la Repubblica, 7 gennaio 2026
Centrali a carbone: 70 milioni l’anno per tenerle inattive
Le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi non verranno smantellate. Meglio tenere i due impianti, che sono gestiti dall’Enel e hanno una capacità complessiva di tre gruppi da circa 600 megawatt l’uno, nel limbo: spenti, ma pronti a essere rimessi in moto per tornare a produrre elettricità da mettere in rete in caso di emergenza. La strada imboccata, tecnicamente, è quella della riserva a freddo, considerando che negli ultimi due anni le centrali sono rimaste sempre ferme. Solo tra il 2022 e il 2023, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’interruttore è stato girato su on per dodici mesi. Poi di nuovo stop, anche perché è una produzione diseconomica rispetto al gas.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha di fatto comunicato nell’ultimo Consiglio dei ministri, il 29 dicembre, la scelta. Decisione che in zona Cesarini, visto che il termine ultimo era il 31 dicembre 2025, va trasformata in realtà.
Il passaggio è complesso. Vanno ridefiniti i rapporti con Enel, che «informalmente – come ha spiegato lo stesso Pichetto in Cdm – ha rappresentato una sua generale indisponibilità al mantenimento all’interno del suo perimetro aziendale delle due centrali senza un adeguato riconoscimento dei costi sopportati». La spesa? Intorno ai 70 milioni di euro l’anno. Soldi che deve mettere il governo. Peccato però che un indennizzo del genere per la Commissione europea abbia il sapore di un aiuto di Stato. Le prime interlocuzioni con Bruxelles risalgono a quasi un anno fa, ora tra il ministero e la Commissione è in corso «un’attenta valutazione circa la possibilità e la modalità di intervento». Certo, c’è un tema di sicurezza, legato alle incertezze geopolitiche, ai conflitti, in Europa e fuori, e alle tensioni internazionali. Il blitz degli Usa in Venezuela apre scenari nuovi proprio sul fronte energetico. E rafforza le ragioni di Pichetto: «Mantenere le centrali ferme in sicurezza vuol dire prevenire emergenze energetiche future. L’Italia non produce tutto ciò che consuma, dobbiamo stare all’erta».
Toccherà al ministro sciogliere i nodi già a gennaio, trovando soluzioni da inserire in un prossimo provvedimento del governo, forse già nel testo del decreto energia o quando la misura sarà convertita. I due impianti, dove lavorano 350 addetti diretti che salgono a mille con l’indotto, hanno bisogno di nuove autorizzazioni, legate all’emergenza, per bruciare carbone. E va trovata la soluzione con Bruxelles ed Enel, modificando i piani di trasformazione dei siti.
Gli ultimi ad intervenire sono stati i sindacati di settore. Filctem-Cgil, Flaei-Cisl e Uiltec-Uil hanno scritto a Pichetto sottolineando che la «messa in riserva è un’ipotesi da percorrere, una scelta razionale». E suggeriscono al ministro «la strada della continuità riconoscendo ad Enel, tramite un apposito meccanismo di scopo, la gestione a riserva degli impianti».