Corriere della Sera, 5 gennaio 2026
Il fronte del Sì teme i voti esteri. Ma non c’è tempo per nuove regole
E se l’esito del referendum sulla giustizia venisse deciso dagli italiani all’estero? Peggio: e se fosse proprio il voto per corrispondenza, con tutte le opacità che si porta dietro, a ribaltare quanto deciso in Italia? Brividi. Sono dubbi che serpeggiano nel centrodestra e nel governo.
Il fronte del Sì alla riforma Nordio rischia di non essere profeta fuori dalla patria con risultati ben peggiori alla fine di una consultazione, come questa, senza quorum. I margini di un intervento last minute sembrano impossibili a Palazzo Chigi. Anche la Farnesina pare aver alzato le mani: i tempi (anche se la data del referendum ancora non c’è) sono troppo stretti. Ci sono infatti «criticità logistiche e organizzative» per cambiare modalità. E dubbi costituzionali: un decreto potrebbe essere bocciato dal Colle e una legge ordinaria finire impantanata.
«Un milione di voti fuori controllo possono capovolgere il quadro», spiegano da Forza Italia, tra realismo e scaramanzia. «Durante la discussione della Finanziaria ho alzato con il mio ordine del giorno, approvato, una bandierina: l’attuale sistema elettorale all’estero è fraudolento. Dobbiamo ricordare i 24 mila italiani deceduti, in America, che invece per magia votavano e continuavano a percepire le pensioni?», dice Andrea Di Giuseppe, eletto nella circoscrizione America del Nord. Il deputato di Fratelli d’Italia ha depositato, tra l’altro, anche una proposta di legge che vorrebbe superare la legge Tremaglia (storico esponente del Msi e poi di An) per equiparare il sistema del voto degli italiani all’estero a quello già in vigore per le elezioni europee, con i seggi nei consolati e nelle ambasciate, anziché per corrispondenza.
Occorre partire dai dati: gli aventi diritto al voto, fuori dall’Italia, superano i 6 milioni (fonte Aire, aggiornata alla scorso anno). Nel 2016 Renzi a sorpresa ribaltò, fuori dai patrii confini, l’esito del referendum in maniera clamorosa (su 4 milioni di aventi diritto votò il 30, 7% e i Sì toccarono il 64,7%, ovvero 722.915 voti). Il precedente rimbalza in questi giorni, come un oscuro presagio, nelle chat degli esponenti di centrodestra. L’ex pm Antonio Di Pietro, ora paladino del Sì alla separazione delle carriere, parla di «partiti e sindacati pronti a taroccare il voto all’estero sfruttando patronati e associazioni controllati dal fronte del No». Non si tratta di merito, ma di metodo. L’idea di sei milioni di plichi già affrancati in giro per il mondo con dentro il fatale quesito elettorale da barrare e rispedire indietro sta mettendo in ansia il centrodestra, storicamente perdente all’estero quando ci sono le elezioni. E i sondaggi nelle mani del governo non tengono conto del fattore estero.
D’altronde, la casistica di brogli e truffe non aiuta: nel 2021 decadde, tre anni dopo le elezioni, il senatore Andrea Cario per via della scoperta di migliaia di schede compilate con la stessa calligrafia in Argentina. E poi: i plichi mai recapitati negli Usa o mal stampati e gli immancabili morti che, non solo parlano come nella Smorfia napoletana, ma votano anche. «Ho presentato denunce su denunce in Procura contro il sistema dei patronati che si fa dare il plico dai nostri italiani in cambio di soldi, lo apre, vota e lo rispedisce in Italia», dice ancora Di Giuseppe. Le opposizioni, soprattutto il Pd, sono contro qualsiasi intervento alla vigilia del referendum: «Impediscono il voto, come nei regimi». Giorgio Mulè, coordinatore della campagna per il Sì per FI: «Un voto trasparente e controllato dovrebbe essere interesse di tutti, invece ora non ci sono segretezza né personalità del voto. Che all’estero è manipolato dalla distribuzione alla raccolta dei plichi elettorali». Stefano Ceccanti, costituzionalista del Pd ma a favore del Sì, ammette «che ormai cambiare le regole del gioco sarebbe una forzatura, ma il vulnus resta ed è già emerso quando si è discusso della riforma del premierato».