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 2026  gennaio 07 Mercoledì calendario

Intervista a Marcello «March» Fiasconaro

Erano gli anni che era bello stare al mondo anche se vivevi in un Paese in bianco e nero. Potevi correre a piedi nudi sull’erba, sfidare il vento, giocare con i sogni. Abitare in una casa immersa in un paradiso dentro un inferno. E viceversa.
Marcello «March» Fiasconaro veniva dalla parte estrema dell’Africa. La sua è una storia da raccontare fino a restare senza fiato. Come le sue corse, che sembrava dovessero scoppiargli i polmoni ed esplodere i muscoli ma il traguardo arrivava sempre un attimo prima. Con un tempo che il tabellone luminoso di una notte d’estate a Milano battezzò «record del mondo». Il primato degli 800 metri su una pista che sapeva di antico circondata da uno stadio che aveva voluto Napoleone: l’Arena.
Il riflesso di quel ricordo illumina ancora la storia dell’atletica azzurra (in Italia nessuno ha mai superato il suo record). Fiasconaro è tornato in Sudafrica, è lui il campione dei due mondi. Ha una casa a Hout Bay, la baia del legno, perché qui venivano le navi degli antichi galeoni olandesi a farsi il maquillage allo scafo. Oggi nell’oceano le barche piene di turisti inseguono e fotografano le otarie. March guarda lontano e torna indietro con i pensieri.

Quello famoso in famiglia era papà Gregorio.
«Il primo direttore della scuola d’opera lirica di Cape Town, giusto per dire».

Baritono, attore, regista.
«Un uomo eclettico. Come la sua vita del resto. Mio padre era originario di Castelbuono, in Sicilia. Studiò all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Aveva davanti una carriera promettente».
Una carriera interrotta dalla guerra. Poteva essere una fine, divenne un inizio.
«Già. Si ritrovò dall’altra parte del mondo senza volerlo».
Come andò?
«Seconda guerra mondiale. Pilotava gli aerei da combattimento. Lo abbatterono in Africa orientale. Si lanciò con il paracadute. Planò su una pianta e ci rimase appeso per due giorni».
Roba da film.
«Lo tirarono giù gli inglesi e lo fecero prigioniero».
Campo di concentramento lontanissimo da casa.
«I britannici avevano un impero, c’era solo l’imbarazzo della scelta su dove mandarti. India o Sudafrica erano l’ideale».
E lui finì in Sudafrica.
«Già, nel “famoso” campo di Zonderwater. Frequentatissimo da altri prigionieri italiani. Che si fecero subito apprezzare. A mio padre andò ancora meglio viste le sue qualità di musicista. E poi a gestire il campo c’era il colonnello Hendrik Fredrik Prinsloo».
Poi per papà Gregorio arriva finalmente il giorno della liberazione.
«Sì, ma comincia una nuova vita. Inaspettata. Sognava l’Italia, si ritrova sudafricano».
Nel suo cuore trova posto anche una giovane donna.
«Maribel. Sudafricana di origine belga. Viveva a Pietermaritzburg, nel Natal: mia madre».
Una Brabant, schiatta nobile.
«Così è».
E poi nel 1949 nasce il futuro campione.
«Sì, a Cape Town».
Ma lei già da piccolo sognava di suonare un’altra musica.
«In Sudafrica ti viene subito voglia di correre, di saltare, pedalare. Insomma, di fare sport. Questo è un popolo che vive all’aria aperta in mezzo a grandi spazi».
L’atletica però arriva dopo.
«Qui lo sport nazionale è il rugby. E chiamarlo solo sport non rende l’idea. È una religione, una ragione di vita. Tutto. Ha rappresentato l’identità boera prima, quella nazionale adesso. Il film Invictus descrive benissimo questo stato d’animo. Gli Springboks, la nazionale della palla ovale, sono l’orgoglio e il biglietto da visita del Sudafrica. Vestire la casacca verdone con il colletto oro è un sogno per ogni ragazzo».
March Fiasconaro compreso.
«Certo. Cominciai con la squadra dei Villagers. Anche loro una leggenda. Un club fondato a fine Ottocento. Tra i più rinomati della Western Province. Tra i miei compagni c’erano cinque futuri Springboks. Persino un capitano storico».
Che si chiamava?
«Morné du Plessis. Un cognome di chiara origine ugonotta. I suoi antenati venivano dalla Francia. Erano sbarcati in Sudafrica nel XVII secolo ai tempi delle guerre di religione in Europa. Una comunità importante. Tra i discendenti di quei primi coloni c’è anche l’attrice Charlize Theron. Du Plessis detiene un primato invidiabile: due sole sconfitte con la fascia di capitano».
Dal rugby all’atletica: un ripiego?
«Macché. Nella stagione morta della palla ovale ci si teneva comunque in allenamento. Io correvo. Un giorno mi vide Stewart Banner, presidente dell’Harriers Celtic Runners Club. Mi convinse a provare sulla pista. Cominciai con i 400 metri».
E subito i piedi volarono sul tartan.
«Subito no. Prima fecero correre quelli bravi. Poi toccò a noi. Giusto per valutare se qualcuno aveva la stoffa. E...».
E...
«Faccio il miglior tempo. Aver praticato il rugby con le sue serpentine, gli stop and go in velocità mi aiutò molto. Passano poche settimane e mi notò un ex discobolo italiano: Carmelo Rado. Sentì il cognome italiano, si informò, chiese il permesso a mio padre di portarmi in Italia».
Permesso accordato.
«Solo che io non spiccicavo una parola di italiano. Papà Gregorio mi disse: “Non preoccuparti, impara l’indispensabile: buongiorno, buonasera, dov’è il bagno?”. Non mi preoccupo. Mi basta dimostrare di saper correre».
La prima gara a Genova.
«Sfioro il primato italiano dei 400. I giornali mi osannano. È nato un talento, scrivono».
Il look aiutava.
«Sì, lo stile hippie andava di moda. A quei tempi gli atleti erano un po’ rigidi».
Lei invece.
«Una volta si stupirono perché mi trovarono che mi scolavo sette birre. Solo che a farmi compagnia alcoolica c’era anche il mio allenatore».
Fiasconaro e Mennea erano due mondi diversi.
«Lui era una specie di monaco. Non beveva, non fumava, a letto presto. A me piaceva camminare a piedi nudi, girare nei locali. Studiare l’italiano con le canzoni di Mina e Patty Pravo».
Andava anche al Piper?
«Sì, mi sembra di sì...».
Capitolo ragazze.
«Beh, avevo un certo appeal. La Federazione di atletica, però, ci faceva controllare. Una volta scappai dall’albergo di Formia dove eravamo in ritiro e passai la giornata sulla spiaggia con una ragazza tedesca, hostess della Lufthansa. Il giorno dopo mi convocarono a Roma. Sapevano tutto».

La Germania è anche Monaco di Baviera, Olimpiade 1972.
«Brutta esperienza. Tante aspettative. Un piede che non voleva saperne di guarire. Forse curato male. E poi la strage. Le palazzine degli atleti seguivano l’ordine alfabetico dei Paesi partecipanti. Italy veniva dopo Israel. Sapete cosa è successo. Dopo quel giorno, i Giochi erano finiti anche se si continuava a gareggiare».
Passa un anno. Arriva una sera di giugno a Milano. Arena civica. Sfida tra Italia e Cecoslovacchia.
«Corro gli 800. Il mio rivale è Jozef Plachý. Ottimo mezzofondista. Parto davanti, finisco primo. Lo sentivo alle spalle. Volevo solo tenerlo dietro. Non penso al tempo. Solo a vincere. Mi accorgo che ho fatto il primato del mondo quando taglio il traguardo e la folla impazzisce».
Uno quarantatré e sette.
«Superato solo da Alberto Juantorena, il “cavallo” cubano. E ancora record italiano. Quanti anni sono passati?».
Una carriera sportiva che continua con il rugby.
«Gioco a Milano, per la Concordia. Il campo era il Giuriati. Con me Marco Bollesan, leggenda azzurra. Clima goliardico. C’era un argentino che durante l’intervallo brindava a champagne davanti alle tribune».
E c’era la Milano degli anni di piombo.
«Avevo una Renault bordeaux. Lo stesso modello, lo stesso colore di quella dove trovarono il corpo di Aldo Moro. Una volta ci salimmo in otto. Incappiamo in un posto di blocco. Ci fanno scendere dall’auto e a mitra spianati ci ordinano di alzare le mani. Mi dico: “Va bene: in otto in macchina non si fa però metterci le armi sotto il naso mi sembra troppo...”. Finalmente un capitano mi punta la torcia in faccia e urla: “Ma cosa state facendo? Questo è Fiasconaro”. Finisce tra scuse e autografi. E torniamo a casa in otto».
La sua Milano era anche altro.
«Sì, le serate al Tombon de San Marc, l’Inter, e anche la nebbia e la neve. Una volta andai al cinema con mia moglie Sally. Davano La mia Africa. Uscimmo e vedemmo il cielo bigio, le nuvole, il freddo. Ci guardammo e dicemmo: “Cosa ci facciamo qui?».
Marcello Fiasconaro: con lui l’azzurro sapeva di gioia vera.