Domenicale, 4 gennaio 2026
Quanto è bello ciò che non dura
Gesti e silenzi, ombre e colori fanno del Giappone un incastro di enigmi e gioie improvvise. Che Antonietta Pastore, la traduttrice italiana di Murakami Haruki, scioglie nel suo Dove vuole andare, sensei? Un viaggio nel cuore del Giappone, fatto di tre verbi – scoprire, comprendere, ritrovare – e un vissuto di decenni che ci fa entrare in punta di piedi nelle case dei giapponesi, nelle loro tradizioni. Per uscirne credendo di afferrare un Paese meno esotico di quanto si pensi.
La traduttrice arriva nel Sol Levante a 28 anni, nel 1974, ed era «quasi come andare nel paese di Oz». I centri abitati, grandi e piccoli, sono lungo le coste, le rive dei laghi o dei fiumi, o a fondovalle, non hanno bisogno di essere arroccati perché il Giappone non ha mai vissuto un pericolo di invasione. Il vero pericolo è il terremoto per cui gli edifici devono essere flessibili e avere una struttura che resista alle scosse sismiche. Come dimostrano i santuari shintoisti di Ise, sulla costa orientale: ogni vent’anni vengono smontati e ricostruiti a poca distanza, in un’operazione rituale che riproduce il ciclo di morte e di rinascita alla base dello shintoismo e del buddismo. È l’arte dell’incastro, si chiama sashimono ed esistono circa quattrocento tipi diversi di incastro. Che non hanno bisogno di chiodi per non ferire il legno. L’architettura è filosofia di vita: «dalla precarietà delle abitazioni, dovuta alla costituzione geologica del territorio, alla repentinità con cui un terremoto può distruggere le cose inanimate e la vita, deriva il valore che i giapponesi attribuiscono al concetto di impermanenza, che è così radicato nella cultura da diventare il più sentito criterio estetico. È bello ciò che non è durevole, ciò che si mostra nel suo splendore per un breve periodo e poi si dilegua». Come i fiori di ciliegio che soggiacciono al concetto basato sull’accettazione della caducità e dell’imperfezione, il wabi sabi.
Con Antonietta Pastore varchiamo la soglia di casa, ci sediamo sul tatami nella corretta posizione, scopriamo gli shōji, che servono a separare le stanze. È la vita minima che si fa universale. Come eterno è l’uso della carta: «la tradizione di scambiarsi regali ha un’origine religiosa, e il fatto che l’ideogramma shi, che significa “carta”, si pronunci anche kami, che scritto diversamente significa “dio”, continua a ricordarlo» e anche lo scambio di doni, vero rito dei giapponesi. Basta solo non scartarli davanti alla persona che li ha offerti, per non creare eventuale imbarazzo.
Le scaramanzie sono tante: non posare le bacchette contro il bordo di una ciotola con la punta rivolta all’insù, gesto considerato sfortunato perché lo si fa durante il rito funebre buddista. Altrettanto di malaugurio è passare il cibo da un commensale all’altro con le bacchette, perché evoca il rituale successivo alla cremazione di una salma. Il numero quattro, che si pronuncia shi, è omofono della parola “morte” e, nella numerazione di appartamenti, stanze di un albergo e degli ospedali non c’è. Altra regola è chiudere i lembi di un kimono sovrapponendo il lato sinistro a quello destro, perché il contrario si fa solamente nella vestizione delle salme.
Pagina dopo pagina la vita riflette oggi lo scorrere di tradizioni millenarie: non soffiarsi il naso in pubblico; non svuotare la vasca se si è fatto il bagno per primi; un’estetica «basata sull’asimmetria, sul dettaglio che, spezzando la regolarità, crea un senso di sbilanciamento, e stupisce»; nonostante formalità apparenti, abitudini di intimità impensabili in Occidente. Gli spazi pubblici, come quelli privati, vivono di cura. Ogni angolo della casa ha un senso, come frequentare gli onsen, le fonti termali, dove si è nudi e dove avviene una purificazione ispirata dalla dottrina buddista. Pastore racconta la katana e il kimono – che significa la “cosa da indossare” –, i piccoli ristoranti, le veglie funebri durante le quali si mangia e si beve, il concetto di autorità e il perché dei tanti suicidi. Così, il Giappone diventa meno ermetico e visitarlo è gioia di silenzi e ordine in cui provare a capire anche come i Giapponesi percepiscono gli altri popoli. Per poco che le abitudini differiscano dalle loro, i Giapponesi definiscono gli altri henna kuni – “paesi strani”. Inoltre, andare all’estero in giapponese si dice kaigai ni dekakeru – “andare al di là del mare”, espressione che evoca avventura e pericolo –, e per questo si può forse capire la richiesta preventiva di aiuto che è scritta sul passaporto dei cittadini del Sol Levante: «Il Ministro degli Affari esteri del Giappone chiede di permettere al latore, cittadino giapponese, di passare liberamente e senza ostacoli e, in caso di necessità, di offrirgli ogni possibile aiuto e protezione».
Dalle tradizioni svelate nel libro di Antonietta Pastore si può passare alla quotidianità di Tokyo grazie al volume della serie “The Passenger”, sempre curata, capace di sorprendere e con le foto modernissime di Lukasz Palka. Lo scrittore Shimada Masahiko è un flâneur della capitale, adagiata su una rete di fiumi e canali tombati, e ci accompagna in stretti vicoli e ai piani angusti dei grandi edifici. I turisti sono ovunque e stanno cambiando il profilo variegato della città: la disciplina ciclistica del keirin, nata nel Dopoguerra per contribuire con i ricavi delle scommesse alla ricostruzione, è sempre sport nazionale; i Tōyoko kids sono i giovani fragili, facile preda dei criminali; entrare in un host club, i locali notturni in cui uno staff di intrattenitori di sesso maschile accoglie donne che pagano per la loro compagnia, è molto più di un’esperienza.
Tokyo è uno, nessuno, centomila e, nonostante il Paese non abbia fama di accettare la comunità lgbtq+, ha visto nascere tante associazioni attente e partecipi della diversità perché, come ricorda la scrittrice Li Kotomi «tutti appartengono a Tokyo. Perché Tokyo è un’immensa metropoli che contiene un mosaico di volti ed è proprio in questo aspetto che risiede il suo fascino».