Avvenire, 4 gennaio 2026
Rwm vuole ampliare la sua fabbrica di bombe La Sardegna temporeggia. Deciderà l’esecutivo
«Tutto è connesso», scriveva papa Francesco nella “Laudato sì”, ricordando che non esistono scelte neutrali quando sono in gioco la vita delle persone, il destino dei territori e la costruzione della pace. È una chiave di lettura che aiuta a comprendere anche quanto sta accadendo in Sardegna, dove il caso dell’ampliamento dello stabilimento Rwm di Domusnovas racconta una rinuncia che va oltre il singolo provvedimento.
La Regione era chiamata a pronunciarsi entro un termine perentorio fissato dal Tar. Non si trattava di un passaggio facoltativo, ma di un atto dovuto. Eppure, la giunta ha scelto di non portare la delibera al voto, sospendendo l’iter all’ultimo giorno utile e motivando la decisione con la mancanza di alcune valutazioni istruttorie, in particolare sugli aspetti sanitari e sul dissesto idrogeologico. Non decidere, in questo contesto, non equivale a sospendere il giudizio. Significa, piuttosto, rinunciare a esercitare i propri poteri, lasciando che la scelta venga assunta altrove. Ed è quanto accaduto, con l’annuncio dell’intervento sostitutivo del governo. «Ho già preso contatti con il ministro Pichetto affinché si possa intervenire tempestivamente in supplenza della Regione – ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso -, così da superare uno stallo amministrativo ormai insostenibile e garantire finalmente una soluzione positiva a una vicenda che si trascina da troppo tempo». Una conclusione paradossale per una Regione a statuto speciale, che finisce per consegnare a Roma una decisione delicata. C’era una volta la Sardegna autonomista, quella che rivendicava il diritto – e il dovere – di decidere del proprio destino, soprattutto quando sono in discussione il territorio, la salute, l’ambiente, il modello di sviluppo e la pace. Oggi quella Sardegna appare più incerta, incapace di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte. La mancata decisione su Rwm ne è un esempio emblematico.
Ma la vicenda Rwm va oltre, non è soltanto una questione amministrativa. Interroga in profondità l’identità della Sardegna come terra che si è più volte definita “regione di pace”. La produzione di armamenti non è un’attività neutra, soprattutto in una fase storica segnata da conflitti che colpiscono in modo indiscriminato le popolazioni civili. L’isola, già gravata da un numero altissimo di servitù militari, conosce bene le conseguenze ambientali e sanitarie di un modello di sviluppo legato alla guerra. Ridurla ad una contrapposizione tra posti di lavoro e pace rischia di alimentare una falsa alternativa. La dignità del lavoro, la salute delle persone e la costruzione della pace non sono obiettivi incompatibili, ma parti di un’unica responsabilità verso il bene comune.
Da anni, associazioni, comitati, realtà ecclesiali e del volontariato chiedono che la Sardegna possa affrancarsi da questa eredità investendo su percorsi alternativi: lavoro dignitoso, tutela del creato, riconversione industriale, energie pulite. «Poteva andare altrimenti – dichiara Arnaldo Scarpa di WarFree -, la presidente Todde aveva sul tavolo numerose osservazioni tecniche critiche rispetto alla procedura Via, che avrebbe potuto utilizzare per non autorizzare l’ampliamento, motivando un parere difforme da quello degli uffici regionali con la fondatezza delle osservazioni presentate dalle associazioni e richiamando il principio di precauzione. Il coraggio non si improvvisa: la presidente della Sardegna deve averne, se intende incidere realmente su una realtà politica e sociale che rischia di andare alla deriva».
All’interno della maggioranza regionale non sono mancate posizioni critiche, che hanno chiesto un no esplicito all’ampliamento proprio in nome della coerenza con i valori dichiarati. La scelta di rinviare ha evitato uno scontro immediato, ma ha prodotto una frattura più profonda: quella tra i principi proclamati e le decisioni assunte o non assunte. «Il governo ha diritto di agire con un commissario ad acta, ma io ho il diritto di fare le cose in maniera accurata – ha dichiarato la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde – Questo tema parte nel 2017, non da ieri e si è trascinato con diverse vicissitudini, con interventi nati dalle richieste prima della società e dopo dei comitati, che hanno vinto in Consiglio di Stato. Gli stessi comitati ci hanno portato a fare un supplemento di istruttoria con le loro istanze».
Ma ormai è tardi: il tempo è scaduto, l’eccesso di zelo è stato interpretato come inerzia amministrativa. Decideranno i giudici. «Il Tar non ha imposto alla Regione di concedere l’autorizzazione – spiega l’avvocato delle associazioni Andrea Pubusa –, bensì la conclusione del procedimento entro il 16 dicembre scorso, in un modo o nell’altro. Ma sul piano pratico non cambia nulla. Se il commissario dirà sì all’ampliamento, saranno le associazioni ambientaliste a impugnare la decisione. In caso contrario sarà Rwm ad impugnare. Ma, alla fine, sarà sempre il Consiglio di Stato a decidere. Sarebbe successa la stessa cosa se la giunta regionale avesse deciso».
Ed è proprio qui che il nodo giuridico si trasforma in una questione politica e morale. La pace, come ricorda spesso il magistero della Chiesa, non è uno slogan né un’etichetta identitaria, ma una pratica esigente, fatta di decisioni coraggiose e di visione. Anche quando comporta conflitti e costi politici. L’autonomia regionale, però, non si misura nei proclami, ma nel coraggio delle decisioni: scegliere anche quando è scomodo è la forma più alta di autodeterminazione. Quando si rinuncia a decidere, non si perde soltanto una competenza, ma si abdica a una responsabilità verso il bene comune.