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 2026  gennaio 06 Martedì calendario

Questi fantasmi di Eduardo sono ancora tra noi

I fantasmi di Eduardo compiono ottant’anni, ma sembrano appena nati. Era il 7 gennaio 1946 quando al teatro Eliseo di Roma andava in scena Questi fantasmi!, la celebre commedia di De Filippo incentrata sul personaggio di Pasquale Lojacono, un uomo in difficoltà economiche che va a vivere in un appartamento lussuoso, ma abitato dagli spiriti.
L’affitto è gratuito, in cambio lui deve convincere i vicini che l’abitazione non è infestata da inquilini soprannaturali. Perciò da contratto deve affacciarsi una volta al giorno ai balconi della casa simulando allegria e spensieratezza. Come fa con il professor Sant’Anna, il dirimpettaio immaginario cui è indirizzato il famoso monologo del caffè.
All’inizio Pasquale è convinto di potercela fare, ma la fiducia lascia il posto al terrore quando gli appare uno sconosciuto che lascia fiori, regali e denaro. In realtà si tratta dell’amante di sua moglie, ma Lojacono si convince o vuol convincersi che si tratti dei favori di un fantasma che lo ha preso a benvolere. La commedia scorre fino alla fine sul sottile crinale che separa ragione e superstizione, ingenuità e opportunismo, sogno e visione, realtà e fantasia. Ma la realtà a Napoli supera spesso e volentieri la fantasia e addirittura ne ispira le trame. Infatti, l’invenzione poetica del grande drammaturgo partenopeo fu ispirata da fatti veri. E addirittura dalla sua memoria domestica perché la famiglia di suo padre, il grande attore e commediografo Eduardo Scarpetta, in un momento di ristrettezze economiche accettò di prendere in affitto una casa che si diceva frequentata da un’anima in pena.
In realtà lo spettro appariva soprattutto alla padrona di casa. Il prezzo dell’appartamento era irrisorio ma non abbastanza da compensare lo spavento provocato dall’ospite venuto dall’altro mondo e gli Scarpetta si trasferirono in fretta e furia in un alloggio meno animato. Forse non è puro caso, né tutta invenzione, se nel copione di Questi fantasmi! gli interpreti vengano definiti anime e non persone. A cominciare da Pasquale Lojacono, anima in pena e da sua moglie Maria anima perduta. E così tutti gli altri, anime irrequiete, anime dannate, anime nere, anime libere. Come dire che gli individui sono parvenze di anime. Che ciascuno è il fantasma di sé stesso.
Di fatto, queste figure poetiche sono anche tipi e caratteri dell’umanità napoletana che sta al fondo dell’antropologia eduardiana. E che il genio del Maestro trasforma in maschere universali della condizione umana. Ecco perché il rapporto con l’aldilà e, soprattutto, con la sua larvale, onirica, visionaria onnipresenza nell’aldiquà, rappresenta un leitmotiv nascosto nel backstage, come un suggeritore nella buca.
Anche in questo caso, dunque, non si tratta solo di mera fantasia poetica, di pura immaginazione teatrale, ma della trasfigurazione drammaturgica di una realtà storica. Con tutto il suo corteggio di presenze in cui a cavallo tra Otto e Novecento molti credevano e che in molti erano addirittura certi di vedere.
Ne è la prova la casistica giudiziaria riguardante le case infestate dagli spiriti che caratterizza la realtà partenopea in quegli anni. E annovera cause che fanno scalpore, come quella per la risoluzione del contratto d’affitto intentata nel 1907 dalla duchessa di Castelpoto contro la sua padrona di casa, la baronessa Englen. La duchessa si rifiuta di pagare il canone a causa delle inquietanti manifestazioni che si verificano in casa. Apparizioni, lamenti, rumori di catene, oggetti inspiegabilmente scomparsi e altrettanto inspiegabilmente riapparsi. Ma la proprietaria non vuol sentire ragioni paranormali e pretende il rispetto del contratto. Allora la nobile inquilina ingaggia un avvocato di grido come Francesco Zingaropoli, noto giurista ma anche profondo conoscitore dell’occulto. La sua memoria difensiva viene pubblicata nello stesso anno col titolo “Una casa infestata dagli spiriti”, e tradotta immediatamente in francese negli Annales des Sciences Psychologiques, diventando un caso europeo, all’origine di una discussione cui partecipano figure di primo piano del positivismo come Cesare Lombroso.
Sono anni in cui le manifestazioni paranormali e la possibilità stessa di una comunicazione con le anime dei trapassati alimentano un ampio dibattito che coinvolge personaggi del calibro di Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, e di Jean-Martin Charcot, maestro di Sigmund Freud. Entrambi autori di pagine importanti su Eusapia Palladino, una medium attiva nella Napoli di quegli anni che dà letteralmente del tu alle anime.
Forse la testimonianza più importante a favore del dialogo con i defunti è quella di Luigi Pirandello, che ha esercitato una forte influenza sul teatro eduardiano. E che fa dire all’avvocato Zummo, personaggio di una delle sue Novelle per un anno, che «la scienza s’arresta anch’essa là, ai limiti della vita, come se la morte non ci fosse e non ci dovesse dare alcun pensiero – ma i morti non ci stanno e reclamano i loro diritti – voi gente positiva non volete più curarvi di noi? E noi, allegramente, dal regno della morte, veniamo a bussare alle porte dei vivi».
Proprio come fanno i fantasmi con Eduardo nei panni di Pasquale Lojacono, terrorizzato e al tempo stesso consolato dall’esitazione tra la credenza negli spiriti e la ragione che la nega. Come nella scena in cui si affaccia al balcone della casa stregata, con la voce ancora strozzata dalla paura ma deve far finta di niente. Un pezzo di teatro semplicemente immenso. La cui memoria resta impressa nelle parole del critico teatrale Renzo Tian, direttore dell’Accademia nazionale di arte drammatica dal 1963 al 1974, letteralmente folgorato da «un Eduardo che appare al balcone della casa stregata, circonfuso di luce verde e soffocato dal rantolo di terrore che miracolosamente si trasforma nel grido di allegria destinato al dirimpettaio».
Insomma, i fantasmi di un maestro dell’ombra come De Filippo non sono altro che i riflessi della realtà umana e sociale di Napoli che, illuminate dalle luci della ribalta, assumono parvenze di donne e uomini fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni.