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 2026  gennaio 06 Martedì calendario

«Trentini, in cella condizioni orribili». La corsa di diplomazia e intelligence

«Questo è il momento di costruire ponti per garantire il buon esito delle trattative in corso», aveva detto l’altro giorno l’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, che segue costantemente la vicenda del cooperante veneziano Alberto Trentini, recluso ormai da 417 giorni nel carcere di El Rodeo. Ma adesso che Maduro è finito davanti a un tribunale a New York le cose si sono notevolmente ingarbugliate: sono cambiati gli interlocutori, al comando del governo venezuelano c’è ora la presidente ad interim Delcy Rodríguez e si sono aggiunti sulla scena pure gli americani. Dunque, tutti i fili della trama intessuta per liberare Trentini e gli altri detenuti italiani vanno pazientemente riannodati uno ad uno. «E dire che il ponte ad ottobre scorso era già stato calato e stava pure per essere attraversato», sospira uno degli uomini di punta del team diplomatico e di intelligence a cui Palazzo Chigi ha affidato dal primo giorno il dossier per raggiungere l’obiettivo.
La nostra fonte si riferisce ai due appuntamenti che avevano scongelato i rapporti dopo anni tra Italia e Venezuela: la XII Conferenza Italia-America Latina-Caraibi del 7 ottobre a Roma, a cui il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva voluto presente una delegazione del governo venezuelano. Ma soprattutto l’evento del 19 ottobre, la canonizzazione a San Pietro da parte di papa Prevost dei primi 2 santi del Venezuela, José Gregorio Hernández e suor Carmen Rendiles. Quel giorno la delegazione del governo italiano, guidata dal sottosegretario agli Esteri, l’azzurro Giorgio Silli, ebbe proficui colloqui sul «caso Trentini» con i colleghi giunti da Caracas e non secondario fu anche l’apporto della diplomazia vaticana e di Sant’Egidio. Poi, però, dagli inizi di novembre cominciarono le operazioni Usa al largo del Venezuela per la guerra ai narcos e il filo s’interruppe.
«Ma non c’è tempo da perdere perché le condizioni in quel carcere sono orribili», insiste la nostra fonte. E così «fino a domenica sera ho parlato con il nostro ambasciatore a Caracas – ha detto ieri il ministro Tajani – stiamo lavorando e stiamo tentando il possibile e l’impossibile. Speriamo che con la presidente ad interim Rodríguez il dialogo sia più facile per riportare a casa una persona come Trentini che non ha fatto del male a nessuno». I detenuti italiani considerati prigionieri politici da Caracas «sono circa una ventina» e «siamo fortemente impegnati per riportarli a casa», ha detto Tajani. Lo conferma il sottosegretario con delega all’intelligence, Alfredo Mantovano, che segue da vicino il dossier: «Il governo ha lavorato fin dal primo giorno per la liberazione» del cooperante veneto e «continua a lavorare», ma «ogni parola in più può solo danneggiare la celere soluzione della vicenda».
Intanto, nella casa del Lido di Venezia mamma Armanda e papà Ezio, i genitori di Alberto Trentini, nei giorni scorsi hanno ricevuto la telefonata del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che ha ribadito loro l’impegno della Chiesa per cercare di sbloccare la situazione, come quel giorno di ottobre a San Pietro. Oggi, per l’Epifania, a Caracas è attesa la terza tornata di scarcerazioni premiali del governo dopo quelle di Natale e Capodanno, che aprirono le porte a 186 detenuti, tutti però venezuelani. Chissà che stavolta non ci sia la sorpresa.