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 2026  gennaio 07 Mercoledì calendario

Armin Zoeggeler: “Pista, l’Italia c’è. Felici come bambini, vogliamo tre medaglie”

Ieri mattina alle 8 Armin Zoeggeler, sei medaglie consecutive alle Olimpiadi, ha aspettato il corriere internazionale che doveva scaricare gli slittini degli azzurri. Il giorno prima si è svegliato alle 4 in Lettonia, ha volato per tre ore fino a Monaco di Baviera e guidato per quattro fino alla Renania, per raggiungere il tempio dello slittino di Winterberg. Vita e incombenze da direttore tecnico della Nazionale, dopo essere stato il più grande in pista, a 140 all’ora, senza freni, a pancia all’aria, intuendo più che vedendo le curve di una specialità pericolosa quanto affascinante. Vincendo i Giochi a Torino, e preparandosi vent’anni dopo a vivere una seconda edizione in casa: a Milano Cortina, stavolta come ct.
Zoeggeler, tra un mese sarete in piena Olimpiade: cosa prova? «Siamo contenti che i Giochi si svolgano di nuovo nel nostro Paese, è incredibile. Le altre nazionali sono un po’ invidiose, mi chiedono spesso come abbia fatto l’Italia ad ottenere le Olimpiadi dopo soli vent’anni. Io sono felice soprattutto per i miei atleti e per i giovani che potranno crescere quando l’evento sarà finito: una garanzia per tre discipline come slittino, bob e skeleton oltre il 2026».
È arrivato subito al punto: non teme che la “Eugenio Monti” faccia la fine della pista di Cesana su cui vinse nel 2006? «Sono ottimista. La pista è al posto giusto: sono sicuro che anche dopo i Giochi andrà avanti, e molto soddisfatto di quel che riserverà il futuro ai nostri giovani».
Non ha mai temuto che non ce la facessero a completarla? «Sono uno di quelli che hanno sempre creduto a questa pista. Ci sono stati dubbi, mancava la fiducia nell’Italia, si parlava sempre del piano B. Ma ho avuto la fortuna di partecipare a tutte le riunioni durante la costruzione della pista, gli omologatori internazionali ci spingevano “dovete fare questo e questo, dovete andare più veloci”. È stato giusto incidere così sulla costruzione, ma l’Italia e la ditta Pizzarotti hanno risposto con un capolavoro: le altre nazioni non credevano che avremmo finito in tempo».
La velocità di realizzazione garantirà anche il massimo della sicurezza? «La pista è costruita bene, anche nei raggi di curva. In tutte le discese effettuate finora non abbiamo visto un vero pericolo. La velocità raggiunta è normale, attorno ai 130 km/h, e se i materiali in futuro ci spingeranno verso un’ulteriore accelerazione resteremo sempre dentro un range accettabile».
Eravate l’unica potenza dello slittino in esilio, senza una pista: come l’hanno presa i suoi atleti? «Quando li ho convocati per le prime discese a Cortina si sono comportati come bambini: felicità, incredulità, hanno sentito che quella era finalmente la loro pista».
Quante medaglie vuole conquistare ai Giochi? «Una squadra come la Germania conta su tre piste, testa e sviluppa materiali anche in estate, sfrutta la tecnologia e le gallerie del vento della Bmw. Noi abbiamo fatto passi in avanti, in galleria del vento abbiamo provato anche i tessuti forniti da Armani. Puntiamo a tre medaglie: con Dominik Fischnaller, il doppio femminile e la squadra».
Come fa il più grande di tutti i tempi in pista a trasformarsi in allenatore? «All’inizio è veramente difficile, da atleta vivi di egoismo, poi accetti la responsabilità di occuparti di giovani che non hanno più la tua mentalità. Sono cresciuto in un maso, non avevamo tantissimo, da mangiare ce n’era ma non ho ricevuto dai genitori tutto quel che volevo. Avevo sogni, volevo fare qualcosa di diverso, oggi, e parlo anche da padre, i ragazzi non devono più combattere. Ed è difficile comunicare con loro, così impegnati con i social e gli smartphone. Per fortuna la sera in ritiro i ragazzi giocano a Watten, un nostro passatempo tradizionale con le carte: così è più facile comunicare».
Ha raccontato a Nina, sua figlia e atleta della Nazionale, come ha visto la sua prima fotografia? «Sono bei ricordi. Ero in Nordamerica nel febbraio 2001, mi mandarono in albergo un fax con la sua foto appena nata in bianco e nero. Quest’anno siamo tornati nello stesso resort e c’era anche Nina, le ho raccontato com’è andata ma i giovani, con tutta la tecnologia di cui dispongono, non possono immaginare cosa significhi ricevere in quel modo un’immagine così forte».
Quattro anni fa Nina si paragonava a Mick Schumacher: com’è evoluto il vostro rapporto? «È cresciuto, ma lei mi vede da papà solo fuori, perché in squadra le direttive sono chiare: io sono il responsabile. È vero che lei ha un cognome pesante, ma ormai è abituata a fare la sua strada».
Vi preparate a una seconda Olimpiade da padre e figlia separati in ritiro? «Ho paura che Nina non ce la farà, questa stagione per lei non è stata bellissima e al momento non le permette di guadagnare uno dei due posti a disposizione delle azzurre. Lo sport è così, e io non mi devo preoccupare di lei: sono il responsabile di tutta la squadra».