La Stampa, 6 gennaio 2026
Alex Vinatzer: "Sugli sci grazie al cioccolato Detesto andare di fretta"
Un pezzo di cioccolato può cambiare la vita. E trasformare le giornate di un ragazzino che amava stare sulla neve con gli amici in quella di un campione. Chiedetelo ad Alex Vinatzer, 26 anni di Selva di Val Gardena, Alto Adige, secondogenito di tre figli, famiglia di albergatori di alto livello (Nadia Stuffer e Christoph, proprietari del “Savoy"). «Adoro il cioccolato. Sono rimasto nello sci club per quel motivo. I maestri me ne davano un pezzo ad ogni giro, lo facevano per invogliarmi. Lo sci non mi piaceva. Me ne sono innamorato solo dopo aver vinto la mia prima gara a sette anni». Alex si racconta nel suo hotel, davanti al caminetto e sotto l’occhio vigile della mamma e della zia Vicky. Risata potente, calma e carattere solare, l’azzurro è il ragazzone di 189 centimetri su cui punta la Nazionale in gigante e in slalom alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Alex, manca un mese alla cerimonia di apertura. Come sta?
«Bene. Aspetto lo slalom a Madonna di Campiglio, domani sulla 3Tre in notturna. Una tappa prima del grande evento, quelle gare che ti danno motivazione in più per spingerti al limite».
Lei conosce già l’aria dei Giochi. È uno dei pochi che, dopo due gare di Coppa del Mondo, è stato convocato in Corea del Sud nel 2018. Che esperienza è stata?
«Diciamo che mi è stata un po’ regalata. Con la scusa o con il buon presupposto di fare esperienza. La squadra italiana di slalom non stava andando bene così hanno deciso di inserirmi. Avevo appena vinto l’argento ai Mondiali junior a Davos. Così, ho fatto tutto in fretta, visite e valigia, e mi sono trovato sull’aereo per Pyeongchang. Poi non è andata bene ma è stata una grande occasione. Lì cresci in fretta, capisci come funziona. Ora abbiamo la fortuna di avere le Olimpiadi in Italia, voglio viverla come una gara di Coppa del Mondo con la certezza di aver fatto il possibile».
Ci sono emozioni legate ai Giochi?
«Può sembrare strano ma le Olimpiadi del 2018 non le ricordo tanto. Invece l’immagine che ho scolpita in mente, nitida, è quella dell’oro vinto da Giuliano Razzoli a Vancouver. Volevo la “mentoniera” (usata in gara per parare i colpi dei pali in slalom, ndr) del suo stesso colore. Così mia mamma e mio papà hanno portato la mentoniera al carrozziere che l’ha dipinta. Poi giravo con quella! A Bormio, dove gareggiamo, ci voglio andare per le medaglie. Ho un conto aperto anche rispetto al 2022, a Pechino. La neve in Asia è molto diversa da quella europea, ho faticato ad adattarmi e in slalom non ho ottenuto il risultato che speravo. Nei giorni successivi sono crollato, però ho imparato tanto. Anche come non preparare un’Olimpiade, avevo messo troppa energia».
Nella sua preparazione una parte importante l’ha sempre avuta la meditazione. Ci racconti.
«Pratico quasi tutti i giorni. Gli esercizi di respirazione mi aiutano a gestire lo stress. La faccio quando ne sento il bisogno e poi la sera prima delle gare. Serve per restare più concentrato su me stesso, sui miei movimenti e mi fa bene».
La sua caratteristica principale?
«La calma. Mia mamma mi racconta che da bambino ero vivacissimo: certo, dovevo tenere il passo con mio fratello maggiore e i suoi amici. Ma detestavo fare tutto di corsa. La lentezza a mio avviso fa parte della bellezza della vita. Amo la natura, le cose belle, il cibo buono. In questo mondo di oggi non è poco. Ovvio, questo vale solo in parte quando sei al cancelletto di partenza. L’adrenalina è a mille ma devi essere lucido e, appunto, calmo».
Tutti gli altoatesini preferiscono il tennis alla neve. Sorpreso?
«Semplice, è colpa di Sinner. C’è una spiegazione sola, no? Lui è così bravo che trascina tutti. Io, invece, ho iniziato con il golf. Perché Elena, la mia ragazza, all’inizio dell’inverno è andata via per lavoro e mi sono detto “mi serve un hobby”. Così ho scelto il green».
Un mese fa a Beaver Creek è salito sul podio in gigante, secondo posto alle spalle di Odermatt, il re di Coppa. Un ottimo segnale. Dopo alti e bassi cosa è cambiato in lei?
«Ho più esperienza in certe situazioni. Però se “senti” la neve e sei a tuo agio sugli sci performi bene anche in gara. Sono partito con il piede giusto. Mi trovo bene con Mauro Pini, il nostro allenatore ed ex della campionessa svizzera Lara Gut. Abbiamo lavorato sulla costanza del gesto, quindi anche quello fa la differenza».
Come è riuscito a gestire i momenti difficili, la fatica emotiva?
«Credendo in me stesso. Mi hanno aiutato i valori che mi hanno trasmesso i miei genitori, lavoratori instancabili. Perché quando sei giù non sai da che parte girarti. Quando segui questo percorso capisci quanti sacrifici fai in questo sport e quanto ci tieni. Mi sono tirato fuori perché ho dato tutto e ora sto molto meglio».