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 2026  gennaio 06 Martedì calendario

Papa Leone alla prova del concistoro

Domani Leone celebra il suo primo concistoro, cioè la riunione di tutti i cardinali, fra i quali ci sono ancora tutti i suoi elettori. È stato detto che è il momento in cui «riprendere i temi discussi nei novendiali»: ma è una formula che vuol dire poco. In quella sede si criticò molto Francesco, ma alla fine venne eletto un religioso sconosciuto, proiettato ai vertici del governo romano nel più puro stile bergogliano. E la richiesta che emerse allora, Leone l’ha fatta sua senza difficoltà, perché essere defilato fino alla soglia dell’inazione è il suo carattere e la sua regola.
Il concistoro sarà il momento in cui cambierà passo? Sarà come quello del 25 gennaio 1959 in cui papa Giovanni annunciò un sinodo per Roma, un nuovo codice di diritto canonico e un concilio generale? In teoria sì; ma in pratica è più facile che sia la sintesi fra due esigenze.
Il concistoro è il momento nel quale i molti elettori che si sono concentrati sul nome di Prevost gli porranno istanze più articolate di quelle che hanno percorso i giorni del conclave. Si prenderanno qualche rischio, perché il bastone di cui s’era spesso servito il predecessore è di certo inutilizzato da mesi; ma nessuno sa se sia in soffitta o dietro la porta. E qualche rischio lo prenderà il papa che fa dire in pubblico cose che non potranno essere archiviate con un «vedremo», come nelle udienze private.
Il concistoro, però, sarà anche il momento in cui proprio Leone prenderà le misure ai cardinali. Gli servono: per scegliere i capi dicastero che deve sostituire, per capire cosa bolle nella pentola delle diocesi, per decidere se riformare o seppellire un organo simile a quel Consiglio dei cardinali (C9) creato da Francesco «per aiutarlo nel governo della chiesa universale» e poi da lui stesso ridotto a commissione per l’ennesima riforma della curia.
Alla giuntura fra questo reciproco porsi in statera del papa e dei cardinali ci sono quattro questioni sulle quali Leone ha invitato tutti a prendere la parola: esse riguardano la missione disegnata da Evangelii Gaudium, il nesso chiesa universale/chiesa particolare posto dalla Prædicate Evangelium, la sinodalità, il rapporto fra tradizione e liturgia.
Problemi che sono di rango conciliare, ma ai quali il Vaticano II ha già dato risposte che Prevost vuole «ripassare». Risposte a nodi dottrinali (sì dottrinali, senza scappatoie penose come quelle usate dai laudatores di Francesco «che non tocca la dottrina»).
Nella Lumen gentium il concilio insegna che le chiese locali sono quelle nelle quali e dalle quali (in quibus et ex quibus) si dà l’unità della chiesa e non viceversa. Nella stessa costituzione il concilio insegna che sono membri della chiesa tutti i battezzati e le battezzate che per lo Spirito (Spiritum Christi habentes) sono pietre vive capaci di condecisione insieme ai vescovi che sono il necessario punto di innesto nella comunione delle chiese. Il Vaticano II ha approvato la decisione di restaurare un contatto vivo con la Grande Tradizione liturgica di tutti i secoli, dell’Oriente e dell’Occidente cristiano, e ha spezzato non un legame col passato ma l’affezione lecita e patetica per un gusto ritualista ottocentesco e barocco che sarebbe blasfemo chiamare «tradizione».
Il concistoro dunque dovrà dire se la chiesa è capace di estrarre dal Vaticano II spunti teologici fertili e fecondi. Non citazioni, come ha fatto per decenni la macchina redazionale del papato: ma piste di indagine teologica di cui c’è bisogno come l’aria.
La teologia cattolica infatti ha visto formarsi i suoi grandi nomi prima del Vaticano II: alcuni di loro hanno continuato a sperare che le cose che il concilio non aveva fatto venissero per impulso della opinione pubblica; altri hanno visto nella turbolenza postconciliare non i segni di una fermentazione, ma di una crisi. E così la teologia è sparita lasciando posto ai «Pierini» e ai «Signornò»: gli uni a far tutto facile, gli altri a dichiarare tutto impossibile, «definitivamente». E in mezzo un’opinione pubblica divisa fra chi ritiene decisiva per la trasmissione della fede l’agenda di genere o di orientamento sessuale e chi misura coi consumi di pizzi liturgici e il ritorno di un gregoriano romantico immaginario.
Alla chiesa vivere vent’anni senza una teologia non fa nulla; trenta pure; cinquanta passi. Ma alla lunga costa: e un dibattito pubblico fatto di enunciati sui frequentatissimi siti di sputtanatio ultracattolica e di banalizzazioni «spirituali» è lì a dire che nessuno dei problemi profondi, veri, grandi del cristianesimo in questo tempo di buio e di sangue può fare a meno di domande profonde e vere sul nucleo stesso della fede e della trasmissione della fede.