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 2026  gennaio 05 Lunedì calendario

Venezuela, nessuno scossone sul petrolio. Eni punta a riavere i crediti

L’unica certezza, in questo momento, è che servirà tempo. Tempo per capire se il nuovo Venezuela sotto protettorato americano troverà una qualche stabilità. E poi, a patto che ciò avvenga, altro tempo per portare il tesoro di idrocarburi sepolto nel suo sottosuolo – le prime riserve di petrolio e le settime di gas – sui mercati globali. Serviranno anche tanti miliardi, decine se non centinaia, per riattivare impianti rovinati da anni di abbandono o costruirne di nuovi. Quanto tutto il processo sia lungo, difficile e incerto, lo suggeriscono (con le differenze del caso) un paio di precedenti. Solo dieci anni dopo la caduta di Saddam i pozzi dell’Iraq hanno recuperato i flussi precedenti. Mentre a quasi 15 anni dalla caduta di Gheddafi i progetti di estrazione in Libia, su cui l’Italia ha enormi interessi, ancora soffrono alti e bassi della cronica instabilità.
Questo spiega perché le borse del petrolio oggi non si attendano scossoni. Variazione di uno, due dollari: ordinaria amministrazione. E spiega perché l’Opec, il cartello dei produttori da cui il Venezuela sotto sanzioni è escluso, abbia deciso ieri di lasciare invariata la produzione ribadendo «l’impegno per la stabilità dei prezzi». Aspettare e vedere che succede. Se è vero che il Venezuela ha 300 miliardi di barili in riserve, più dei Sauditi, il disastro del chavismo ha ridotto la produzione da oltre tre milioni di barili al giorno a meno di un milione, l’1% mondiale. E nell’attuale scenario, produzione in eccesso, prezzi ai minimi da quattro anni, una transizione energetica tutto sommato inesorabile, il suo olio pesante – più costoso da lavorare, più dannoso per l’ambiente – è meno attraente, se non per le raffinerie del Sud degli Stati Uniti costruite su misura per trattarlo. Vista con lenti europee, difficile aspettarsi che un ritrovato flusso di petrolio riduca i prezzi alla pompa. O che gli idrocarburi venezuelani aiutino a liberarsi da quelli russi, se davvero la Ue vuole farlo entro un anno.
Tutto questo spiega anche la cautela con cui guardano agli sviluppi della crisi le major del settore, o almeno quelle che non battono bandiera americana. L’italiana Eni è tra le poche società ad essere rimasta in questi anni operativa in Venezuela, tra nazionalizzazioni ed embarghi, una presenza che oggi si è rivalutata non poco. La sua attività però è quasi tutta dedicata all’estrazione di metano per il mercato domestico. E il problema più urgente è che dallo scorso marzo, con le nuove sanzioni di Trump, non può più ricevere i pagamenti in natura, cioè in petrolio, con cui era stata retribuita negli anni precedenti. Al 30 giugno i crediti verso la compagnia di Stato Petróleos de Venezuela (Pdvsa) ammontavano a 2,3 miliardi di dollari e prima del golpe stava provando a ottenere da Trump una nuova autorizzazione a esportare e rivendere il greggio venezuelano. Un salvacondotto confermato alla sola Chevron, in puro stile America First.
«Il focus di Eni nel Paese è attualmente legato al recupero dei crediti relativi alle forniture di gas destinate al mercato domestico», dice la società, con la legittima speranza che a breve Washington possa togliere le sanzioni. Aggiunge che «non ci sono nuovi progetti in discussione con la compagnia di Stato Pdvsa, né legati al gas né al petrolio». Tutt’altro discorso insomma è immaginare oggi di tornare a investire, come il presidente Trump chiede di fare ai big degli idrocarburi. Anche al netto dei buoni rapporti tra il nostro governo e l’attuale amministrazione.
In passato si era ipotizzato che con l’aumento della produzione nel maxi giacimento offshore di Perla, che Eni gestisce con la spagnola Repsol, una quota di gas potesse prendere la via dell’export. Servirebbero però infrastrutture di trasporto e liquefazione tutte da realizzare. Al capitolo greggio, le joint venture del gruppo italiano con Pdvsa, una per l’estrazione offshore e una nel ricco bacino dell’Orinoco, garantiscono al momento produzione minima.
Gli Stati Uniti sono sempre stati il mercato “naturale” degli idrocarburi del Venezuela. E se ora riporteranno stabilmente il Paese nella loro sfera di influenza, lontano da quelle di Mosca e Pechino, è chiaro che le aziende americane avranno il posto d’onore al banchetto. Loro sì che mordono il freno: prima di tutto Chevron, la più presente a Caracas, poi ConocoPhillips ed Exxon, vittime degli espropri di un regime verso cui vantano crediti miliardari. Quanta torta resterà per gli altri, alleati o presunti tali? Se le sanzioni verranno eliminate, gli attuali limitati flussi di greggio, che negli ultimi anni sono stati deviati verso la Cina, potrebbero tornare subito a dirigersi verso le raffinerie americane. Molto più difficile sarà riportare la produzione a quei 3 milioni di barili che furono, o superarli. Alcuni scenari a caldo si fermano a due milioni, tra una decina d’anni. Non una torta enorme.