Corriere della Sera, 5 gennaio 2026
Intervista a Ubaldo Pantani
Il provino con Boncompagni?
«Mi chiese di parlargli del cabaret norvegese. E io dissi che noi a Oslo stavamo facendo un lavoro importante e diverso. Era un dialogo tutto giocato sull’improvvisazione, Gianni mi tenne mezz’ora nel gelo del capostruttura Rai che lo guardava e chiedeva: ma sei sicuro di volere lui?».
La carriera di Ubaldo Pantani è cominciata così, molto per caso e con poca vocazione. Nessun’urgenza come dicono quelli che vogliono darsi un tono. Da lì una marea di personaggi incorniciati in un’iperbole che viene costruita per strappare la risata. Con una premessa: «Io non sono un imitatore, mi definisco un comico che fa imitazioni».
Pier Silvio Berlusconi ha detto che non si è riconosciuto per niente nella sua maschera.
«Pensavo fosse una battuta e ho riso. Quando ho scoperto che invece era serio e lo pensava veramente, ho continuato a ridere. Chissà, forse l’ho punto sul vivo. Comunque nessuno si è mai offeso in modo plateale per le mie imitazioni, e di questo sono contento».
In verità Tonio Cartonio qualche anno fa se la prese di brutto.
«L’ho incontrato quest’estate, l’ho abbracciato e gli ho chiesto scusa. All’epoca la comicità non era stritolata dalla woke culture e quindi potevamo dire di tutto».
Si stava meglio senza il politicamente corretto?
«Non che fosse meglio o peggio, era proprio un altro mondo. E quindi, essendo un altro mondo, anche la comicità poteva spingere di più. Tonio Cartonio si risentì molto, a me faceva ridere raccontasse le favole ai bambini uno che, ai miei occhi, aveva un chiaro orientamento omosessuale e sfoggiava un pacco enorme. Era già comico così».
Quali sono gli elementi che fanno funzionare un’imitazione?
«Voce, somiglianza, testo: almeno una di queste tre chiavi deve essere forte».
Il suo pezzo migliore – Lapo – le ha tutte e tre.
«L’ho cambiato molto nel corso degli anni. Prima la chiave comica era legata alla sua vita di eccessi. Poi si è trasformato quasi in un personaggio di fantasia, che ha poca attinenza con la persona veramente esistente. Oggi è un ricco gaffeur che mantiene l’ingenuità del matto: dice cose che gli altri non oserebbero dire».
Buffon?
«Ha un modo di parlare che ride sempre, l’ho immaginato simile all’Orso Yoghi, ha quella musicalità, quei fonemi rotondi».
Giletti?
«Fino a quando stava nella trasmissione di Guardì nessuno gli aveva mai visto le gambe, era sempre seduto. Poi si è alzato in piedi come l’airone che dispiega le ali, come Coppi che va in salita. Quando l’hanno messo in piedi è nato Giletti in tutto il suo splendore: fu lì a colpirmi».
Mario Giordano?
«Bisogna essere sinceri e non fare gli ipocriti. Ha una voce che fa ridere di suo. Poi c’è lo show, il baraccone, il teatro per attirare l’attenzione. Lì inizia la mia iperbole, sposto più in là quello che lui già fa».
Chi le ha fatto i complimenti?
«Augias fu meraviglioso. Mi chiamò e mi disse che mi sarei dovuto vergognare. Io risposi che ci rimanevo male per due motivi: se è lei mi dispiace, e se non è lei mi dispiace perché ho trovato un imitatore meglio di me. Lui ridacchiava. Stava scherzando».
Assomiglia a qualcuno dei personaggi che imita?
«A nessuno, perché di fatto è un gioco, però quando mi incazzo assomiglio molto ad Allegri».
La sua regola?
«Cerco di tirar fuori aspetti evocativi e plausibili. Se uno ha già un suo tormentone glielo tolgo. Ad esempio Barbieri che parla sempre del topper. Quando lo imito in 4 Motel lui dice sempre “l’importante è ciulare”, una frase che non ha mai pronunciato, ma è plausibile che possa dire».
Il 31 gennaio da Genova parte il tour del suo nuovo spettacolo, «Inimitabile», dove porta sul palco il suo caleidoscopio di personaggi, attingendo tanto dalla tv quanto dal mondo reale.
«La premessa dello spettacolo è micidiale e terribile: gli spettatori si devono aspettare di ridere. È una condizione che mi mette l’ansia, ma il mestiere del comico è questo: far ridere».
La sua vocazione?
«È ancora oggi un mistero. Tra i miei sogni di ragazzino non c’era quello di andare in tv a fare il comico, ma a un certo punto mi sono messo a fare le imitazioni che faceva Gigi Sabani».
Cosa sognava invece?
«Come un milione di bambini in Italia sognavo di fare il calciatore. La mia testa, la Ram del mio cervello, è sempre stata riempita da figurine. Ancora oggi sono un giocatore di Subbuteo».
Bravo da fermo quindi.
«Giocavo davvero a calcio, a livello dilettantistico in Toscana. Centrocampista».
Oltre al Subbuteo?
«Colleziono ancora le figurine dei calciatori, da ragazzino le usavo per trasformarle in un gioco d’azione con la pallina. Avevo in testa solo il pallone. Attraverso il calcio ho imparato la geografia, perché per me le città erano quelle che avevano le squadre in C2. So a memoria le città natali dei campioni del mondo: Subiaco di Graziani, Nettuno di Bruno Conti...».
Però ha prevalso Sabani su Tardelli.
«Quando ero piccolo le casalinghe italiane sono state travolte da tre destini crudeli: le fasce per dimagrire, la cyclette e la messa in piega domestica con il casco. Io facevo degli spettacoli in camera mia usando come microfono l’asta del casco di mia mamma, era l’asta di un microfono immaginario. Una roba filosofica, alla Magritte».
La consapevolezza quando arriva?
«Tardi. Non avevo un’idea di spettacolo, semplicemente mi divertivo a fare i personaggi. Crescendo sono stato conquistato dalle velleità adolescenziali delle avanguardie, ho conosciuto Freak Antoni, mi affascinava il situazionismo in una Toscana dove stava esplodendo la comicità: mi piacevano le cose elaborate, strane».
La vera svolta?
«Arrivai secondo a un concorso di cabaret con un mio amico e ci dissero che avevamo vinto un provino a Roma. Ci sentivamo degli eletti, ma non era un provino per eletti: era quello per la seconda edizione di Macao che era esploso l’anno prima, nel 1997. C’erano mille comici».
Uno su mille ce la fa. Anche tre o quattro per la verità.
«Fui scelto insieme a Brignano, Fabio Canino e Paola Cortellesi».
Portava due personaggi.
«Uno era il protocollista del comune dove facevo il servizio civile: zelante, innamorato del suo lavoro, fissato con le marche da bollo».
L’altro?
«Tony Brillante, il profeta del cabaret che teorizzava la necessaria dilatazione dello spazio battuta-risata. Tu non devi ridere subito, ci troviamo dopo una settimana tutti nudi nel Giardino degli Oleandri e se siamo tutti d’accordo possiamo ridere. Una roba assurda che naturalmente fece impazzire Boncompagni».
Poi andò in onda con il personaggio di un’archeologa americana.
«Un’altra follia, che non faceva ridere: vivevo nell’illusione che la comicità prescindesse dalla risata ma fosse un’arma intellettuale».
Perché deve dire grazie – a sua insaputa – a Pino Insegno?
«Lessi un’intervista in cui parlando di Max Tortora, disse: è un bravissimo attore, ma è dovuto passare dalle forche caudine delle imitazioni. Fu una rivelazione, perché fino ad allora non gli avevo dato importanza».
La Gialappa’s?
«Stavano cercando un sostituto di Fabio De Luigi e mi fecero il provino in diretta radio. Mi chiesero di fare Materazzi e pensai: ma chi cazzo lo sa fare Materazzi? Ho avuto un’ora di tempo per studiarlo, loro volevano vedere la mia capacità di essere reattivo».
È stato 12 anni a «Quelli che il calcio».
«Quando è finito, per i primi 6 mesi mi è mancata la terra sotto i piedi. Per dodici anni avevo vissuto nello stesso albergo, da settembre a maggio: un periodo folle».