Corriere della Sera, 6 gennaio 2026
Continuano a cambiare gli avvocati e tentano di incolpare solo la sorella: «I Ramponi si sentono vittime»
I fratelli Ramponi hanno sempre fatto fatica negli anni a fidarsi dei loro avvocati e anche con la strage di Castel d’Azzano le cose non sono cambiate. Dopo nemmeno tre mesi dall’esplosione del loro casolare, due difensori sono stati congedati. Il primo a farlo è stato Dino, ancora a inizio dicembre, nominando gli avvocati di fiducia Enrico Bastianello e Laura Luttazza Guerrini. Durante le festività natalizie Franco ha deciso di seguire le orme del fratello e di congedare anche lui il suo difensore.
Chi li ha assistiti li ha spesso trovati «diffidenti» e determinati a difendere a tutti i costi le loro proprietà. I Ramponi si sono infatti sempre definiti «vittime delle istituzioni». «Creare un rapporto di fiducia era difficile – riferisce l’avvocato Fabio Porta -. Avevo pensato di rinunciare all’incarico, ma Dino mi ha preceduto e ha nominato altri colleghi». I primi dissapori sarebbero nati dopo che a Dino era stato sconsigliato di chiedere una rivalutazione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere al giudice del tribunale del riesame di Venezia. Lui però aveva voluto provare lo stesso a percorrere quella strada, così come Franco che ora ha nominato la stessa avvocata di Dino, Guerrini, oltre all’avvocato Luciano Arcudi. L’unica a tenere per il momento il proprio difensore è Maria Luisa, colei che si era nascosta dietro a due bombole a gas aperte e che ha poi materialmente innescato l’esplosione con un accendino. Da un mese è nella sezione femminile della Casa Circondariale di Montorio, dove divide la cella con un’altra detenuta.
Franco e Dino sono invece stati arrestati il 14 ottobre, il giorno stesso della strage in cui sono morti i carabinieri Marco Piffari, Valerio Daprà, Davide Bernardello e ferite altre 26 persone che avevano il compito di perquisire l’abitazione e sfrattare i Ramponi. I due fratelli, fin dall’inizio, sono stati messi in due celle separate, sempre a Montorio. Ora però ci sono ben 57 chilometri a dividerli, perché la scorsa settimana Franco è stato trasferito nella Casa Circondariale di Vicenza per evitare ogni eventuale contatto con Dino e quindi la possibilità di concordare insieme la stessa versione dei fatti.
«Franco mi ha spiegato che quel giorno lui e il fratello stavano lavorando nei campi a un chilometro di distanza dal casolare, quando la sorella Maria Luisa ha innescato l’esplosione – riferisce Arcudi -. Il mio assistito sostiene di non aver programmato nulla e che le bombole a gas che erano nel casolare servivano per cucinare e riscaldarsi».
Una versione dei fatti che per il momento si scontra con quella della procura che sostiene invece che Maria Luisa, senza l’aiuto dei fratelli e col suo fisico mingherlino, non avrebbe mai potuto introdurre da sola otto bombole a gas nell’abitazione, posizionare due molotov sul tetto, cospargere i locali di benzina, oltre a «blindare» il proprio casolare, bloccando tutti gli infissi con assi di legno. Nei confronti di tutti e tre i fratelli Ramponi è stato infatti aperto dal sostituto procuratore Silvia Facciotti un fascicolo di indagine per strage, detenzione di materiale infiammabile e resistenza a pubblico ufficiale. Nel frattempo la procura ha anche conferito l’incarico al perito Danilo Coppe, esperto esplosivista che, entro metà marzo, dovrà depositare una relazione dettagliata sulla notte dell’esplosione. Dovrà in particolare analizzare se, oltre a gas e benzina, sia stato usato un altro tipo di infiammabile e che cosa abbia determinato il crollo del soffitto che ha poi provocato la morte dei tre carabinieri.
Finora Dino, Franco e Maria Luisa si sono sempre rifiutati di sottoporsi a un interrogatorio della procura, ma presto le cose potrebbero cambiare almeno per uno di loro. «Vorremmo chiedere un colloquio al sostituto procuratore Silvia Facciotti per permettere a Franco di raccontare la sua versione dei fatti – aggiunge Arcudi -. Stiamo inoltre prendendo contatti anche con un avvocato civilista. Il mio assistito teme che i 50 vitelli che sono stati sequestrati siano poi stati macellati». Franco sostiene inoltre che l’avviso di sfratto dal casolare era arrivato ancora nel 2024 e che nessuno di loro si aspettava di vedere la propria abitazione circondata da oltre 60 persone tra carabinieri, polizia e vigili del fuoco.
Il mio assistito è convinto di essere vittima di un’ingiustizia e che l’origine di tutti i mali sia stato il mutuo firmato da Dino al posto suo – aggiunge Arcudi che tornerà in carcere a Vicenza sabato per vedere il suo cliente -. Franco aveva provato a raccontare la sua versione dei fatti al giudice, ma non è stato creduto. Le sue proprietà, che secondo lui valgono un milione di euro, sono state pignorate e poi vendute all’asta a centomila euro. Tutte queste questioni Franco vorrebbe di nuovo affrontarle anche in sede civile».