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 2026  gennaio 05 Lunedì calendario

Campriani: per vincere ho ordinato al cuore di rallentare. Ora organizzo le Olimpiadi agli americani

Alle Olimpiadi di Londra e Rio Niccolò Campriani ha vinto tre ori e un argento nel tiro a segno. Poi, a soli 28 anni, ha deciso di riporre la carabina nell’armadietto. «Dal 2016 non ho più tirato», dice oggi. Ha allenato il team dei rifugiati, è entrato nella Commissione Atleti del Cio e dal 2022 è direttore sportivo di Los Angeles 2028, la prossima edizione dei Giochi olimpici e paralimpici.
Gli parliamo durante una breve vacanza dai parenti a Bibbiena, in provincia di Arezzo. «Mancano meno di mille giorni, stiamo entrando nel vivo», racconta.
Ne è passato di tempo da quando bambino andava con il papà al poligono. Ricordi. Per esempio quella coppia di colombi che non aveva capito nulla. «Avevano fatto il nido nel posto meno indicato per crescere la loro famigliola: dietro al bersaglio. Li abbiamo mandati via».
Ora dirige una macchina organizzativa che cresce in maniera esponenziale. «Sono in California da tre anni: nel 2022 c’ero solo io, nel 2023 eravamo in due, ora siamo 35. Per l’apertura della manifestazione la mia squadra crescerà fino alle 800-900 persone. Adesso stiamo facendo le prime simulazioni».
Gli americani hanno scelto un italiano per uno dei posti chiave dell’organizzazione. Qual è un altro motivo di soddisfazione?
«Siamo il primo comitato organizzatore ad aver aggiunto una disciplina paralimpica: il paraclimbing. Le altre novità sono flag football, squash, lacrosse, baseball-softball e cricket».
Ma non le viene un po’ di nostalgia? Ha smesso a 28 anni, ora ne ha appena compiuti 38, ci sono atleti suoi coetanei in attività…
«No, è stata la decisione giusta. La passione era diventata un’ossessione, mi prendeva tante ore della giornata e non tirava fuori il meglio di me. Non volevo che un talento diventasse una condanna».
Torniamo all’albo dei ricordi. La vigilia della prima gara.
«Chiuso in bagno a mirare un punto disegnato sullo specchio».
Con il tiro è stato amore a prima vista?
«No, mia mamma mi ha esposto a tanti stimoli. Stavo sempre con le mani impegnate a incollare, ritagliare, attaccare...
La carabina ad aria compressa da dove comincia?
«È stata una delle tante cose che ho provato. Il tiro è uno sport che si sposava meglio di tanti altri con la mia personalità perché è introspettivo, gareggi in primis con te stesso. Sei da solo con il bersaglio, hai tempo di pensare e riflettere prima di tirare. E poi c’è questa ricerca continua del colpo perfetto. La mia personalità tende all’introspezione e al perfezionismo».
In più aveva quella dote che si chiama talento.
«Da ragazzino tiravo bene, vincevo e quindi provavo una certa soddisfazione. Ho vinto il campionato giovanissimi e due anni dopo sono entrato in nazionale. Ero molto competitivo, temevo sempre di non farcela. I miei compagni hanno vissuto quegli anni più come un gioco. Il pre-gara era il momento che soffrivo di più».
È vero che tirate tra un battito e l’altro del cuore?
«Sì, almeno ci proviamo… se il cuore lo permette, prima di andare fuori controllo».
Si può dire che voi tiratori sapete comandare al cuore?
«Ci sono tecniche di respiro. L’obiettivo è smettere di pensare».
Allora comandate anche al cervello. Diventa una sfida contro le emozioni profonde.
«Sì, e il fatto di conviverci sempre, che si trattasse di una garetta regionale o nazionale, mi permetteva di simulare le emozioni di un torneo olimpico e quindi di allenarmi sempre al massimo. Ho preso una mia debolezza e ne ho fatto un punto di forza».
Qual è il momento in cui la testa va in fuori giri?
«Mi è successo di arrivare al limite dell’attacco di panico. È la sindrome dell’ultimo colpo».
Ricorda un caso in particolare?
«Sì, quello di Matthew Emmons. Un caro amico, oltre che uno dei più forti tiratori di sempre. Nel 2004 ai Giochi di Atene fece centro, ma sul bersaglio di un avversario. La sera andò a farsi una birra, perché sì, una birra ci voleva proprio, e conobbe la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. Se fosse andato a Casa America per le conferenze stampa non l’avrebbe incontrata».

Le porte scorrevoli delle nostre vite.
«Alla fine siamo tutti bravi a riscrivere il nostro passato, non solo a sognare scenari per il futuro».
Qual è il campione olimpico che più ha ammirato?
«Tutti hanno fatto qualcosa di straordinario per diventare ciò che sono, però l’essere stato io in quella situazione mi permette di relativizzare certi miti, quelli che da fuori sembrano figure mitologiche. Io sono uscito dalle mie finali con un senso di fragilità enorme. Più che essere forte, ti senti un sopravvissuto. Incontravo sicuramente persone interessanti, che avevano storie da raccontare, ma non saprei… Non voglio sparare un nome a caso per accontentarla».
Sembra che la sofferenza prevalga sulla gioia per i risultati: quattro medaglie olimpiche non sono una gratificazione sufficiente?
«I motivi chiave per cui è valsa la pena di trascorrere un decennio in poligono sono tre: innanzitutto il percorso che ho fatto su me stesso con gli psicologi. Ho avuto l’umiltà di dire “ok, adesso ho bisogno di un aiuto che non è necessariamente la parola di conforto di un amico o della famiglia”. Il più bravo è stato Edward Etzel, campione olimpico di tiro nel 1984 a Los Angeles. L’ho incontrato in West Virginia dove ero andato per laurearmi in ingegneria. Mi ha trasmesso un modo di pensare».
Il secondo motivo?
«L’avere avuto la possibilità di girare il mondo e il senso di empatia che questo sviluppa. Arrivi a vedere il tuo Paese con occhi diversi».
Rimane l’ultimo.
«I fine settimana che ho passato con mio padre».
Qual è stato il momento più bello delle sue Olimpiadi?
«Dal punto di vista tecnico Londra 2012 era quella in cui ero più preparato. I Giochi olimpici non sono esattamente il momento migliore, almeno per me, per avere un picco di gioia. Ci arrivavo sempre con una tensione tale che dopo l’ultimo colpo c’era più un senso di sollievo che di gioia. L’istante più bello era quando tornavo a casa e trovavo parenti e amici all’aeroporto».
Com’è stata la sua esperienza di preparatore del team dei rifugiati?
«Ho allenato tre atleti, Mahdi, Luna e Khaula. Due sono andati ai Giochi di Tokyo, uno si è qualificato anche per Parigi. È stata una delle esperienze più intense che abbia mai vissuto».
Torniamo a Los Angeles: quali sono le difficoltà che incontra?
«Le Olimpiadi non sono un insieme di 30-40 campionati mondiali, sono 40 eventi incastrati uno all’altro. Stiamo investendo tanto tempo per mettere insieme la squadra ideale, non solo come conoscenze e capacità, ma anche come atteggiamento culturale. Le capacità si imparano, la personalità no».