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 2026  gennaio 07 Mercoledì calendario

Juliette Binoche: «I film devono raccontare storie vere»

Juliette Binoche oltre lo schermo. La paladina delle questioni femminili («gli uomini devono capire che un no è un no»), l’attrice di melodrammi poetici e labirintici, nella maturità ha conquistato la leggerezza, e ora dice: «Mi piace vivere il presente, esplorare. E ridere». È l’unica ad aver conquistato le tre corone europee: l’Orso d’argento a Berlino (e l’Oscar) per Il paziente inglese, la Palma d’oro a Cannes (Copia conforme), la Coppa Volpi a Venezia (Tre colori: film Blu). È dal 2024 presidente degli EFA, European Film Awards, gli Oscar europei, attesi nella sede centrale di Berlino il 17 gennaio.
Per l’Italia concorrono Paolo Sorrentino (La grazia, sceneggiatura), Toni Servillo (lo stesso film), Valeria Bruni Tedeschi (Duse), Greta Scarano (esordio alla regia con La vita da grandi).
Juliette, cosa rappresenta, per lei, questo ruolo?
«Gli EFA sono nati in pratica con la caduta del Muro, nel 1989. C’è un gruppo di persone che combatte per affermare l’arte nel cinema. Questo è il mio compito, a cui ho dato un tocco francese. C’è un comitato selezionatore tra i membri dell’Academy. L’idea era di riunire Europa orientale e occidentale, poi sono subentrati altri Paesi».
Il cinema europeo è un altro mondo rispetto a quello americano.
«Lì c’è bisogno dell’approvazione degli Studios e hanno schiere di supereroi... Noi lottiamo per le idee, e amiamo le nostre differenze. Abbiamo lingue e punti di vista diversi, pensieri diversi, e così paesaggi e culture. Abbiamo bisogno di ascoltare le nostre storie, per non dimenticare le vittime. È un viaggio per ascoltare voci molteplici».
Ma i film non si fanno solo con la mente.
«Certo! E io non ho mai scelto un ruolo per ragioni “politiche”. Gli attori devono dare un’anima a una storia, plasmarla. Sono stata ballerina, il corpo è vita ed è parte essenziale di un film. Mente e corpo devono andare insieme. Non andate a vedere un film qualsiasi, tanto per andarci. Un film non può risolvere le vite ma può trasformarle, e condurre in zone oscure che non si sono ancora attraversate, dovete scegliere quelli che potrebbero cambiare qualcosa in voi. In una sala le parole che pronunciamo siedono accanto a voi. Anche se riusciamo a toccare una sola persona, ne è valsa la pena. Qualsiasi forma d’arte può sollevare domande».
Quando ha capito che questo era il suo lavoro?
«Alla fine degli Anni 70 mia madre, che recitava ma per sopravvivere faceva altro, mi portò a teatro a vedere Ubu Roi di Jarry allestito da Peter Brook. Fui folgorata da quello spirito anarchico, gli attori da ogni parte del mondo, lo spettacolo fatto di niente, ricondotto all’essenzialità».
Il suo primo ruolo da protagonista?
«Rendez-vous di André Téchiné, che nel 1985 vinse come migliore regista a Cannes. La mia Nina è un’aspirante attrice decisa a vivere la sua vita, c’è molto di me in lei. È una storia anche crudele. Téchiné mi fece sentire desiderata come attrice».
Se chiude gli occhi e ripensa all’infanzia, cosa vede?
«Vedo i miei che si separarono quando avevo 4 anni, e questo ha segnato la mia infanzia. Sono cresciuta in collegio. Questa instabilità come attrice mi è servita, mi ha aperto il cuore, ho sofferto... Ma ho trovato un modo per sopravvivere».
Lei sembra sempre in cerca della nuda emozione, dal fondo del pozzo della sua vita interiore.
«Sul set devo lasciarmi andare, ma senza perdere troppo di me stessa. Gli attori sono persone, non personaggi. Bruno Dumont in Camille Claudel, la scultrice, non mi diede la sceneggiatura. Al ristorante gli dissi, almeno dimmi la storia. Presi appunti sul tovagliolo. Il giorno dopo mi chiese di improvvisare. Ma siamo donne vissute in secoli diversi, non parlo come lei. Mi diede da leggere le sue lettere. Recitai, lui obiettò che Camille non avrebbe mai usato quelle parole».
Allora?
«Gli dissi, vuoi che improvvisi leggendo le sue lettere, che razza di paradosso è? Cominciai ad avere incubi. Poi le cose presero un’altra piega e cambiarono improvvisamente, divenni euforica, riportai in vita Camille Claudel. Questo è il cinema. Ma che stress. Dissi a Bruno: il nostro prossimo film sarà una commedia. E girammo Ma Loute».
Le commedie...
«Richiedono serietà, ci dev’essere verità. Commedia non vuol dire funny, divertente o buffo, non funziona così. È una scrittura diversa, molto precisa, e i caratteri reagiscono in maniera diversa. Il ritmo è l’elemento fondamentale».
Cos’è la creatività?
«Un mistero, ogni film ha la sua energia ed è un piccolo mondo a sé».