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 2026  gennaio 05 Lunedì calendario

Intervista ad Angelo Binaghi

Angelo Binaghi, 65 anni, da 25 è presidente della Federtennis. Figlio d’arte, il padre fondò il Tennis Club Cagliari negli anni ’50. Il fratello del nonno paterno aveva giocato in seconda categoria. E lui, due volte campione d’Italia nel doppio misto con Paola Ippoliti (1980 e 1983), vinse l’argento a due Universiadi, in doppio con Raimondo Ricci Bitti. È stato n. 14 nella classifica italiana assoluta.
Se dico «velocità, potenza, volée stupenda, riflessi eccezionali, visione di gioco, ma soprattutto un servizio potentissimo», di chi parlo?
«Becker, McEnroe o Edberg».
Invece è lei, nelle parole di Giacomo Mazzocchi, alle Universiadi di Bucarest.
«Anche un grande giornalista può prendere un abbaglio».
Non si butti giù.
«Giocavo meglio in doppio che in singolare, dove pagavo lo scotto dello studio. La mia vera classifica era quella dei “tennisti intelligenti”, che si incontravano ogni anno ai campionati universitari. Lì vincevo sempre: 6 titoli in singolare e 6 in doppio. Un grande campione mi definì il più forte delle pippe».
Chi? Panatta?
«Il nome non è importante. Conta la sostanza: diceva che quelli come me non diventavano professionisti per incapacità. Non contemplava che poteva essere una scelta di vita anteporre la laurea alla carriera sportiva».
Non ha mai desiderato diventare professionista?
«No, ma aggiungo per fortuna, perché altrimenti non mi sarei laureato in ingegneria e non sarei diventato presidente della Federtennis».
Se la cavava bene anche con il basket. Era playmaker della squadra dei salesiani che vinse un campionato regionale.
«Per quanto Gigi Riva fosse un mito per tutti noi, la mia prima passione era il basket».
Riva lo ha frequentato?
«Ci ho giocato a tennis in doppio: correva e lottava come un pazzo. Però non amava perdere. Così, dopo una sconfitta, smise di venire al circolo e si dedicò al golf. Era simile a Pietrangeli, uomini di sport di altri tempi: mi emozionava vederli insieme in tribuna a Cagliari per la Coppa Davis. Gigi Riva ha trasmesso a generazioni di sardi un patrimonio inestimabile di valori. Io stesso sarei diverso, senza di lui. Ci ha insegnato che il successo è figlio di lavoro, rispetto dell’avversario e sacrificio».
Ha un figlio. È tennista?
«Roberto, come il nonno e il trisavolo, ha 26 anni e si è laureato in Economia in Florida. Ha giocato a tennis in seconda categoria, ero preoccupato che potesse diventare un buon giocatore».
Addirittura? Perché?
«Perché non avrebbe studiato. E quando un tennista termina la carriera, atterrare sul mondo reale è un problema. Il massimo che il tennis ti può dare è quando non sei troppo scarso né troppo forte: l’attività agonistica ti spinge a migliorare, ti fa misurare con te stesso e con gli altri».
E sua moglie è tennista?
«No. Cristiana è biologa, lavora all’ospedale Brotzu di Cagliari. Scarsissima tennista, ci ha provato solo perché innamorata di me».
Oggi l’Italia è numero 1 nel Ranking Itf. È merito suo, di Sinner o della fortuna?
«Vale tutto. Questa congiuntura favorevole è frutto di una crescita costante, sana, pluriventennale. E in questo percorso si è inserito un fenomeno. La ricerca di performance assoluta di Sinner si sviluppa in modo indipendente da quella della Federazione, ma con la stessa voglia di vincere e di lavorare».
Sinner non è solo.
«Infatti. Se uno allarga la visuale, vede Musetti, Paolini, la Coppa Davis, un sistema. Allargando ancora di più, si vede che da 15 anni siamo l’unica federazione al mondo con una televisione tematica. E poi, stavamo perdendo gli Internazionali d’Italia, mentre adesso Atp, Wta e Itf ci cercano perché siamo diventati i migliori organizzatori di tornei. Ci hanno dato Finals e Davis. Le basi le abbiamo poste quando Sinner non era nato».
È più facile che un quinto Slam si faccia nei Paesi arabi o a Roma?
«A Roma tutta la vita. Guardiamo Next Gen: a Milano il palazzetto era sempre pieno; a Gedda non c’era una persona sugli spalti».
Azzardiamo una data?
«Uno Slam in Italia sarà possibile quando il governo investirà nelle potenzialità del tennis. Il ministro dell’Economia Giorgetti mi ha raccontato che ai meeting finanziari mondiali, prima ancora di salutarlo gli fanno i complimenti per Sinner e il tennis».
Che investimento serve?
«Se oltre che spendere 5 miliardi per le Olimpiadi, una grandissima e bellissima manifestazione che dura solo qualche settimana, provassimo a spenderne un decimo per un bene che produrrebbe ricchezza per i prossimi 100 anni, allora riusciremo anche a portare uno Slam in Italia. Basta guardare l’impatto economico sul territorio degli Internazionali di Tennis: lo scorso anno è stato di 895 milioni di euro, quest’anno dovrebbe arrivare a un miliardo. Il rapporto tra un Master 1000 e uno Slam è di uno a 4: parliamo di un impatto economico potenziale di circa 4 miliardi, con extragettito fiscale intorno ai 600 milioni. Quello degli Internazionali è di 148 milioni, senza contributi pubblici».

Nell’allineamento degli astri del tennis sull’Italia non c’è neanche un po’ di fortuna?
«Ma certo. Un caso fortunato è stato riuscire a ottenere le ATP Finals a Torino per dieci anni, casualmente i 10 anni di esplosione del tennis italiano. E nemmeno le volevamo».
Davvero?
«Sì. Avevamo ragionato fino all’ultimo se spendere o no i 30.000 euro necessari per acquisire i documenti: volevamo giusto capire come venivano aggiudicate, per imparare.
La cosa pazzesca è che poi a trascinarci per i capelli è stata una sindaca esuberante, ex tennista, che si era messa in testa che la sua città dovesse avere le Finals».
Chiara Appendino.
«Eravamo terrorizzati dall’impegno. Avevamo chiesto di essere supportati da Sport e Salute, ma il governo ce lo vietò con una legge. Il tennis era visto come sport dei ricchi».
E non lo è?
«Abbiamo capovolto l’assioma. Devi finanziare il tennis perché è lo sport che più di tutti attrae risorse economiche dall’estero, da utilizzare per farlo praticare in Italia ai meno abbienti».
Per giocare seriamente non serve l’allenatore privato?
«La pratica di base costa come quella del calcio. Le nostre quote federali non aumentano da 10 anni. E per la prima volta quest’anno più di 2.000 delle nostre società sportive hanno pagato zero quote federali, perché virtuose. In 25 anni i nostri tesserati sono decuplicati: da 122 mila a 1 milione e 250 mila. I praticanti di tennis e padel in Italia oggi sono 6,2 milioni
. Abbiamo un sistema di supporto piramidale che il mondo ci invidia. Sinner, Paolini e Musetti sono figli di un cuoco, di un barista e di un marmista».
Chi chiede più biglietti omaggio: i politici, i giornalisti o gli attori?
«Nessuna delle tre categorie. Lo fa il sottobosco del potere, che esiste più a Roma che a Bologna o Torino. Il ministro del Tesoro, che avrebbe potuto per tutto quello che ha fatto per lo sport e il tennis, non ne ha mai chiesto uno».
Non è grave che a Wimbledon, a luglio, non ci fosse il ministro dello Sport?
«Io non partecipo a nessuna celebrazione, premiazione, assemblea europea o mondiale. Preferisco fare. Conta di più che il governo capisca che ricchezza ha per le mani con il tennis e produca gli atti per far godere ai nostri figli e nipoti un’eredità importante».
Parliamo di Sinner, l’italiano anomalo modello di fair play. Cosa dire della defezione dal presidente Mattarella?
«Il tennis è uno sport individuale frenetico che ti sbatte ogni settimana da una parte all’altra del mondo. Questo ti porta a fare rinunce, come le Olimpiadi o la Coppa Davis. Nessuno è perfetto, ma prima della rinuncia a Mattarella io ricordo Sinner che stava per finire in ospedale a Melbourne durante il match con Rune. Non c’è solo un riposo fisico, ma anche la necessità di distrarsi, di incontrare gli amici, di stare in famiglia. Ci vorrebbero 50 ore al giorno».
E come la mettiamo per Pietrangeli? Nemmeno un telegramma quando è morto.
«Ma c’ero io, da Pietrangeli, a rappresentare il tennis italiano, e quindi anche Sinner, Berrettini e le generazioni che non hanno avuto il tempo per conoscere a fondo Nicola e coglierne appieno i valori».
Il tennista che l’ha emozionata di più?
«La Schiavone che vince il Roland Garros. Era impossibile che accadesse».
Quando lascerà la Federtennis farà il governatore della Sardegna?
«Non credo. Ma sarebbe curioso capire se le logiche che abbiamo applicato alla Federtennis, come l’esasperazione del merito e la ricerca continua di soluzioni efficaci, possano dare buoni risultati anche in contesti differenti».