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 2026  gennaio 05 Lunedì calendario

I data center in orbita. Le Big Tech fanno volare l’intelligenza artificiale

I dati traslocano in orbita. La pressione esercitata dall’intelligenza artificiale sulle infrastrutture digitali terrestri sta spingendo governi e grandi gruppi tecnologici a guardare oltre l’atmosfera. I data center, strutture energivore e sempre più difficili da collocare per vincoli di suolo, reti elettriche e consenso sociale, rischiano di diventare un collo di bottiglia per la crescita dell’economia digitale. Secondo Goldman Sachs, la domanda globale di energia dei data center aumenterà del 165% entro il 2030. Anche in presenza di fonti rinnovabili, la competizione per terreni, acqua e connessioni rende complessa l’espansione. In questo contesto prende forma un’ipotesi che fino a pochi anni fa sembrava confinata alla fantascienza: spostare parte della capacità di calcolo direttamente nello spazio, sfruttando l’accesso continuo all’energia solare e riducendo l’impronta fisica a terra.
L’idea è semplice nella formulazione e complessa nella realizzazione. In orbita non esistono nuvole, cicli giorno-notte o stagionalità, e i pannelli solari possono produrre molta più energia per metro quadrato rispetto alla superficie terrestre. Studi europei, come il progetto ASCEND finanziato dalla Commissione Ue e guidato da Thales Alenia Space, indicano che data center orbitali potrebbero diventare una soluzione più sostenibile e “sovrana” per l’hosting e l’elaborazione dei dat
i, a patto di superare ostacoli tecnologici rilevanti. Tra questi figurano la gestione del calore nel vuoto, la resistenza dei chip alle radiazioni e l’impatto ambientale dei lanci. Lo stesso studio avverte che, per ottenere un reale beneficio in termini di emissioni, sarebbero necessari vettori spaziali con un’impronta di carbonio lungo l’intero ciclo di vita almeno dieci volte inferiore a quella attuale, un obiettivo che oggi resta incerto.
Nonostante le incognite, i segnali di accelerazione sono evidenti. La Cina ha già lanciato i primi 12 satelliti di una costellazione di calcolo orbitale che, nei piani, dovrebbe arrivare a 2.800 unità. Negli Stati Uniti, startup come Starcloud, sostenuta da Nvidia, e Lonestar Data Holdings stanno testando sistemi di archiviazione e calcolo fuori dall’atmosfera. Lonestar ha annunciato un accordo da 120 milioni di dollari per sei satelliti di storage, con il primo previsto nel 2027 in un punto di equilibrio gravitazionale tra Terra e Luna. Starcloud lancerà entro l’anno un satellite equipaggiato con una GPU Nvidia H100, destinata a diventare il sistema di calcolo più potente mai operato in orbita. In Europa, Thales Alenia Space punta a una dimostrazione tecnologica nel 2028, mentre realtà emergenti come la emiratina Madari Space preparano missioni dimostrative di piccoli moduli di calcolo destinati soprattutto all’elaborazione dei dati di osservazione della Terra direttamente nello spazio.
Il cambio di scala arriva con l’ingresso diretto dei grandi gruppi tecnologici. Google ha presentato Project Suncatcher, un programma di ricerca che mira a testare data center orbitali basati su satelliti alimentati a energia solare e dotati dei propri chip TPU, gli stessi utilizzati per i modelli di intelligenza artificiale Gemini. I primi due prototipi dovrebbero essere lanciati in orbita bassa nel 2027, su traiettorie “sun synchronous” che consentono un’esposizione quasi continua alla luce solare. L’obiettivo è verificare se hardware non progettato per lo spazio possa operare in modo affidabile tra radiazioni, escursioni termiche e detriti orbitali, e se reti laser tra satelliti possano garantire la larghezza di banda necessaria. Anche SpaceX, secondo dichiarazioni di Elon Musk, intende esplorare data center in orbita come possibile evoluzione dei satelliti Starlink.
Le difficoltà restano profonde. In assenza di aria o acqua, tutto il calore generato dai server deve essere dissipato tramite radiatori, che secondo studi della Nasa possono rappresentare oltre il 40% della massa dei sistemi di potenza ad alta intensità. La manutenzione è un altro nodo critico: sulla Terra i data center vengono aggiornati e riparati in modo continuo, mentre in orbita ogni intervento richiede robotica avanzata o nuove missioni, con costi elevati. A questo si aggiungono i rischi legati alle tempeste solari, alla crescente quantità di detriti spaziali e allo sviluppo di tecnologie anti-satellite, che rendono l’ambiente orbitale sempre più congestionato e vulnerabile. Non manca lo scetticismo tra gli esperti, secondo cui le soluzioni terrestri restano più economiche e flessibili, e i vantaggi dei data center orbitali rischiano di essere sovrastimati rispetto ai limiti operativi.
Il tutto senza dimenticare i rischi per la sicurezza strategica. Con la militarizzazione delle zone sub-orbitali e orbitali, il tema della sovranità dei data center diventa prioritaria. Lo dimostrano le tensioni fra il governo cinese e Starlink di Musk, che potrebbero costringere l’imprenditore di origine sudafricana a cambiare l’altezza dei propri satelliti per le telecomunicazioni. Allo stesso tempo, le fibrillazioni fra Stati Uniti e Russia, che più volte ha minacciato di colpire target sensibili nello (e dallo) spazio, fanno domandare a più di un osservatore quali siano i margini di protezione avanzata in determinate aree. La corsa verso l’orbita diventa quindi una sfida ben più ampia di quella tecnologica, che tocca anche la resistenza a eventuali blackout.
Certo è che anche l’economia del modello è incerta. Secondo lo European Space Policy Institute (ESPI), dal 2020 sono stati investiti circa 70 milioni di euro in progetti di data center spaziali, una cifra modesta rispetto alle esigenze di scala del settore. Molto dipende dall’andamento dei costi di lancio. Alcuni scenari, come quello di Google ripresi dall’ESPI, ipotizzano prezzi inferiori ai 200 dollari al chilogrammo entro la metà degli anni Trenta, livelli che renderebbero queste infrastrutture competitive con alcune strutture terrestri. Altri osservatori ritengono tali stime premature, soprattutto se la vita utile dei satelliti dovesse ridursi per effetto delle radiazioni o di guasti anticipati.
Il dibattito resta aperto, ma una tendenza è chiara. La crescita dell’intelligenza artificiale e del traffico dati sta spingendo l’infrastruttura digitale verso limiti fisici ed energetici sempre più stringenti. Per una parte dell’industria tecnologica, lo spazio non è più solo un’opzione futuristica, ma una possibile estensione del sistema produttivo globale. Che i data center spaziali diventino una componente strutturale dell’economia digitale o restino una nicchia sperimentale, la loro comparsa segna un passaggio simbolico. L’industria dei dati sta iniziando a considerare l’orbita terrestre come un nuovo territorio industriale. Non senza rischi.