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 2026  gennaio 06 Martedì calendario

Dominik Paris: «I giovani spericolati, posso batterli con la testa»

Dominik Paris, il discesista italiano più vincente di sempre. Dei 24 successi in Coppa del Mondo 7 li ha ottenuti sulla Stelvio, la pista di Bormio dove si disputeranno le gare di velocità dei Giochi. Il veterano azzurro è la grande speranza da medaglia, leader di un gruppo di giovani in crescita («Ci teniamo tutti a metterci in mostra, c’è una bella atmosfera»). Fedele alle sue abitudini («amo la vita tranquilla, due figli mi hanno dato la serenità»), deciso a chiudere un conto aperto con l’Olimpiade.
È partito forte in questa stagione, sempre competitivo. Qual è il segreto?
«Non c’è segreto. Ho lavorato bene, ho ritrovato le sensazioni di prima. Riesco a sciare come mi piace e mi sento tranquillo».
È il risultato di un lavoro particolare?
«Sono le risposte che cercavo, sento di aver curato bene la preparazione del fisico e dei materiali. Devo soltanto andare avanti così».
La testa è già ai Giochi di Milano-Cortina?
«Assolutamente no. Prima ci sono le classiche: Wengen e “Kitz”, bisogna che mi concentri su quelle. Un passo per volta, questa è la filosofia per arrivare ai Giochi, su una pista che conosco».
Alla cerimonia della consegna del tricolore, insieme ad altri atleti, era al Quirinale da Mattarella. Che effetto fa vivere i Giochi in casa?
«C’ero ma ben nascosto, non amo stare al centro della scena. Ed è sempre un piacere ascoltare il presidente. Non solo per le parole che usa nei nostri confronti ma per la conoscenza delle nostre storie. Sa tutto di cosa facciamo, incredibile».
Corre contro giovani scatenati, gli svizzeri Von Allmen e Monney, che hanno oltre dieci anni meno di lei. A quell’età che cosa cambia?
«Che ti prendi più rischi, che vai anche oltre il limite. Lo facevo anche io quando avevo 25 anni, è un fatto di testa soprattutto. Con l’esperienza impari a gestire certe situazioni, non ti butti sempre. E per questo quando riesco a stare davanti a loro sono ancora più soddisfatto. Ce la può fare anche un “anziano” come me».
Lindsey Vonn è tornata a vincere a 41 anni, lei Dominik ne ha solo 36.
«Sì, ma Lindsey si è presa una pausa di cinque anni… Deve averle fatto bene (ride). Scherzi a parte è stata straordinaria, ed è la prova che l’età agonistica si è allungata. Ci sono tanti casi come il suo in diversi sport per questo cerco di preservarmi».
Eppure, c’è stato un periodo in cui voleva smettere. Quanto è stato vicino a farlo?
«Gli ultimi due anni sono stati tosti, non giravo. Non riuscivo a tornare competitivo, non erano belle sensazioni. Non mi divertivo. Ma poi ho cercato di uscire da quella situazione, con il lavoro, con i sacrifici, con i cambiamenti. Come ho sempre fatto nella mia carriera e in generale nella vita».
«Continuo finché sento di volere dare l’anima». Parole sue. Quindi fino a quando?
«Nessuno lo sa in questo momento tantomeno io. Finché sentirò quel fuoco, quell’adrenalina e quella voglia di spingere andrò avanti. Ho ancora tante soddisfazioni da togliermi, vorrei una cosa che mi manca, una medaglia alle Olimpiadi».
Se la vincesse che cosa farebbe: continua o si ritira all’apice come hanno fatto alcuni grandi campioni?
«La verità è che non lo so».
L’adrenalina di un concerto con la sua band heavy-metal è paragonabile a quella di una discesa?
«Sono due emozioni entrambe molto forti ma diverse. Sul palco ti spingono il pubblico e la musica, in pista ti spingi da solo. Sei con te stesso e con il suono delle lamine e del vento».
Suo figlio Niko, 7 anni, il più grande, gioca a tennis. È l’effetto-Sinner?
«Prende lezioni, sta imparando per bene e si diverte. Però è vero da noi (in Alto Adige, ndr) Jannik ha spinto tanti al tennis».
Ma i suoi figli sciano anche?
«Sì, tutti e due. E fanno anche le gare. Io non li spingo, ma se vorranno diventare sciatori cercherò di seguirli. I figli mi hanno dato serenità e pace interiore».
Da bambino lei spaccò gli sci nuovi per fare i salti nel bosco. È vero che ha temuto di non sciare più?
«Non avevo distrutto solo sci, ma anche gli attacchi. Andavo sempre forte, con gli amici, con mio fratello (scomparso nel 2013, ndr), quel giorno avevo valutato male un salto. Tornai a casa e ricordo ancora la faccia di mio padre. Di soldi a casa ne giravano pochi, temevo che non mi ricomprasse mai più l’attrezzatura».