La Stampa, 7 gennaio 2026
Umberto Contarello: "All’Oscar da finto infermo per non perdermi Celentano, la sigla di Fantastico tutta in una sera"
«Le scelte dell’anima non si condividono. Un salmone non organizza una serata per stabilire se è giusto o meno andare controcorrente. Tace e va. Ed è lo stesso per l’amore. Non si organizza un convegno per farsi dire se è giusto o meno innamorarsi». Nella sua fluviale passionalità, Umberto Contarello, scrittore e sceneggiatore dei grandi del cinema italiano, nato a Padova nel 1958, ha punti fermi che possono apparire bislacchi, ma che, in realtà, rivelano notevole razionalità: «Ho deciso di lasciare Roma e di trasferirmi a Levanzo, una piccola isola delle Egadi. A un certo punto ho avuto l’impressione di essere dentro un mondo che si stava dissolvendo, come se stessi in soggiorno, seduto su un divano, e vedessi sparire, a uno a uno, prima il tavolo, poi le sedie... ho preferito andarmene, prima che si dissolvesse anche il divano».
Eppure Roma è stato il luogo dove tutto è iniziato, è lì che ha conosciuto i premi Oscar con cui ha lavorato. Cominciamo da Paolo Sorrentino. Che cosa vi ha unito?
«La lingua comune, una lingua nascosta, che ci ha legati fin dall’inizio, tantissimi anni fa, quando ci siamo conosciuti. Lo chiamai perché dovevo scrivere il copione di un film ambientato a Napoli, lui viveva ancora lì, era un ragazzo, gli dissi di venire a Roma. Da allora, molto semplicemente, abbiamo scoperto di avere in comune una specie di gergo dell’anima, lo chiamerei così. Si scopre di averlo quando si capisce che ti fanno ridere le stesse cose. Ridere insieme di qualcosa è molto più intimo che piangere».
Come andò quella prima volta insieme?
«Allora era tutto più semplice, abbiamo cominciato a scrivere una scena, ci è venuto in mente il mare e quello che c’è sott’acqua, a Napoli. Ci siamo infervorati, è partito un gioco, uno diceva una cosa, l’altro ne diceva un’altra. Così è venuta fuori la prima scena, poi basta, siamo usciti e siamo andati al bar».
Con Sorrentino ha scritto la sceneggiatura della Grande bellezza e lei volò a Los Angeles, pochi giorni prima dell’Oscar. Che cosa ricorda?
«Ancora oggi ho il terrore cieco di perdermi negli aeroporti, infatti, quando posso, viaggio in nave. Quella volta ho pensato subito che io da solo, con le coincidenze dei voli e i cambi d’aereo, non ce l’avrei mai fatta. Mi avrebbero ritrovato a 90 anni, in una toilette… Mi è venuto in mente di fingere uno strappo alla caviglia, così sono entrato all’istante nel mondo delle carrozzine. Sono stato spinto attraverso luoghi mai visti, corridoi vuoti, scale mobili lunghissime, naturalmente dovevo stare attento a non dimenticare la bugia…Insomma, a Los Angeles sono arrivato da infermo».
E della serata cosa le è rimasto più impresso?
«L’abbraccio di uno spettatore americano, seduto accanto a me. Appena hanno chiamato Paolo, Toni e Nicola, io mi sono alzato in piedi felice e questo signore, un po’ grosso di corporatura, mi ha abbracciato in modo così sincero… non riuscivo a capire perché. Subito dopo sono corso al bar del piano e ho chiesto un Martini, un momento di felicità».
Ha firmato anche la sceneggiatura di Marrakech Express di Salvatores, con Mazzacurati e Monteleone. Come lavoravate?
«A quei tempi non c’erano mondi separati, tutto era molto semplice, i modi con cui ci si trovava a lavorare insieme erano insignificanti, contava, invece, quello che ci univa. Eravamo tutti arrivati a Roma con il desiderio di fare le cose che ci piacevano. Non c’erano problemi. Oggi tutto è complicato, ho desiderato andare via da Roma quando ho sentito uno che diceva “accordiamoci per una call domani alle 5 per decidere se andiamo a mangiare una pizza venerdì o sabato”. La complicatezza è nemica della fantasia».
Chi era per lei Mazzacurati?
«Un amico, un fratello maggiore, un padre. Uno con cui condividevo una lingua segreta, la stessa di cui parlavo prima, a proposito di Paolo. Ma anche di altri, Gianni Amelio, Bernardo Bertolucci. Ho avuto la fortuna di avere rapporti professionali, anzi meglio, legati al fare, emotivamente molto belli».
È stato attore per Nanni Moretti. Sembrate tipi molto diversi.
«Non ho mai scritto con lui, l’avevo conosciuto attraverso Carlo, non posso dire di avere un rapporto, anche se abbiamo avuto momenti importanti, di sintonia emotiva. Ricordo la preparazione per Caro diario, mi portava in giro d’estate, in Vespa».
Cosa, più di tutto, l’ha spinta ad allontanarsi dalla capitale?
«Non capivo più perché ci stavo. Non sono venuto a Roma perché volevo viverci, ma per fare certe cose. Le ho fatte, ho dato quello che avevo da dare alla città e alle persone, sono stato ampiamente ricambiato, ma chi viene dalla provincia a Roma non si ambienta mai. Se non hai un obiettivo, la città si dilegua, la libertà degli inizi, anche un po’ sciocca, è svanita, da tempo la vita a Roma era diventata inutile».
È nato a Padova, adesso vive su un’isoletta in mezzo al mare. Nessun senso di spaesamento?
«Questa è la mia casa immaginata. Quella vera è Venezia, i padovani hanno spesso un sentimento, ci chiediamo sempre “perché sono nato qui, nel fango, e non lì, tra i marmi e le acque?” Qui c’è il mare, ci vengo da 30 anni, sono stato qui anche durante il Covid, con mio figlio. Stavolta, a ottobre, è successo che ho visto un delfino entrare nel piccolo porto, mi sono ricordato una pagina molto bella delle Memorie di Casanova, quella in cui lui rievoca i tempi in cui, osservando l’acqua alta a San Marco, vedeva entrare tonni e delfini».
Delle sue tante esperienze fa parte anche quella nello storico Fantastico 8 di Adriano Celentano.
«Sì, un periodo lungo, di cui ricordo una cosa meravigliosa. Mi piace molto la musica, ero affascinato da Giorgio Calabrese, un grandissimo artista, uno che ha scritto canzoni bellissime. Un giorno eravamo in redazione, in un inferno di telefoni che squillavano, a due o tre giorni dal debutto del programma. Celentano chiama e dice che bisogna fare la canzone dei titoli di coda, Calabrese prende un pezzetto di carta e si mette a scrivere. Poco dopo siamo andati all’Hilton, dove Celentano abitava durante il programma, erano le cinque di pomeriggio, c’era una luce plumbea, una stanza enorme, con un pianoforte e dei fogli sparsi per terra. Calabrese gli da i foglietti, Adriano li legge, fanno i primi accordi, poi inizia a cantare, e a un tratto c’era la canzone. Ecco, quello è stato un momento».
Che cosa farà a Levanzo?
«Giro un documentario, Un inverno al mare, diario di un anno di me qui prodotto da Nicola Rosada e Francesco Bonsembiante, e poi scriverò una storia d’amore ambientata sugli aliscafi. Ricorda Innamorarsi, con De Niro e la Streep? Sarà un po’ difficile avere loro, ogni tempo ha le sue star».
Qual è il suo più grande desiderio?
«Riuscire ad avere un sentire bello, profondo e condiviso, con mio figlio che ha 18 anni. È la cosa che mi manca di più».
L’incontro fondamentale della vita?
«Ne ho avuti tanti. Di sicuro quello con mio padre, grandissimo attore, che mi ha insegnato a ridere e a raccontare, all’università quello con Massimo Cacciari, e poi quello chiave, con Carlo Mazzacurati, che c’è sempre stato, da quando avevo vent’anni, e sono stato felicemente adottato, a Padova, da una tribù di amici, che è, ancora adesso, la mia tribù».