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 2026  gennaio 07 Mercoledì calendario

Perché gli algoritmi non capiscono cos’è la pedopornografia (e la Storia)

Esattamente dieci anni fa – era il 2016 – scoppiava un caso che oggi può ben dirsi premonitore sui pericolosi scorci che gli algoritmi possono aprire nelle società e nella formazione dell’opinione pubblica. I norvegesi, tra cui l’allora premier Erna Solberg, avevano postano in massa una delle fotografie più drammatiche e importanti di quello che è stato definito il “Secolo breve": quella scattata nel 1972 a Kim Phuc, bambina allora di 9 anni che, nuda, grida e piange dal dolore perché colpita dal terribile napalm nel villaggio di Trang Bang.
La sua storia è nota: la fotografia dell’AP, la prestigiosa «Associated Press», venne pubblicata su diversi giornali americani, tra cui il «Nyt» in prima pagina.
In realtà la policy dell’agenzia di stampa americana era molto stringente: c’era una bambina nuda che peraltro soffriva. Finita in ospedale in mezzo a dolori atroci. Colpita da un bombardiere dei vietnamiti del Sud, alleati americani.
Ma il capo del servizio fotografico, un uomo collerico e contro cui nessuno aveva mai il coraggio di mettersi per il suo brutto carattere, Horst Faas, mostrò di avere il fiuto professionale che gli era già valso due premi Pulitzer: la fotografia era stata scartata d’ufficio, ma lui la fece passare. Quella singola immagine è accreditata di aver spostato definitivamente l’opinione pubblica americana contro la guerra in Vietnam.
Peraltro l’immagine negli ultimi anni è stata al centro di un’inchiesta internazionale ricostruita nel documentario «The Stringer», premiato al Sundance Festival, che ha messo in discussione la paternità della fotografia attribuita da sempre a Nick Ut, che nel 1973 vinse anche il Pulitzer per l’immagine. Ma questo è incidentale in questo caso perché la veridicità dello scatto non è in discussione (la stessa Kim Phuc sopravvisse).
Il punto è che nel 2016 Facebook la fece sparire dai post perché non conforme alle «policy» sulla pedopornografia. Fu il primo test di cosa vuol dire affidare agli algoritmi la complessità della verità. Di fatto quella di Facebook fu una censura vista l’importanza storica di una fotografia che rimane come un pugno nella memoria di tutti e che peraltro proprio nel 2016, dopo i sospetti di un utilizzo di gas simili al napalm anche da parte della Russia in Siria, doveva tornare a farci riflettere per le possibili altre vittime come Phuc.
Facebook al tempo, sommersa da una massa di proteste, fece marcia indietro e fece ricomparire l’immagine iconica in tutti i profili che l’avevano postata. «In questo caso, riconosciamo la storia e l’importanza globale di questa immagine». È un caso da manuale per discutere di come Internet sia una cosa meravigliosa, ma anche un luogo che rischia di fare a botte con la memoria e la Storia. Esistono dei precedenti (come la censura del capolavoro di Gustave Courbet: «L’origine del mondo»). Solo prima dell’estate sempre di quel profetico 2016 il tema era stato affrontato dalla commissione per il diritto all’oblio di Google che, fortunatamente, aveva rigettato la richiesta dell’ex terrorista Roberto Nistri di cancellare il suo passato e la partecipazione alla rapina che il 5 marzo del 1982 era costata la vita allo studente Alessandro Caravillani. 
D’altra parte in particolare il nudo è sempre stato oggetto di controversie: è noto che la Chiesa fece coprire opere di grandissimi maestri dell’arte per pudicizia. Lo stesso vignettista storico del Corriere, il grande Giannelli, ha più volte raccontato di una sua piccola vendetta da toscano: quando non si sentiva del tutto libero di esprimersi con le sue vignette aggiungeva delle «mutande» alle statue di marmo che comparivano nei suoi sfondi.
Oggi, dieci anni più tardi, quel caso della fotografia dell’AP diventa di nuovo di grande attualità nel dibattito, mostrando purtroppo come la situazione sia molto cambiata, in peggio: in queste settimane Grok, il chatbot di Elon Musk, usato per delle vere e proprie scorribande su X (il fu, è proprio il caso di dirlo, Twitter), ha creato delle immagini di natura sessuale anche di ragazze minorenni distribuendole online. In sostanza il Chatbot, su richiesta degli utenti, ha mezzo denudato donne vere, creando dei deepfake credibili.
«Non siamo una media company» aveva detto il fondatore del social network Facebook, Mark Zuckerberg, dieci anni fa. Elon Musk è andato molto oltre: ha ripostato un utente che si è divertito a mostrare come Grok può mettere il bikini a chiunque, anche a un tostapane. Il suo commento è stato: «Non posso smettere di ridere». Siamo passati in dieci anni dal ministero dell’Ottusità di Facebook, che comunque doveva giustificarsi, al calpestare la dignità ridendo. Forse la cosa più grave è che non ci colpisce più.
Qual è il problema: se Facebook, Google e le altre società del web erano già prima, nei fatti, un media, vivendo di contenuti, ora lo sono ancora di più, perché quei contenuti non sono solo PRODOTTI da noi utenti, ma direttamente dall’intelligenza artificiale.
La questione non è di lana caprina: perché le società tecnologiche si sono sempre nascoste dietro l’errore che venne fatto all’origine della creazione del web. Fu Bill Clinton, allora presidente Usa, e il suo vice Al Gore, a volere la famosa sezione 230 del 1996 con cui si deresponsabilizzavano penalmente i cosiddetti provider. Al tempo l’obiettivo era non «fare morire il bimbo web in culla». Inutile dire che ormai è un gigante e dalle gambe tutt’altro che di gesso.
La giustificazione accettata al tempo era che le tech companies non potevano controllare tutte le informazioni e i contenuti prodotti dagli utenti. Loro erano solo un canale. Peccato che nel frattempo la rete sia diventato sì un canale, ma quello principale di informazione sulla Terra e che, appunto, ora i contenuti siano prodotti anche dalle macchine. La Sezione 230 è stata usata da X anche in processi per istigazione al terrorismo e i giudici americani sono arrivati a dire che per una società come X un post su una lavatrice o sul terrorismo sono ugualmente «neutri».
La questione sta diventando sempre più ampia sfilacciando anche nel dibattito pubblico il senso profondo di alcune parole. Come raccontato dal corrispondente da Parigi del Corriere, Stefano Montefiori, gli imputati al processo per cyberbullismo contro Brigitte Macron, si sono difesi chiamando confusamente in causa il «diritto di satira» e la «libertà d’espressione». Non a caso, quest’aultima, formula usata e abusata spesso da Elon Musk e anche dal presidente Usa, Donald Trump, per difendere le Big Tech.
Non è più scontato ormai dover spiegare che il diritto di espressione, come tutti i diritti, ha dei controbilanciamenti, che si attivano quando la nostra libertà lede quella degli altri, magari con la macchina del fango e le menzogne e le fake news, che sempre sono uno strumento economico (gli haters cercano audience, che online ha un valore, esattamente come fanno Grok and Co).
Il diritto di espressione non è il diritto di invenzione. Se lo fa un media tradizionale ne deve pagare le consegunze. Ed è giusto così. Il diritto alla privacy, peraltro,è nato proprio negli Usa come contraltare al voyeurismo incontrollato dei tabloid di fine Ottocento che avevano scoperto il potere della tecnologia: le prime macchine fotografiche di George Eastman andarono a ruba tra i giornalisti. Si chiamavano Kodak.
Sempre ieri un interessante riflessione pubblicata dal Wall Street Journal del miliardario Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano a governatore dell’Ohio dopo aver appoggiato Trump, cominciava da una confessione fattagli dalla premier italiana Giorgia Meloni: secondo Ramaswamy la premier Meloni in un viaggio negli Usa gli avrebbe detto di non leggere mai i media per non farsi influenzare. Ne è nata una ricetta per politici che lo stesso imprenditore ha detto di usare in campagna elettorale: andare a controllare cosa accade e cosa si dice su di te sui social media vuol dire avere una visione distorta della realtà, amplificata ma biologicamente impossibile come in quegli specchi dei luna park. È il combinato disposto delle cosiddette camere dell’eco gestite dagli algoritmi che ci fanno entrare in un angolo del mondo in cui sembrano tutti darci ragione in una replica infinita della nostra personalità e delle nostre opinioni del momento come nel film «Zelig» (o di fatto torto, come quando assecondano chi cerca qualcosa sui suicidi bombardando sempre di più le persone anche sulle proprie fragilità, magari di passaggio). Oggi quel mondo deformante è ancora di più accentuato da Chatbot addestrati a darci ragione o, come nel caso di Grok, addirittura mostrarsi violenti. Ramaswamy fa un esempio concreto: essendo di origine indiana racconta come sui social media fosse spesso aggredito verbalmente dai razzisti, ma di non aver trovato un solo razzista contro di lui nei tanti incontri fatti in giro per l’Ohio durante le sue campagne politiche.
Siamo arrivati al punto che il mondo è migliore di quanto lo facciamo apparire noi stessi oltre lo specchio del web? Italo Calvino nel racconto de Le Cosmicomiche, La memoria del mondo, aveva immaginato esattamente il caso contrario, e cioè che avremmo voluto essere almeno più belli e più buoni nei nostri avatar digitali.
Certo Ramaswamy dimentica di separare i social media dai media tradizionali che invece, sia in Europa che negli Usa, sono penalmente perseguibili per diffamazione e non possono certo nascondersi dietro una generica libertà di espressione, che ha un significato costituzionale ben preciso. Serve a difendersi dal potere, non per attaccare gli altri indiscriminatamente. Non a caso, peraltro, è stato il Wall Street Journal a pubblicare il suo articolo. Non X del suo amico Elon Musk. Indizio che capisce bene la differenza. Al diritto all’oblio e alle policy si contrappongono il dovere di ricordare e sapere. Certo, alla fine la Storia, dieci anni fa, aveva vinto. Facebook si era difesa dicendo che spesso è difficile valutare il nudo. Ma già il fatto che per qualche ora quell’immagine della «Napalm girl» fosse stata messa sotto esame avrebbe dovuto farci riflettere sui rischi che corriamo nel lungo periodo.
E oggi vediamo comparire proprio quei pericoli: immaginiamo come sarebbe stato gestito quello stesso caso della censura della fotografia del Vietnam oggi. O tra cinque anni. Alla fine Facebook fu costretta a tornare indietro per l’indignazione degli stessi utenti. Oggi quell’indignazione non rischierebbe di essere coperta dal frastuono algoritmico? In altre parole: l’opinione pubblica è ancora in condizioni di A) formarsi liberamente e B) farsi sentire online? Se ha ragione nella sua sottile analisi Vivek Ramaswamy il dubbio è lecito. Anche perché se i politici sul serio non considerano più una fonte i media allora come faranno a fuggire da se stessi e dalle proprie convinzioni? Rischiamo di diventare tutti delle isole di soliloqui, mentre qualche algoritmo potrà decidere cosa vada censurato e cosa no.
E se qualcuno preso da un’ondata di tecno-ottimismo è convinto che si tratti solo di curve di apprendimento degli stessi algoritmi allora è utile ricordare cosa è accaduto alla stessa Google nel 2024: alla richiesta di riprodurre i «padri degli Stati Uniti» Gemini, il chatbot di AI di Google, rispose in diretta con indiani, cinesi e persone di colore. Un gioco che costò alla società 90 miliardi di dollari in Borsa in quel solo giorno. Purtroppo l’etica e la storia e la pedopornografia non sono risolvibili con un filtro di diversity and inclusion come quelli che usiamo nelle pubblicità. La comprensione della realtà passa dall’analisi caso per caso, attraverso il ragionamento. Una cosa che noi esseri umani, quando vogliamo, sappiamo fare bene. Si chiama pensiero critico. E l’unico algoritmo è la religione del dubbio e la perplessità.