sono contatti in corso fra soci italiani e cinesi finalizzati a rendere Pirelli conforme alle normative e pienamente competitiva nei suoi mercati di riferimento», ha aggiunto.
A settembre il governo ha archiviato un procedimento su presunte violazioni delle prescrizioni del decreto golden power del 2023, ma adesso la pressione si fa più decisa con l’obiettivo di trovare una soluzione che consenta a Pirelli di continuare a operare nel mercato americano (dove l’azienda è presente con un suo stabilimento in Georgia). La sola ipotesi di una mossa risolutiva ha spinto Pirelli a Piazza Affari: +3,78%, oltre 6,1 euro ad azione in una giornata fiacca per il mercato (Ftse Mib -0,20%).