Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 05 Lunedì calendario

Cartelli e slogan. Così i politici sviliscono il Parlamento

Il 23 e il 30 dicembre scorso, al Senato e alla Camera, al momento dell’approvazione del bilancio, molti parlamentari si sono levati in piedi mostrando alle telecamere cartelli nei quali era scritto «disastro Meloni» e «voltafaccia Meloni».
Si tratta di un uso invalso da un quindicennio, proibito dai regolamenti parlamentari come manifestazione estranea al dibattito e non conforme alla dignità del Parlamento.
Ma non è soltanto una violazione di norme parlamentari e un segno del degrado della vita assembleare; è anche sintomo di un modo di «fare politica».
In primo luogo, esporre cartelli nega la funzione stessa del Parlamento, dove si parla, si discute, non si «fa vedere»; è un messaggio diretto non a un’altra parte parlamentare, ma a un pubblico televisivo, non per manifestare un dissenso, ma per renderlo noto fuori dal Parlamento. È la manifestazione di una sfiducia, da parte di alcuni membri del Parlamento, nei confronti dell’organo di cui fanno parte. Si rivolgono al Paese, attraverso le telecamere, quasi come un atto di accusa nei confronti della regola della maggioranza che regge il nostro, come tutti i sistemi politici, almeno da quando Rousseau illustrò le ragioni della crisi della Dieta polacca.
Secondo: questo è anche il segno della debolezza e dell’isolamento dei rappresentanti del popolo, che, per parlare all’elettorato, hanno bisogno di rendere manifesto attraverso le telecamere il dissenso nei confronti della maggioranza parlamentare. Hanno, cioè, bisogno di attirare per pochi secondi l’attenzione del pubblico televisivo per rendere nota agli italiani la loro posizione.
Questo vuol dire che ben pochi sono i loro rapporti con la società civile e infrequente quel dialogo tra partiti ed elettori che permetterebbe di spiegare le ragioni dell’opposizione e anche i motivi di proposte alternative, se ci sono. Quei cartelli sembrano ispirati a un famoso verso di Eugenio Montale, negli Ossi di seppia : «codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
Il terzo aspetto rivelato dalla esposizione di quei cartelli è la teatralizzazione della politica, intesa come un duello che si svolge su un palcoscenico, con conseguente personalizzazione e polarizzazione.
Mario Monti, in un’intervista a Il Foglio del 2 gennaio di quest’anno ha giustamente criticato la «incapacità delle opposizioni di incalzare concretamente il governo». Questo ha anche l’inconveniente che, nella politica come gara, i cittadini si sentono spettatori, quindi estranei, e finiscono per non partecipare, perché nella gara ogni azione è rivolta al rivale.
Infine, quei cartelli esposti dal Parlamento sono il sintomo di una elementarizzazione della politica, incapace di formulare proposte e programmi, il cui vuoto quei cartelli cercano inutilmente di coprire. Quel vuoto corrisponde alla natura stessa dei partiti odierni, senza una base, con modeste ramificazioni territoriali, senza una vita democratica interna, per cui i partiti, strumento della democrazia, non sono essi stessi democratici.
Un consenso si può far nascere e nutrire solo con movimenti di idee e non con cartelli esposti a beneficio delle telecamere. I cartelli, invece che una intensa vita associativa, spiegano molti aspetti della traiettoria della politica odierna, e in particolare la fuga dalle urne e la fluidità dell’elettorato, pronto a spostarsi dall’una all’altra parte, proprio perché non trattenuto da movimenti ideali, progetti, programmi, costruiti in comune, all’interno delle strutture associative.