la Repubblica, 5 gennaio 2026
Dal Cile all’Iraq, l’eterna illusione dell’America di ricostruire una nazione
«Ci saremmo dovuti ritirare dal Vietnam nel 1963»: la confessione della prima, dolorosa, sconfitta del “Nation building” americano, costruire democrazie e società in Paesi remoti, è di Robert McNamara, ministro della Difesa per sette anni, record storico. Nella nuova, magnifica, biografia “McNamara at war” (Norton), gli storici Philip e William Taubman ricordano genio e arroganza del ministro di Kennedy e Johnson, consapevole dai dati raccolti via think tank Rand che sarebbe stato impossibile governare il Paese rurale e battere la guerriglia di Hanoi senza consenso popolare, eppure incapace di fermarsi, per hubris e ambizione strategica.
Il presidente Donald Trump, cogliendo di sorpresa anche i collaboratori, ha dichiarato che Washington “governa” Caracas, dopo l’efficace blitz contro il sanguinario erede di Hugo Chávez, Nicolás Maduro, tradotto in catene a Brooklyn. Quale modello di amministrazione, che “Nation building”, seguiranno Trump, il segretario di Stato Marco Rubio, con il malmostoso vicepresidente JD Vance, assente all’annuncio del raid? I giorni del saggio Harry Truman che guida alla democrazia Germania, Giappone e Italia, sconfitte nel 1945, son lontani, l’America non ha né la borsa, né la cultura per quell’egemonia, allora gli Usa producevano il 50% del Pil mondiale, nel 2025 intorno al 14%, l’impero è mutato.
I successi non sono mancati, malgrado le roboanti critiche dei critici della democrazia, l’ex linguista Chomsky, l’ex spia Snowden, l’ex giornalista Greenwald. La Corea del Sud, assimilata nell’orbita Usa dopo la guerra con Nord Corea e Cina 1950-1953, ha impiegato decenni per una transizione dal regime autoritario alla società aperta, ma il passaggio si è poi realizzato, come per Taiwan, certo più libera di Hong Kong filocinese.
Anche Panama, Paese sul Canale restituito dal presidente Carter nel 1977, era dittatura amica degli “yanquis”, sotto Manuel Noriega detto “Faccia d’Ananas”, uomo forte deposto dal presidente Bush padre nel 1989, durante un processo senza tragedie, capace di liberare il Kuwait da Saddam Hussein nel 1991, con l’egida Onu e il no di Papa Wojtyla, sognando un New World Order liberale. Reagan si era accontentato della scorreria a Grenada, isola occupata nel 1983, con il premier marxista Bishop fucilato da castristi estremisti, creando l’immagine di una Normandia sulle spiagge dei Caraibi.
Affermare “Adesso il Venezuela lo gestiamo noi”, è bella riga in una sceneggiatura da “Una battaglia dopo l’altra”, film del regista Anderson, ma il momento arduo del cambio di governo non è il blitz dei commandos, è il giorno dopo. L’America ha rovesciato tanti regimi, Saigon, Santiago, Managua, Rio de Janeiro, e ha sostenuto feroci giunte amiche, vedi Videla in Argentina e Pinochet in Cile, meno efficace invece nel costruire democrazie, dopo il Piano Marshall almeno. Federico Santi, del think tank Eurasia di Ian Bremmer, lascia supporre che questa potrebbe essere dunque la strada di Trump: collaborare a Caracas con la presidente Delcy Rodríguez, lasciando al potere i chavisti duri alla Diosdado Cabello, se collaborano con la compagnia petrolifera Chevron ad ammodernare la produzione di greggio, vendendo montagne di barili a Mosca e Pechino.
Ben altre furono le illusioni dei militanti neocon del presidente Bush figlio, occupando l’Afghanistan (2001) e l’Iraq (2003). La banda di maldestri adepti del filosofo Leo Strauss, ora anti-trumpiani arrabbiati, era certa che la democrazia seguisse le baionette, per ritrovarsi con l’acre sconfitta nella “Guerra al terrorismo”, 22 anni, la più lunga nella storia Usa, quasi un decimo dei 250 anni dalla Rivoluzione del 1776, 4,7 milioni di morti, l’odio di una generazione, la freddezza europea, il populismo America First! che Trump sta rigettando d’istinto.
Il generale Lucius Clay, governatore militare a Berlino nel dopoguerra, ripeteva che senza istituzioni, diritti civili, magistrati, stampa, scuole, partiti, non si costruisce democrazia, mentre a Caracas incombono i miliziani violenti dei Colectivos e le gang stile Tren de Aragua. Il presidente Johnson si perse fra le risaie vietnamite, pur di restare fedele all’impegno preso nel 1965, alla Johns Hopkins University: «Ho una promessa da mantenere e lo farò!». Le crescenti difficoltà interne hanno indotto Trump al blitz, pur di cambiare focus sui media, ora lo attende il test che aveva giurato di non intraprendere mai: costruire Nazioni. La vecchia Rand intima “in Venezuela servono dollari, tempo e truppe”, come nel 1945, e qualche entusiasta auspica già il bis a Cuba. Good Luck!