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 2026  gennaio 07 Mercoledì calendario

Caro Pansa... L’inchiostro dei vinti

Un toscano, figlio e nipote di partigiani, lo stronca: «Il suo libro non lo capisco e non lo apprezzo, andava riassunto in poche cifre, quanti uccisi, dove. Stop». Ma poi spunta un piemontese, un avvocato che ha «vissuto i tempi della Resistenza», che puntualizza: «Lei mi ha costretto, a sorpresa, a una revisione interiore, abbattendo i pregiudizi sui ragazzi della Rsi sbrigativamente chiamati da noi i “briganti neri”». Un ex marò della X Mas, nel premettere che «tendo a sinistra», gli suggerisce: «Scriva un altro bel libro per combattere quell’assurdo odio ancora latente tra noi». Poi il carabiniere, dal Bolognese. Sebbene aiutasse la Resistenza, era scomodo per i rossi, tanto da scrivere: «Lei così imparziale, sappia che più volte feci loro sapere che per stare dalla parte giusta non serviva ammazzare un tedesco alle spalle, il rischio ricadeva sulla popolazione. Dopo il 25 aprile credevo sarebbe finito tutto, invece cominciava il periodo più triste della nostra storia». Che è raccontato (anche) in 2.500 lettere custodite a Roma, in piazza delle Muse, presso la «Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice», rispettivamente il filosofo del corporativismo e il grande storico del fascismo.
Sono tutte indirizzate a Giampaolo Pansa – sconfinato fuoriclasse del giornalismo, morto a 84 anni nel 2020 – all’indomani della pubblicazione de Il sangue dei vinti, il bestseller da un milione di copie uscito nel 2003 che documentò violenze, vendette ed esecuzioni sommarie (per circa 20 mila morti) compiute sui fascisti dopo la Liberazione. Polemiche furibonde, da subito. Lui, da sempre di sinistra – da ragazzo aveva fondato un circolo intitolato a Piero Gobetti —, venne accusato, e proprio da sinistra, di essere, al minimo, un voltagabbana che infangava la Resistenza. Quanto al libro, per eminenti storici era «zeppo di inesattezze» e su fatti, luoghi e cifre mancavano «le note a piè di pagina».
A ogni presentazione, contestazioni roventi, aggressioni verbali, tanto che in quelle occasioni divenne inevitabile la presenza della Digos. Dopo 23 anni, la moglie Adele Grisendi – ex sindacalista Cgil che ha pennellato la sua storia d’amore in un libro bellissimo, La mia vita con Giampaolo Pansa (Rizzoli, 2021) – allontana quell’atmosfera censoria con un cenno: «Lui ne rideva: “Mi stanno facendo un sacco di pubblicità che non costa niente, dovrei piuttosto ringraziarli”».
Il grosso di quelle lettere sta in buste affrancate. Ma ci sono anche fax e mail, stampate. Tutto spedito a Sperling & Kupfer (la casa editrice del libro), «la Repubblica» e «L’Espresso» (le testate per cui Pansa scriveva all’epoca), «Il Riformista» e «Libero» (quotidiani dove scrisse per un certo periodo prima di tornare in via Solferino) oppure all’indirizzo di casa, a Siena, recuperato chissà come. Materiale in via di catalogazione (grazie all’archivista Chiara Di Piramo sarà digitalizzato) e se il «Corriere» può vederne una parte in anteprima è grazie al «via libera» di Adele, che lo ha donato – assieme a 3 mila libri compulsati dal marito per documentarsi – alla Fondazione presso la quale Giampaolo aveva condotto alcune ricerche. La condizione (concordata anche con Andrea Ungari, il presidente dell’istituto) è però tassativa: «Vietato pubblicare i nomi: molti non volevano, erano drammi troppo personali e sconvolgenti».
Da qui si entra nel vivo. Ecco per esempio un uomo che fece parte di un Cln nel Triveneto. Dettaglia delitti commessi dai partigiani e quando lui indaga, qualcuno lo avvicina, minacciandolo: «Attento al muro». Racconta di esecuzioni per «ostilità familiari», di un medico fatto fuori «per rivalità professionali», di una «ragazza uccisa perché aveva amoreggiato con un tedesco» e di due ebrei triestini che rimpatriano dalla Svizzera dopo essere «scampati alla Risiera di San Sabba». Fermati a un posto di blocco, vengono uccisi. Movente da cronaca nera: rapina. «Dottor Pansa, se dovesse pubblicare questa lettera – si legge – la pregherei di omettere le mie generalità. I protagonisti sono viventi, qui il clima non è ottimo».
Uno degli scatoloni in cui sono stipate le lettere ne contiene diverse da partigiani. Su due, firme leggendarie. Una è quella di un ex gappista che nel 1990 pubblicò sul «Resto del Carlino» una lettera aperta, indirizzata ad altri compagni coinvolti nelle rese dei conti del «triangolo rosso» emiliano, battezzata Chi sa parli. «Caro Giampaolo, se credi che il mio libro valga – è la richiesta —, mi faresti una prefazione?». L’altra è di un ex autista di Togliatti finito poi a combattere in un movimento insurrezionale in Africa. Non scrive a Pansa ma, con una mail, si rivolge all’allora direttore di «Repubblica» Ezio Mauro e la sua segreteria gira subito il messaggio a Giampaolo. Omicidi? Stupri? «Frutto di fantasia o di calunnia – si legge – essendo nota la morale spartana e la draconiana giustizia partigiana contro gli stupratori».
Opposto il senso di ciò che infila nella buca della posta una staffetta ligure, sedicenne nel 1945: «Purtroppo è vero, certi episodi in tutte le guerre civili diventano inevitabilmente un fatto fisiologico che sempre trae origine da precedenti ancora più gravi. Ecco perché abbiamo preferito e saputo dimenticare, noi che abbiamo trovato le case rase al suolo» per combattere i fascisti: prima, c’era la «Patria da ricostruire». Ancora da sinistra e dal Piemonte, ecco un insegnante di lettere, allora presidente provinciale dei Ds: «Libri come il suo sono necessari per frantumare oleografie, riportando tutto nell’ambito di una verità che non nuoce alla Resistenza».
Da quelle stesse zone, un altro partigiano: «Solo oggi mi rendo conto di quanti, anche tra di loro, siano morti per un ideale», però «non mi sento ancora di pareggiare la bilancia tra chi militò dalle due parti». Ma dagli scatoloni spuntano soprattutto le parole dei vinti, meditate, dolenti, talvolta picaresche – quando a scrivere sono ex combattenti – o spiazzanti. Italiani per i quali il familiare fatto fuori o sparito nel nulla «non avrebbe fatto del male a una mosca», ripetono i più, e se aveva aderito alla Rsi è solo perché «doveva lavorare» o «avrebbe perso il posto». Quanto al fascismo, «c’eravamo dentro». Ricorre la definizione di «cittadini di serie B»: «Lo siamo stati per sessant’anni», «taccio da allora ma grazie al Sangue dei vinti sono finalmente pronto a mettere il mio animo a nudo», «non potevamo chiedere pietà a nessuno». C’è rabbia, anche: «Mi sono rifatto una vita in Australia – confida un altro marò —, all’Italia non devo niente».
Tragedie da rimuovere, o divenute un’ossessione: «Papà non volle mai dirmi come morì mamma», «mamma si finse partigiana per scoprire chi assassinò il padre», «per una vita ho chiesto in giro chi uccise papà e quando individuai la sua tomba, la distrussero». «Ho imparato a non voler vendette e forse a perdonare» scrive una donna dalla Liguria scandendo le ultime parole del genitore ammazzato sulla porta di casa: «Ma mi sparate senza giudicarmi?». Prosegue ricordando quel tema proposto da un professore in seconda media,«il primo dolore della vita», e allora «io racconto la storia di papà» «che però con una scusa non fu valutata». Dopo vent’anni ritrova l’insegnante che le dice: «Povera... quel tema lo rammento ancora, cominciava così...». Per lei non è un complimento, tanto che «lo avrei strozzato».
Una vicenda romanzesca viene dal Triveneto: un giovane scampa miracolosamente a una fucilazione in cui muoiono 100 persone e mesi dopo lui contatta – per riferire cosa accadde, brutalità comprese – i familiari delle vittime. Incontra pure una ragazza a cui hanno ucciso il papà, s’innamorano, hanno una figlia. È proprio lei a scrivere a Pansa, ma descrivendo «il valore della Resistenza e le innumerevoli pagine eroiche non compromesse dal giudizio sull’efferatezza di singole azioni compiute colpevolmente in suo nome». Dello stesso tenore le parole dalla Sicilia di un’altra donna il cui padre fu giustiziato nel corso di una mattanza in carcere, 15 i morti. «Mi ribolle il sangue a sentire la parola partigiano», «ma tra loro – distingue – c’erano gli idealisti che hanno combattuto per la libertà» e di fronte «i fascisti della Rsi che non hanno voluto tradire l’alleanza e hanno combattuto per l’onore».
Quando la incontriamo a Reggio Emilia, Adele Grisendi – figlia di un contadino poi internato, in grigioverde, in uno Stalag – porta altre lettere, le più care. Alcune da Leonardo Sciascia, poi da Gemma Capra, la moglie del commissario Calabresi. Con orgoglio, ne mostra una datata 25 marzo 2013. La firma Giorgio Napolitano, inquilino al Colle: «Caro Pansa, ci legano ricordi “antichi”: quanti anni sono passati da quando lei sollecitava l’emergere di posizioni socialdemocratiche nel Pci?». Adele poi racconta dell’altro pezzo di archivio, custodito all’Università di Pavia. «Ci sono i taccuini con gli appunti di tutte le sue inchieste e interviste. No, non c’è nulla – ride, anticipando la domanda – che riguardi quella concessa sul “Corriere” da Enrico Berlinguer, quando chiarì di non volere che l’Italia uscisse dal Patto Atlantico, più sicuro. Sono tre o quattro fogli che serbo per me, c’è la descrizione del colloquio, il prima e il dopo: “Esco presto, raggiungo Botteghe Oscure, Tatò chiama...”».
Era il «metodo Pansa»: «scrupolo, attenzione maniacale ai dettagli. Per preparare Il sangue dei vinti non so in quanti cimiteri mi abbia portato. Cercava tombe, lapidi... “Se li hanno uccisi, li avranno seppelliti e allora ci saranno i loro nomi, informazioni”». Quanto alla firma riapparsa sul «Corriere», dove Giampaolo lavorò a lungo a metà della carriera, Adele ricorda che gli portava il giornale «quando lui era già grave in ospedale. Sfogliandolo con emozione, diceva: “Sono tornato in via Solferino, mi è stato restituito l’onore”».