Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 06 Martedì calendario

"Amyntas", l’inedito giovanile di André Gide

“Che forma avrà mai il desiderio?”. È con questo interrogativo, che gli infesta i pensieri con la stessa intorcinata ostinazione di un mal di denti, che André Gide nell’autunno del 1893, sbarca sulle coste dell’Algeria per la prima volta in compagnia dell’amico pittore Paul-Albert Laurens. Ha ventiquattro anni, è magrissimo e represso dal moralismo religioso della sua ricca famiglia borghese d’origine che gli instilla sin da piccolo la vergogna nonché l’orrore per il corpo. Fino a quel momento André si è tenuto a distanza dal desiderio, maturando dentro una scissione dolorosa tra ciò che deve e ciò che vuole. Non a caso, così vive pure il protagonista del suo primo romanzo Les cahiers d’André Walter del 1891, dilaniato dalla lotta interiore tra l’aspirazione alla purezza da un lato e l’ardente eros dall’altro.
Quando giunge nel porto di Algeri, una sensazione inedita gli scotta la pelle candida di colto gagà parigino, vissuto tra tende di broccato, libri e vacanze in Normandia: il fuoco del calore! Il cocente sole africano lo disorienta, sfuma i contorni del mondo per come lo conosceva. Soprattutto, lo disorientano e lo eccitano i corpi dei giovani arabi dalla pelle d’ebano. I movimenti di quelle spalle larghe, di quelle cosce tornite, di quei sessi prominenti e liberi nella biancheria larga, disegnano sotto le stoffe di cotone leggero e non foderato una coreografia che lo ipnotizza. Sono guide e venditori, come pure ragazzi di strada e pastori. E tra questi ragazzi, a Biskra, conoscerà il giovanissimo Alì con cui scopre l’amore omoerotico.
Gide non entrerà mai nello specifico, e del loro primo corpo a corpo restituisce solo un accenno nell’autobiografico Se il grano non muore (1924): André ama fare lunghe passeggiate, sempre più vicino al deserto, che lui chiama “distesa dorata”. Il deserto lo attira. Nella sua sconfinatezza, s’illude di essere libero. In uno di quei pomeriggi, Alì lo avvicina e si propone come compagno di passeggiata. Gide è stregato dalla fiducia naturale del ragazzo, dalla risata, dall’assenza di diffidenza europea. Dalla sua bellezza di uomo ancora bambino. Dopo ore di camminata, Alì lo conduce in un luogo appartato tra palme e sabbia e si avvicina con naturalezza. L’intimità che vivono mescola i confini di desiderio e gioco, è sensuale ma anche fanciullesca. Gide scriverà in questo passaggio di aver sentito “cadere la corazza” che aveva costruito attorno al proprio corpo e al proprio desiderio.
L’Africa è il posto in cui Gide sente di essere rinato. Ne diventa dipendente. “Ossessionato dal desiderio di questo Paese, che ogni anno si faceva più forte in me verso l’autunno, e desideroso di essere finalmente curato pro remedio animæ meæ”. Tale si confessa in Amyntas – in libreria da domani con Orizzonte Milton – testo che giunge alla prima traduzione italiana nella sua integralità. Qui lo scrittore – che frattanto nel 1895 si era sposato con la cugina Madeleine in un matrimonio angelicato senza sesso – racconta i viaggi in Algeria e Tunisia negli anni dal 1895 al 1904. Anche se, a dirla tutta, più che meri viaggi sarebbe meglio definirli ritorni a quella che per lui era la sua casa del corpo, i cui desideri, ha ben spiegato Jacques Lacan nel suo Jeunesse de Gide, ou La lettre et le désir, sono sempre confinati “nella clandestinità”.
Amyntas è, dunque, un diario di viaggio composto da annotazioni impressioniste che negli anni Gide sceglie di non rileggere mai. Si limita, cioè, a registrare ciò di cui il suo sguardo pianoterra si accorge. Solo così, scrive, racchiudono “il senso, l’istante presente”. I luoghi visitati quali Algeri, Biskra, Blida, Tunisi, El-Kantara ricompongono quel paesaggio mitico che lo riallaccia alla cultura magnogreca da lui così amata. Delle città, lo attraggono le rovine, dove si annida la bellezza autentica. E i luoghi nascosti, dove va scovato il piacere. La sua è una “recherche tenebreuse” sostiene. Così, si reca in alcuni cafè moreschi, i più decentrati e antichi. Ad attirarlo lì, ammette, è “il buio” e “il sentimento di un clandestino”. Si tratta di posti fatti solo di due stanze, una principale in cui gli uomini se ne stanno distesi a terra e fumano, e un’altra più buia e meno visibile, che offre una situazione di clandestina, appunto, disponibilità sessuale. Qui, come pure nei suk o durante le sue passeggiate, conosce giovani berberi che accoglie di notte nella propria camera d’albergo, che lo scortano poi di giorno come guida. Tra tutti, però, ritroviamo Alì, oggi più adulto e già sposato.
Uscito in Francia nel 1906 (poi nel 1925) e dedicato all’amato Marc Allégret, che Gide aveva accolto in casa in qualità di segretario e che presentava a tutti alla stregua di un figlio putativo, scatenando così le ire di Madeleine – capace, una mattina del 1918, di fare in segno di disprezzo per il marito un piccolo rogo con tutte le lettere d’amore che negli anni André le aveva dedicato –, leggere oggi Amyntas rivela con maggiore potenza il laboratorio emotivo dei capolavori futuri di Gide, quali L’immoralista del 1902 e I Falsari del 1925 in cui umbratile e dominante si scatena tutta la forza del desiderio.