il venerdì, 5 gennaio 2026
Tutti pazzi per Colette “la ragazzaccia”
Parigi, primavera 1922. Allo scrittoio del suo appartamento nel XII Arrondissement, Colette rilegge l’incipit di un proprio racconto per la rubrica Contes des mille et un matin che tiene sul quotidiano Le Matin: “J’avais douze ans, l’intelligence et les façons d’un garçon un peu bourru”. Non la convince. Cancella con trattini decisi alcune parole, e scrive ai margini alcune sostituzioni: “J’avais douze ans, le langage et les manières d’un garçon intelligent, un peu bourru” (“Avevo dodici anni, il linguaggio e le maniere di un ragazzo intelligente, un po’ rude”). Anche il titolo della prima stesura non le piace più. Lo copre con un ghirigoro e lo riformula in “Ma sœur aux longs cheveux” (Mia sorella dai lunghi capelli).
Questo prezioso foglio autografo è uno dei centri d’attrazione dell’importante mostra – Les mondes de Colette – che la Bibliothèque Nationale de France consacra (fino al 18 gennaio) alla grande scrittrice francese e mito nazionale alla fine di un anno, il 2025, che ha visto le sue opere entrare nel pubblico dominio. Una reliquia potente, questo manoscritto. Prima di tutto, perché, come leggiamo in alto a destra in un’indicazione scritta tra parentesi e a matita, sarà destinato alla raccolta di racconti e ricordi d’infanzia La Maison de Claudine, pubblicata di lì a qualche mese, nell’autunno 1922: un testo dall’elevato lirismo ma soprattutto una testimonianza fondamentale nell’assai nota disputa legale che la scrittrice intentò e vinse contro il primo marito, Henry Gauthier-Villars (detto Willy) per provare che lei e solo lei era l’autrice dei romanzi del ciclo letterario delle Claudine, accolti con immenso successo a inizio secolo, e che lui vi aveva solo apposto la propria firma. Intellettuale nonché clubman dalle svariate amanti, Willy era famoso per avere una corporazione di collaboratori mal pagati, cui faceva scrivere testi che poi si intestava, beneficiando in qualità di unico autore dei diritti. E con i taccuini che la moglie aveva scritto riavvolgendo il nastro dei propri ricordi d’infanzia, poi sfociati appunto nei quattro romanzi della saga di Claudine, lui aveva fatto lo stesso.
Dall’altro lato, quelle righe dalla grafia agile barrate e zeppe di correzioni ci spalancano le porte del laboratorio mentale di un’artista che è stata molte cose: certo scrittrice, ma anche attrice, mimo, giornalista, inviata di guerra, imprenditrice. Sono questi, infatti, i mondi che il genio di Colette ha attraversato e che la mostra alla Bnf vuole raccontare. E perciò, insieme a fotografie d’epoca che la ritraggono a ogni età e accanto ai manoscritti di molte sue opere – tra cui spicca quello di Sido – il libro del 1929 dedicato alla madre, che Colette portò all’editore foderato con la stoffa di un abito blu con un ricamo di spighe bianche, appartenuto appunto a sua madre – troviamo esposti costumi di scena ricreati per l’occasione, come il vestito da fauno indossato nella pantomima Le désir, La Chimère et l’Amour, andata in scena nell’autunno 1906 al Théâtre des Mathurins di Parigi. E ancora, i prodotti di bellezza da lei ideati quando il primo giugno del 1932 aprì il suo salone a Parigi, tutti marchiati con la sua firma e battezzati con nomi bizzarri e poetici, del tipo lozioni “Hop-là” e rossetti “Ciliegie rubate”. «Stiamo assistendo a un vero e proprio revival di Colette» ci dice lo scrittore e studioso Frédéric Maget, presidente della Société des amis de Colette e direttore della casa museo a Saint-Sauveur in Borgogna. «Si moltiplicano le ripubblicazioni delle sue opere e vengono riproposti anche saggi e studi usciti in passato. Tra i giovani ricercatori cresce l’interesse per un’autrice che – in modo del tutto istintivo – fu tra le prime a esplorare temi come la fluidità di genere, l’autodeterminazione delle donne, il piacere femminile a tutte le età».
E in effetti, in mezzo al florilegio dei titoli colettiani più di successo presso i suoi editori storici come Fayard e Flammarion, è tornata nelle librerie la famosa biografia firmata da Claude Pichois e Alain Brunet, accanto a un progetto biografico ambizioso siglato dalla studiosa Lise Manin, un audiolibro in tre cd dall’evocativo titolo Colette – Une pionnière, entre scandales et quête de liberté. Anche la sua produzione un tempo giudicata minore ritrova posto sulle scansie d’Oltralpe: un volume dal titolo Portraits et Procès, trae dalla sua attività giornalistica (per testate come Vogue, Marie-Claire, Le Matin) i suoi ritratti più stravaganti e i suoi pezzi da inviata di giudiziaria. Soprattutto ai processi Colette si divertiva a scovare ciò che nessuno vedeva. Come dimenticare il profilo che scrisse del pluriomicida Henri Landru: lo osservava sul banco degli imputati della Corte d’assise e ne ammirava “il cranio bello”, definendolo “il ritratto della cortesia”, per concludere poi, rivolta a se stessa: “Cerco ancora il mostro e non lo trovo”.
Anche in Italia, l’anno appena volto al termine, ha visto fioccare repêchages di titoli emblematici quali La gatta, nella nuova traduzione di Maurizia Balmelli (per Adelphi), o meno noti come Il tutuniè, tradotto da Gabriella Bosco con un’introduzione di Mariolina Bertini (per Marsilio). «Sono convinto che la temperatura di questa fièvre per Colette non si abbasserà velocemente, perché nella sua vita e nella sua opera c’è ancora molto da scoprire» commenta Maget. E c’è da fidarsi, se a dirlo è l’autore di una monumentale biografia della scrittrice (ancora in fase di finissage) in cui ogni capitolo riverbera da un documento raro o inedito. Adesso, infatti, mentre risponde al Venerdì, ha per le mani gli atti e le carte riguardanti l’elezione di Colette all’Académie Goncourt nel 1945, che – ci rivela – prima di accoglierla la respinse per ben sette volte. Un titolo definitivo per questo enorme e atteso lavoro ancora non c’è, ma tra le possibilità Maget valuta di riprendere il giudizio di Filippo Tommaso Marinetti, che di Colette ammise di ammirare la “gaiezza volpina”.