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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Vecchioni: «Amo cantare ma ora sul palco ho anche paura»

L’occasione è una riedizione del libro L’Orso Bianco era Nero che diventa cofanetto, impreziosito da un vinile, da un 45 giri con due canzoni all’interno La parola e Vai, ragazzo.
Crede davvero che ci sia ancora chi ascolta un 45 giri sul giradischi?
«Non lo ascolterà nessuno, ma è destinato a diventare un oggetto prezioso. Forse un quadro da appendere al muro».
"L’Orso Bianco era Nero” è il titolo del suo ultimo libro. Lei ha sempre amato le parole.
«Però ci tengo a dire che amo anche gli emoticon, il linguaggio dei social e le nuove anomalie lessicali. So però che c’è una differenza abissale tra scrivere “ti amo” con 14 cuoricini e dire: “Ti amo perché ieri sera, prima di andare a dormire, mi hai chiamato"».
Quante volte dice “ti amo” in un anno?
«Poche. Per me “ti amo” ha un peso preciso ed è riservato a mia moglie».
Lei scrive tutto a mano: prima in brutta, poi in bella. Anche i testi delle sue canzoni. Perché?
«È una mia fissazione. Io al computer non scrivo. La scrittura a mano mi serve per sentire il peso delle parole».
Da chi ha imparato a “usare” le parole?
«Mio padre e mia madre sono stati due grandi maestri di vita, di fantasia e di ragione. Hanno sbagliato poco. E soprattutto mi hanno liberato da due enormi paure».
Quali?
«Quella di dover essere migliore di mio padre: mi hanno insegnato che tu sei come sei, e basta. E mi hanno liberato dalla paura di non sentirsi capito dal mondo».

Le è successo, di non sentirsi capito?
«Per anni non ho avuto grandi successi, ma non me ne è mai importato niente. Poi sono arrivati due successi. Anzi, tre. Il primo è stato Samarcanda. Mi sono chiuso in casa perché c’era troppa gente fuori e non sapevo cosa fare. Il secondo è stato Chiamami ancora amore».
E il terzo?
«Sogna ragazzo sogna. È arrivato dopo venticinque anni da quando la canzone era stata scritta».
È bastato l’intervento di Alfa a Sanremo per cambiarne il destino?
«Alfa è stato bravo. Ha riscritto il finale, perché ha capito perfettamente cosa volevo dire. Io volevo una risposta, e lui l’ha data».
Ha detto di aver trasmesso ai suoi figli parole e sogni. E sul resto che è mancato, ha potuto solo scusarsi. Cosa intendeva?
«Devo ammettere di non essere stato un gran padre. Ma loro me l’hanno detto più volte: da me si aspettavano proprio questo. Non un padre sempre presente a spiegare e consigliare, ma uno che fosse sé stesso, con le sue idee, i suoi pensieri, anche le sue distrazioni. Io li ho ringraziati. Ma so che sono stato un padre parecchio assente. Parecchio».
Le piace ancora cantare?
«Si, moltissimo. Ma ogni volta che sto per salire sul palco mi batte il cuore fortissimo. Sempre. Eppure non dovrei più avere paura: ho quasi settemila concerti alle spalle e davanti, in genere ho duemila, tremila persone venute lì per me. Ma quella paura resta».
Riparte in tour da Roma, il 6 marzo al Teatro Brancaccio. Sa già con quale pezzo aprirà?
«Non ancora. Ma vorrei inserire un paio di canzoni nuove. Una, in particolare, la amo moltissimo. Parla di come si possa andare incontro alla morte come si va incontro a una madre: lei arriva, apre la porta, e ti dice che dall’altra parte c’è solo luce».
Vorrebbe andarsene dimenticando ogni parola, o portarsele tutte con sé?
«Voglio andarmene con tutte le parole dentro. Sono sempre state il mio bagaglio».
Studia ancora, legge molto?
«Sì, praticamente sempre».
Quando scopre qualcosa di nuovo, la tiene per sé o la condivide?
«La condivido sempre. Con gli studenti, con la famiglia, con mia moglie, con gli amici».
Che sono...?
«Pochi. Una decina, più o meno. Gli stessi da tanti anni. E la canzone Gli amici miei gliel’ho anche riregalata, due anni fa».
Cosa vuol dire “riregalata”?
«Gliel’ho regalata di nuovo a Natale. L’ho ricantata per loro e ne ho fatto un 45 giri, uno per ciascuno».
Ha messo dentro tutto quello che voleva nelle sue canzoni?
«No. È impossibile. Mancano storie, personaggi, sentimenti. Ma soprattutto oggi a me manca il tempo».
In primavera uscirà un nuovo disco.
«Sì, a distanza di sette anni dal precedente. In questi anni è cambiato tutto. Il mondo è cambiato».
Come?
«È andato verso il suo destino. Era destinato a diventare un mondo di chiusura. L’apertura è difficilissima, la democrazia è quasi impossibile e proprio per questo va difesa. La chiusura è più facile. Le dittature, le forze che chiudono sono più facili perché hanno una strada sola».
Chi controlla le parole può controllare anche il potere?
«Sì. È un potere antico: quello di convincere. Ma c’è anche stanchezza. Il “non voglio più lottare”, “mi tengo quello che ho”. Questo succede soprattutto sopra una certa età. Dopo i 40 anni. I giovani invece gridano il loro disagio che è talmente profondo che talvolta porta ad azioni che non sono classificabili. Vivono nella nebbia».
La canzone oggi è sempre più povera. Lei però continua a difendere i giovani.
«Perché i giovani non sono una categoria unica. Ne conosco di straordinari. Anche i loro linguaggi, gli slang, persino i cuoricini, hanno un senso: è il loro modo di distinguersi. Il problema non è la musica, ma alcuni temi: la violenza, il possesso in amore. Non li accetto, ma so che dentro c’è disagio».
Tempo fa disse che avrebbe voluto vedere il mare ancora per quattordici estati.
«Sì. Che significava di voler essere vivo per altri quattordici anni, e ce la farò. Anche se forse è già passato un anno da quell’affermazione. Ce la farò e verrò ancora al Messaggero a parlare di cose nuove, perché ne farò ancora».
Quindi, professore: oggi come sta?
«Sto bene. Nonostante pensi che il mondo stia entrando in un imbuto difficile, continuo ad avere una speranza bambina: che qualcosa di bello arrivi. E non sono solo. Siamo in tanti ad averla».