Corriere della Sera, 5 gennaio 2026
Xi preoccupato, ma impotente. Vacilla il piano sul «grande Sud»
Sdegnata, preoccupata, ma impotente. È questa la posizione della Cina dopo il blitz di Trump in Venezuela. Le sue condanne sono vibranti ma Xi Jinping non può andare oltre le proteste diplomatiche. Più degli interessi cinesi in quel singolo Paese, lo preoccupa la minaccia al suo grande disegno di espansione economica in una zona chiave del pianeta. Il Grande Sud globale è al centro della strategia di Pechino, al suo interno l’America latina occupa una posizione di rilievo. Da più di un decennio la Belt and Road Initiative (nota come le Nuove Vie della Seta) irradia anche verso l’America latina commercio, investimenti, grandi opere infrastrutturali, accordi per lo sfruttamento di risorse minerarie e naturali. La versione aggiornata della Dottrina Monroe che Trump pratica, riaffermando l’egemonia Usa su tutto il continente dall’Artico alla Terra del Fuoco, è una sfida diretta per i piani cinesi. E ne mette in luce la vulnerabilità, sia economica che militare.
La presa di posizione è stata dura. Il governo di Pechino chiede la liberazione immediata di Maduro e consorte, condanna gli «atti egemonici» e la «palese violazione del diritto internazionale», esige che gli Stati Uniti rinuncino al tentativo di rovesciare il governo del Venezuela. Ma non c’è molto altro che Xi possa fare, se non esprimere questi giudizi. Intanto vede di colpo interrotta quella che sembrava una irresistibile avanzata cinese nell’intero continente.
Il petrolio è solo uno dei suoi problemi. La Cina è il primo importatore di greggio venezuelano; che tuttavia rappresenta solo il 5% dei suoi acquisti totali. Trump ha detto cose in apparenza rassicuranti per Xi: se le multinazionali Usa tornano a investire in Venezuela, la capacità di estrazione di quel Paese potrà aumentare e così anche le vendite a Pechino. La vicenda di Caracas però va vista in un quadro più generale. La crisi politica dell’Iran – altro fornitore di energia per la Cina – aggrava la preoccupazione. La Cina, al di là del mito sulla «superpotenza verde», rimane di gran lunga la maggiore economia carbonica del pianeta, la sua dipendenza dalle energie fossili è enorme e lo resterà a lungo. Il mercato mondiale del greggio, e in parte quello del gas naturale, vede l’America in un ruolo di arbitro: oltre ad essere la massima produttrice, ad avere l’autosufficienza e una crescente capacità di export, l’America ha un’influenza ineguagliata nel Golfo arabico-persico, ora la sta riaffermando in Venezuela, infine ha una capacità altrettanto unica di destabilizzare produttori di energia come Russia e Iran con le sue sanzioni.
Più in generale è l’intero quadro geopolitico e geoeconomico dell’America latina che minaccia gli interessi cinesi. L’egemonismo di Trump, lungi dall’isolare gli Stati Uniti, si accompagna a uno slittamento a destra di vari Paesi: Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador. Perfino quelli che rimangono governati dalla sinistra, come Messico e Brasile, stanno prendendo misure protezionistiche contro l’invasione del made in China. Il continente sudamericano racchiude molte di quelle terre rare e minerali strategici su cui Xi ha potuto costruire la sua, di strategia egemonica: un semi-monopolio, che mette l’Occidente alla mercè di un embargo cinese su forniture essenziali per l’industria tecnologica e non solo quella (le terre rare vengono usate anche per i magneti delle nostre automobili, più banalmente). Ma nulla è eterno, neppure questo monopolio. L’Amministrazione Trump ha varato di recente un’iniziativa dal curioso nome latino Pax Silica (dal silicio, materia prima nei microchip): è una coalizione mondiale di Paesi che vogliono liberarsi dalla dipendenza dalla Cina, spazia fino al Giappone e all’Australia. Se il Sudamerica torna sotto l’egemonia Usa, è a rischio il controllo cinese su alcune risorse naturali e minerarie. E non solo quelle. Va ricordato che uno dei primi interventi «muscolosi» di Trump in questo secondo mandato fu su Panama per espellere dalla gestione del Canale un operatore di Hong Kong.
Xi tocca con mano i limiti di una «ascesa imperiale incompiuta». La sua espansione economica è stata formidabile nel mondo intero, ma non si accompagna a un’influenza strategica o a una capacità militare proporzionata, almeno finora. Come osserva Shaun Rein, fondatore del China Market Research Group, di fronte al blitz Usa a Caracas, «non c’è molto che la Cina possa fare, dopotutto ha solo due basi militari fuori dalla propria area geografica, gli Stati Uniti ne hanno 800».