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 2026  gennaio 06 Martedì calendario

“Party, affari, elettroshock: mi credevo un genio ero soltanto bipolare”

“Il giorno della maturità oltre al mio tema ne feci altri tre, per un gruppetto di compagni di classe che con l’italiano non andavano d’accordo. Io presi dieci, loro sette e mezzo, una specie di miracolo. Memorizzavo tutto, capivo al volo, non ero mai stanco, bruciavo tappe, il mio cervello correva alla velocità della luce, mi sono laureato in Giurisprudenza in tempi record, a 30 anni avevo tutto ciò che un uomo può desiderare: un lavoro magnifico, una compagna amatissima, un figlio appena nato e montagne di soldi. Pensavo di essere un genio invece ero soltanto gravemente malato. Poi bum, la caduta. Bipolare fu la diagnosi tardiva. E ho perso tutto”.
Fabio Macaluso, avvocato, ha il dono dell’ironia e della leggerezza. Trent’anni fa, oggi ne ha sessanta, era un supermanager di successo, protagonista di quell’avventurosa fase storica che avrebbe cambiato il mondo delle telecomunicazioni in Italia. Ha scritto un libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare”, (Marsilio) dove spesso si sorride e a volte si piange. Ovunque vada a presentarlo accorrono decine, anzi centinaia di pazienti, familiari di pazienti, madri e padri di figli con disagio psichico.
Macaluso, si aspettava questo seguito?
“Francamente no, ogni volta mi sorprendo, ma della malattia mentale non parla nessuno, c’è una solitudine enorme. Ho deciso di raccontare la mia vita, di mettere a nudo le montagne russe del disturbo bipolare, i deliri di grandezza e le voragini della depressione, la difficoltà di arrivare a una diagnosi, perché da vent’anni, invece, grazie ai farmaci sono ormai stabile. E volevo offrire speranza a quel milione e mezzo di persone che come me devono convivere con questa malattia”.
Lei ha scelto uno stile veloce, ironico, addirittura caustico, pur senza omettere nulla, elettroshock compresi.
“Quando non sapevo ancora di essere bipolare ho combinato ogni sorta di disastri, finendo anche in situazioni tragicomiche. Il mio è un disturbo subdolo, perché stai male quando stai bene. Nella fase che si definisce di “ipomania” sembra di essere invincibili, poi però arriva la “mania” e quindi la caduta. Una depressione così profonda che pensavo di essere fatto di cenere. È come morire. E ti ritrovi in pigiama di notte a chiedere alla vicina di cucinarti per pietà un piatto di pasta”.
Un esempio di quei disastri?
“Comprare in poche ore un palazzo a Budapest da seicentomila euro perché mi ero innamorato di una certa Ildiko che poi naturalmente mi scaricò. Abbandonare Omnitel – dove a 31 anni, chiamato da Pier Luigi Celli, ero a capo del team legale – prima che le mie stock option maturassero, rimpiangendo come un’ossessione quei soldi mai in realtà arrivati nelle mie tasche. A casa erano feste ogni notte, un porto di mare, musica da sfondare i timpani. In una fase di delirio mi ero convinto di essere vittima di un complotto: così regalai cinquecento euro a Livio, un vecchio tappezziere che aveva la bottega accanto al mio palazzo, perché si travestisse da guardia del corpo, con due magliette sotto l’ascella per mimare una Colt e andai a minacciare i miei ex datori di lavoro. Livio si era così impersonato nel ruolo che mentre la sicurezza mi buttava fuori, gridava ai vigilantes: A stronzi, nun ce provate che ve sparo ‘n testa”.
Però in quegli anni la sua carriera vola.
“Lascio Omnitel, passo in Enel dove partecipo al lancio di Wind, facendo la trattativa con France Telecom e Deutsche Telekom, lavoravo giorno e notte con ritmi feroci, leggevo documenti astrusi in poche ore, mio padre mi definiva, addirittura, inaffondabile. Ero innamorato della mia compagna che avevo conosciuto in Omnitel, nel 1998 nasce nostro figlio. Lo chiamiamo Frank, in onore di Frank Zappa. Nel Duemila fondo un mio studio legale, il mio rapporto sentimentale va in crisi, ci lasciamo, impossibile vivere accanto a me. A 37 anni, di botto, durante un pranzo a casa di amici, ho una crisi psicotica. È l’inizio della fine ma anche della rinascita”.
Rinascita? Perché?
“Dopo anni di tentativi, di terapie che peggioravano il mio stato, quando finalmente lo psichiatra Giovanni Cassano fece la prima diagnosi giusta prescrivendomi il Litio, la consapevolezza di aver un disturbo mentale cronico mi ha dato la forza di cambiare vita. Cassano mi definì una “Ferrari finita fuori strada”».
Tante le diagnosi sbagliate?
«Troppe. Fino a quel momento ero stato curato come “depresso reattivo”, anziché bipolare, ma gli antidepressivi non facevano altro che peggiorare la mia condizione maniacale di onnipotenza. Da vent’anni con precisione militare, da samurai come sono stato definito, prendo i farmaci che mi sono stati prescritti. Faccio una vita “normale” per usare una parola che nessuno psichiatra utilizzerebbe”.
In mezzo però ci sono pagine durissime, scritte con nuda verità. Il tribunale per i minori le toglie la responsabilità genitoriale di suo figlio Frank.
“Non ho omesso volutamente nulla. Perdere tutto, affetti compresi, è l’amara condizione che spesso tocca ai pazienti psichiatrici. E qui non è stato facile attingere all’ironia. C’è stato un periodo nel quale la mia compagna ha cominciato ad avere paura di lasciarmi con Frank. La comprendo, era difficile fidarsi di me. Ma fu un colpo durissimo. La sentenza arrivò mentre ero ricoverato. Anni dopo una lungimirante giudice, Magda Brienza, ci portò a un accordo che mi fece ritrovare Frank. Oggi mio figlio vive a Milano e fa l’ingegnere”.
Un giorno la chiamò il presidente Cossiga. Anche lui affetto da disturbo bipolare. Vi confrontaste sulla malattia?
«Figuriamoci. Voleva parlare di telecomunicazioni. Aveva letto una mia intervista e si era incuriosito per alcune affermazioni. Temerarie a dire il vero. Ci vedemmo più volte nella sua casa del quartiere Prati».
Lei accetta di sottoporsi a ben dieci elettroshock. Il capitolo si chiama “Gel sulle tempie”.
“Era ottobre del 2002. Ero in cura con Athanasius Koukopoulos, psichiatra di rara umanità che più volte mi ha salvato la vita. Ma ero di nuovo in uno stato depressivo grave. A rischio suicidio, dissero. E io accettai. Andavo in una clinica sulla via Cassia, a Roma. Mi impiastricciavano le tempie di gel, mi sedavano mentre Koukopoulos mi raccontava di isole greche e mare blu”.
Servirono gli elettroshock?
“No, a niente. Mi lasciavano un ronzio nelle orecchie e dei vuoti di memoria. Ma so che per alcune depressioni sono stati utili. Fu dura tornare a fidarmi di Athanasius. È scomparso nel 2013 e mi manca molto».
Racconti il reparto psichiatrico del Forlanini. Oggi si chiamano Spdc.
“Ci finii in una notte di crisi quando un vicino chiamò la guardia medica d’accordo con mio padre. C’erano pazienti legati. Proibito ogni contatto esterno. Regole carcerarie. Ricordo Carmelo, voleva giocare a ping pong. Gli infermieri dicevano no, non puoi. Lui li sfidò urinando sul tavolo verde. Lo aggredirono, finì sedato e con le cinghie al letto. Ma il vero dramma è che lì dentro non succede nulla. Sei buttato in un reparto in attesa che i farmaci spengano l’incendio. Mi tirò fuori Koukopoulos”.
Il titolo del libro – che si legge senza prendere fiato – arriva da quei giorni.
“In sala mensa una mattina provai a chiedere un tè al limone. “Mi piace moltissimo” aggiunsi scioccamente. L’inserviente fece finta di essere gentile fissandomi negli occhi. Ah sì, le piace moltissimo? Smettila, mettete a magnà e nun rompe. Mi venne da piangere. Era violenza inutile”.
Macaluso, oggi lei sta bene.
“Un mio caro amico scrittore che purtroppo non c’è più, Rocco Carbone, un giorno mi presentò il suo terapeuta, lo psichiatra Giuseppe Nicolò. Grazie alla sinergia tra Nicolò e Koukopoulos il cocktail di farmaci che assumo tiene sotto controllo il disturbo bipolare. Ho lasciato Roma, abito in Puglia, in campagna, i miei superpoteri sono scomparsi con la conquista di una serena normalità. Per dirla con Maradona non c’è più la mano de Dios nella mia vita. Meglio, infinitamente meglio così”.