Corriere della Sera, 6 gennaio 2026
Manganelli, il prof riluttante
Siamo alla trecentesima della sessione. Alla catena di montaggio degli Esami è rimasto, della Cattedra, l’ultimo degli avventizi: quasi cinquantenne e senza prospettive di carriera (se tutto va bene, entrerà di ruolo alle soglie della pensione), pingue e dai baffi piangenti, in quell’interminabile pomeriggio è sfatto, esausto, nervoso. Più nervosa di lui è la studentessa seduta dall’altra parte del tavolo; si torce le mani. «Va bene, mi parli di Keats». Per un secondo interminabile lei lo fissa negli occhi, e poi scandisce la formula imparata a memoria sull’antologia: «La poesia di Keats è un pino che si specchia in un laghetto alpino». A quel punto, racconta Guido Davico Bonino, «Giorgio prese carta e penna e si dimise all’istante». Nella mitobiografia di Manganelli l’episodio è meno gettonato dell’altro, più o meno coevo, secondo il quale nel corso dei suoi sofisticati alpeggi per dipendenti e consulenti, come uno sposo al pranzo di nozze Giulio Einaudi passava di tavolo in tavolo, armato di forchetta, per infilzare a tradimento un rigatone dal piatto di ciascuno. Anche in quel caso, il Manga avrebbe preso il piatto coi rigatoni, si sarebbe alzato, e avrebbe rotto ogni rapporto con la casa editrice del divo Giulio.
Rovesciati a chiasmo, i due episodi si assomigliano. In entrambi i casi, al sedicente pavido Manganelli, riesce intollerabile la posizione d’autorità: tanto quella dell’autocrate coi suoi sottoposti quanto quella del presunto detentore di un determinato sapere nei confronti della materia intellettualmente informe che, con quel rito umiliante per entrambi, gli toccherebbe plasmare («La letteratura non è insegnabile, assolutamente», dirà in un’intervista, «come non ti posso insegnare la morte, non ti posso insegnare l’amore, non ti posso insegnare l’anima, non ti posso insegnare niente di ciò che conta»). La maschera tormentosa dell’«avventizio», che indossa Manganelli nei troppo autobiografici racconti scritti prima del sospirato esordio di Hilarotragoedia, è stimmate di una derelizione esistenziale prima che sociale, di una diminutio d’origine (Ti ucciderò, mia capitale: «Era un incaricato, niente più che un incaricato, un uomo cui ogni anno il provveditorato dava un incarico, il permesso di vivere un anno ancora; poi, l’anno prossimo, si sarebbe visto. Aveva trentatré anni, ed era incaricato. Come tutti gli incaricati, era un vigliacco, un pezzo di merda, il paria di una società di vili: era puntualissimo, era scrupoloso nei suoi doveri, veniva a scuola con la febbre, sì signor preside, sì signor vicepreside»).
Nel caso delle dimissioni dall’Università, a quanto risulta dai documenti dissepolti dall’infaticabile Graziella Pulce, non fu però una decisione così repentina. Era stato l’amico Gabriele Baldini, titolare della famosa Cattedra d’inglese al Magistero della «Sapienza», a cercare in ogni modo di attirare all’Università Manganelli, che da anni insegnava Inglese commerciale alle signorine degli Istituti tecnici di periferia. Nel ’56 c’era quasi riuscito, i colleghi convinti, le carte in ordine. Mancava solo la firma dell’interessato; e continuò a mancare. Sette anni dopo, ultraquarantenne, Manganelli finalmente «entra» come «Lettore ordinario»; tiene dei corsi suoi, ma gli tocca pure la tonnara degli esami e, ancora meno tollerabile, quella delle tesi di laurea («un finto libro (…) che spesso non viene scritto e di rado viene letto»). Nel ’68, un soprassalto. Ricorda Viola Papetti, l’altra avventizia che col Manga finisce avvinta da un decennale affair (nottetempo ha pubblicato le Lettere senza risposta di lui), che nel corso di un’assemblea tesa e affollata a un certo punto si alzò Manganelli con un discorso fiammeggiante in favore del movimento degli studenti, fra gli applausi dei colleghi («Sono come il vecchietto che carica il cannone nei film western», ridacchia poi; istigato dalla moglie Natalia Ginzburg, durante l’occupazione agli studenti Baldini porta supplì caldi e fiaschi di vino rosso).
La compagna Ebe Flamini lo ha convinto a insegnare (sì, non si può dire che così) agli adulti del Movimento di Collaborazione Civica, dove in quel ’68 approva le «proteste» contro un’Università ridottasi a veicolo di «una cultura dimezzata (…) che è uno strumento di potere e che per ciò stesso ha cessato di essere una cultura» (le lezioni sono state pubblicate da Emanuele Dattilo sul numero 44 di «Riga»). Ed è un’istituzione programmaticamente antiautoritaria, il Dams di Bologna, che nella persona di Luciano Anceschi lo tenta nel ’72. Anche stavolta pare tutto apparecchiato, ma alla fine lui declina l’offerta con la scusa che lì «si mangia troppo male». Le dimissioni definitive dall’Università arrivano nel 1974: evaso da quel luogo incapace di «inventare», e anzi «strumento della disinvenzione più oculatamente amministrata», il Manga si tuffa nel giornalismo dove, dirà in un’altra intervista, almeno si prova a «inventare la realtà».
Il suo eroe, si capisce, non poteva che essere Pinocchio: gli dedica saggi brillanti (uno appunto nel ’68, in Laboriose inezie) e nel ’77 un libro intero, il fantasmagorico Pinocchio: un libro parallelo. E Pinocchio torna spesso pure negli Improvvisi per macchina da scrivere destinati appunto ai giornali. In uno di loro, però, pare indicare una dialettica malgrado tutto formativa: «Se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi di inesauribile letizia dell’anima», da quel «labirinto» si esce «oscuramente offesi, pronti alle ulteriori offese degli anni a venire». È per questa via contorta che davvero l’insegnamento involontario di Manganelli ha nutrito e continua a nutrire (per esempio gli scrittori venuti dopo di lui, come ampiamente illustrato da Emiliano Ceresi).
P.S. Nelle Note di qualifica dei professori di ruolo, le scartoffie che Manganelli deve compilare all’Università, in pratica ogni voce – «Dati anagrafici e di famiglia, servizi militari e civili prestati» – pare fatta apposta per indurgli ricordi e pensieri spiacevoli. In particolare lascia in bianco la voce «Partecipazione alla lotta per la liberazione» (obliterando, come sempre farà in pubblico, la diserzione dal Regio Esercito, l’adesione al Partito comunista, il ruolo di sindaco del paese d’origine Roccabianca per il Cln). Chissà come riconsiderava, nella circostanza, l’episodio-chiave. Quando nel marzo del ’45, catturato e messo al muro dalle Brigate Nere, fu salvato da un loro ufficiale che all’ultimo momento riconobbe l’insegnante d’inglese di sua figlia: «L’è miga lù, l’è miga lù; lù l’è al profesor ad me fiòla!».