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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Intervista a Nina Zilli

Oggi è pure collega.
In che senso?
A Playlist intervista musicisti, persone dello spettacolo.
No, le mie sono chiacchiere; empaticamente cerco di evitare le solite domande, quelle che ci pongono in ogni contesto.
Tipo?
Le date della tournée, nessuno di noi se le ricorda e ogni volta nascono silenzi imbarazzati.
E su di lei?
Non ne posso più di rispondere al perché mi chiamo Nina Zilli (per gli ignari: “Nina” è un omaggio a Nina Simone; “Zilli” è il cognome della mamma, ndr).
Evitiamo.
In una puntata di Playlist ho domandato ad Arisa cosa avrebbe voluto raccontare di sé che non le hanno mai chiesto.
Rivelazione.
Risposta: “Che numero di scarpe porto”.
Bene, bello saperlo. Il suo?
39 e mezzo.

(Maria Chiara Fraschetta, per i riflettori Nina Zilli, è sostanza ben oltre l’apparenza. È un po’ come la vecchia commedia all’italiana, quando dietro un sorriso, una battuta, una provocazione si celava l’essenza della questione, quell’essenza che ufficialmente veniva sottaciuta. Da quest’anno porta la sua, di essenza, anche in televisione con la conduzione di “Playlist” ogni sabato alle 14 su Rai2).
L’effetto di stare dall’altra parte del microfono.
Da sempre sono andata avanti un passetto dopo l’altro, ho sempre evitato i saltoni, i carpiati, le evoluzioni spericolate; (pausa) un po’ me… (si blocca, resta zitta).
Se la faceva sotto?
Eh, per questo all’inizio ho detto tanti “no” quando in teoria potevano diventare dei “sì” giganteschi; non mi piace improvvisare, ho aspettato un po’.
Saggia.

Ho iniziato tanti anni fa con Mtv e poi con l’ultima stagione del Roxy Bar al fianco di Red Ronnie.

Red Ronnie antesignano delle interviste musicali.
Mi dava da ascoltare i dischi dell’ospite, poi scrivevo le domande, gliele consegnavo e le vagliava; da morbosa, curiosa e innamorata pazza della musica, da giovanissima, mi sono trovata accanto a dei giganti, delle leggende come Pete Townshend (chitarrista dei The Who, ndr), Kristin Hersh o Vasco Rossi.
Emozionata.
Sono bilingue e quando si parla di musica mi sento a casa; (pausa) eravamo in diretta e il copione era un semplice foglio con pochissime indicazioni: esibizione, intervista; esibizione, pubblicità, intervista.
Era più incosciente della situazione o cosciente delle sue qualità?
Totalmente incosciente, avevo quella sicumera dettata dall’età; è quando cresci che nascono i dubbi e ti chiedi “come potevo essere così sicura?”.
La consapevolezza è dura.
Durissima, perdi quell’attimo di follia; (sorride) ero ammaliata da quei personaggi e poi salivo sul palco e con la band di allora, Chiara & Gli Scuri, proponevamo la nostra musica.
E… ?
Oggettivamente non eravamo un granché.
Rispetto agli artisti, qual è la prima regola?
Separare il lato “artistico” da quello umano: spesso i due aspetti non coincidono, neanche si toccano.
A volte.
Quando compongo, subito dopo mi capita di rileggere il computer e di restare in silenzio, stupita: “Ma da dove esce questo testo?”.
Ecco, da dove?
Il subconscio e oltre; ognuno di noi, quando crea, attinge ai sogni, alla parte migliore di sé: un momento, un attimo, un’emozione, una proiezione, una lettura magari diversa da quello che poi quotidianamente siamo.
Vasco è sempre Vasco, o no?
Lui sì. Totalmente. E ogni disco lo dimostra.
Cos’è la musica?
Condivisione.
In Italia è pure polemica.
Quella è più con Sanremo.
Lei sui social qualche polemica la genera.
Si estrapolano delle battute e si perdono i contesti.
Ha scritto: “Consiglio a chi volesse mai intraprendere la carriera da cantante e/o cantautrice: esci le canzoni belle non la pheega”.
Perché in quei giorni tre artiste emergenti, per lanciare il proprio singolo, si erano messe nude; (pausa) la mia era solo una battuta.
Oggi le sue parole non sono solo sue.
E lì penso a una massima inglese.
La sveli.
Che dovrei mettere un po’ di ketchup sulla scarpa e infilarmela in bocca.
L’inglese torna.
Per la mia età ha rappresentato una marcia fondamentale, mi ha permesso di arrivare ovunque, di capire cosa raccontavano i miei miti musicali.
Fabrizio De André, in un’intervista del 1980, spiega che i testi più poetici al mondo sono quelli italiani.
Infatti lui ha parlato di poesia e noi siamo figli della Lirica, dell’Opera; noi possediamo un vocabolario vastissimo, mentre quello inglese è specifico, con vocaboli tronchi, diretti, perfetti per la musica; il vocabolario inglese, sotto certi aspetti, è simile a quello latino e paradossalmente il latino sarebbe perfetto per il rap.
È studiosa.
Da ragazza ho amato e odiato la mia ossessione per il sapere. Oggi capisco (ci pensa). Carlo Ubaldo Rossi (produttore musicale, ndr), quando lavoravamo sul mio primo disco, ripeteva: “In questa professione non bisogna risultare solo bravi, ma bravissimi”.
Per anni è stata giudice di Italia’s Got Talent. Nei talent non si usano troppi “issimi” per commentare le performance degli aspiranti artisti?
Il problema è che a volte emerge solo il giudice, non il concorrente; oggi, però, per i ragazzi sono un bel punto di partenza, una specie di naja fondamentale per trovare una strada; Giambattista Vico parlava di “contesto”…
Siamo a Vico? Quanto ha preso alla maturità?
Lasciamo perdere, non ho ottenuto la lode e all’università sono uscita con 108 alla facoltà di Relazioni Pubbliche, ma prima avevo ottenuto una borsa di studio in Medicina, a Chicago.

Qui l’“issimo” ci sta.
La laurea rappresentava il piano B per tacitare il pragmatismo emiliano dei miei genitori.
Medicina a Chicago sembra una serie tv.
Ci sono rimasta otto mesi e ho capito che non era il luogo giusto per me.
Quale la colpa?
Ero partita convinta di atterrare nella Mecca della musica, invece arrivavo davanti ai locali e non mi permettevano di entrare: la mia carta di identità dimostrava che non avevo ancora i 21 anni necessari; (resta in silenzio, poi sorride) non ho perdonato l’affronto e sono tornata a casa.
E cosa il pubblico non perdona agli artisti?
Spesso i cambiamenti, la ricerca, vengono letti come tradimenti.
Tipo?
Noi tutti abbiamo il nostro comfort food, la nostra copertina di Linus, allo stesso modo accade con la musica e penso a Neffa quando è uscito con un disco stupendo come Arrivi e partenze e all’inizio parte del suo pubblico rap si è stranito; (pausa) è successo anche a me.
Prima ha parlato di “no”.
Ed è difficilissimo, uno non vuole deludere le persone, non vuole apparire cattivo o stronzo.
Esempio.
Il “no” al cinema o ad alcune trasmissioni televisive, a quel tempo troppo grandi per me; ho rifiutato la pubblicazione di una biografia perché ho pensato “ma cosa devo raccontare? Non sono mica Ripa di Meana!”.
Il pragmatismo dei suoi genitori.
Alcuni hanno letto i miei “no” come i capricci di una diva, solo perché negli anni in cui andava di moda un jeans e ’na maglietta mi presentavo come una nostrana Diana Ross. In realtà non mi sentivo pronta.
Quali sono stati i suoi “professori” tra gli artisti?
Cantare con Massimo Ranieri non ha prezzo; puoi studiare una vita, pure otto ore al giorno, poi arrivi sul palco per le prove di un duetto con lui, e capisci che sei lontana dal giusto livello. Ranieri è perfetto, non sbaglia nulla, e per Sogno e son desto (in onda in prima serata su Rai1, ndr) mi ha chiesto di affrontare i brani di Mina o di De André arrangiati da Mauro Pagani.
Altri professori.
Gino Paoli: la saggezza, l’arte in purezza.
Proseguiamo.
Ornella Vanoni: divina, si è concessa il lusso di essere sempre se stessa.
Il lato B della fama.
(Resta zitta) Ci ho pensato il giorno del funerale di Maurizio Costanzo, quando molti hanno criticato Maria De Filippi per un selfie con una fan.
Dov’è la ragione?
Totalmente dalla parte di Maria, una signora, pure in quell’occasione ha capito che era peggio il “no” del “sì”. Il “sì” è un attimo, la figuraccia è solo di chi le ha imposto quell’attimo.
A lei è successo?
Prima di un concerto cado sul palco, mi rompo la caviglia e mentre mi portano a braccio in auto, direzione ospedale, sento alcuni protestare: “Ma gli autografi!”. Al che la tour manager prova a spiegare: “Si è fatta male alla caviglia”. “Gli autografi si firmano con le mani”.
Nella sua testa il “vaffa” sarà partito.
No, ho sorriso, è il desiderio di ottenere un pezzetto di noi.
Capitolo Sanremo.
Ho partecipato a quattro edizioni e all’esordio ho vinto il Premio Mia Martini con un pezzo totalmente mio (L’uomo che amava le donne): quel giorno ero felicissima, per me il massimo.
Prima di salire sul palco del Festival molti suoi colleghi stanno malissimo.
Io do i buffetti sul sedere dei pompieri.
Molestia!
Schiaffetti non da maniaca. Sono gesti portafortuna. Anche a Marco Masini.

Ci faremo il titolo: “Ho toccato il sedere a Masini”.
(Ride) No, vi prego.
A Sanremo ha incontrato il suo mito Lucio Dalla.
E dietro le quinte mi ha detto una frase che ho capito solo tre anni fa.
Sveliamola.
In quel momento ero felicissima, il mio pezzo, Per sempre, andava bene, eppure mi ha fermata e spiegato che sarebbe stata comunque dura.
E lei?
Ingenuamente ho pensato si riferisse al fatto che non avevo vinto il Festival, per questo l’ho quasi tranquillizzato, perché dentro di me ero convinta, e lo sono ancora, che vincere non è fondamentale. Invece aveva ragione.
Cioè?
In me aveva visto la cantautrice e non la bella cantante con in testa la “cofana” e vestita in maniera ricercata; aveva visto il contenuto e non il contenitore e ci sono momenti in cui non rientri nei parametri del marketing, in cui non sei perfettamente allineata con le richieste e le esigenze.
E lì?
Può diventare dura come mi aveva provato a spiegare; (pausa) quando si è giovani, con il vento in poppa, l’iceberg non lo prevedi.
Quanto è stato duro il momento duro?
Siamo fortunati, siamo nati in Italia. Chi è nato a Gaza non può dire lo stesso.
Lei chi è?
Un’artigiana della musica.