il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2026
Attacco in Venezuela, New York Times e Washington Post sapevano, ma non hanno scritto: agli ordini del governo
Il New York Times e il Washington Post sapevano dell’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela diverse ore prima che l’aggressione scattasse, ma hanno scelto di non pubblicare quello che sapevano, dopo che l’amministrazione Trump li aveva avvertiti che la pubblicazione avrebbe potuto mettere a rischio i soldati americani. A rivelare questo retroscena è il media online Semafor, citando due fonti non identificate, ma definite al corrente delle comunicazioni tra il governo americano e le redazioni dei due più potenti quotidiani degli Stati Uniti.
La “deferenza”, come la chiama Semafor, del New York Times e del Washington Post nei confronti dell’amministrazione Trump potrebbe sorprendere, considerando che da anni Donald Trump conduce una vera e propria guerra contro i media tradizionali.
Gli Stati Uniti non hanno un sistema per cercare di impedire ai giornalisti di pubblicare una notizia segreta di un’operazione militare. Il Regno Unito, ad esempio, ce l’ha: si chiama Da Notice ed è uno strumento con cui il governo inglese chiede alle redazioni di non pubblicare una certa informazione, perché la sua divulgazione potrebbe danneggiare la “sicurezza” della nazione. Ma il Da Notice è un strumento puramente consultivo e i giornalisti inglesi con la spina dorsale rivendicano il loro diritto di decidere autonomamente cosa pubblicare, anche se in alcuni rari casi lo scontro governo-redazioni ha raggiunto livelli altissimi, come durante la pubblicazione dei file top secret di Edward Snowden. In quell’occasione, il governo di sua maestà costrinse il Guardian a distruggere la copia dei file in possesso del giornale e a distruggere, sotto la supervisione dei servizi segreti del Gchq, i computer su cui i documenti erano conservati.
Negli Stati Uniti un meccanismo del genere non esiste e la stampa gode di protezione costituzionale, grazie a quel formidabile scudo che è il first amendment. Ma nonostante questa protezione, i grandi media americani si sono spesso mostrati supini alle richieste e alle manipolazioni del loro governo. Come quando, nel 2003, nei mesi precedenti l’invasione dell’Iraq, il New York Times pubblicò notizie infondate sui tentativi di Saddam di procurarsi armi di distruzione di massa, un’assoluta fandonia, frutto delle manipolazioni della Cia, che permise all’amministrazione di George W. Bush di vendere all’opinione pubblica una guerra terribile.
O come quando, nel 2005, il Washington Post venne a sapere che la Cia aveva prigioni segrete anche nell’Europa dell’est, in cui torturava brutalmente, eppure il Washington Post non pubblicò i nomi dei paesi europei su richiesta del governo americano. O quando nel 2004 il New York Times tenne per un anno nel cassetto lo scoop sulla Nsa che spiava le comunicazioni dei cittadini americani senza un mandato. Fu proprio la “tradizione” di collaborazione tra le grandi redazioni e il governo americano che venti anni fa spinse Julian Assange a creare WikiLeaks.